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Nuova nave aggiunta al catalogoIl branco: 14 lupi · 177 navi in flottaVeglio sui miei fratelli, finché Wotan vegli su di me.Nuova nave aggiunta al catalogoIl branco: 14 lupi · 177 navi in flottaVeglio sui miei fratelli, finché Wotan vegli su di me.
Dal diario · La storia

Prologo — Coloro che rispondono

2954, Pyro. Una chiamata di soccorso senza risposta, una nave che esce dalla nebbia, e una pagina illeggibile da secoli che comincia a rivelarsi.

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A volte il pericolo comincia con il silenzio

Nel 2954, ai confini del sistema Pyro, esistevano ancora luoghi nei quali la voce dell'Impero non arrivava.

Le mappe li rappresentavano come spazi vuoti tra una rotta e l'altra. Eppure non erano deserti: tra le orbite irregolari e le tempeste di una stella morente si nascondevano relitti, avamposti dimenticati, navi senza identificativo e uomini che avevano scelto di vivere lontano da qualsiasi legge perché nessuna legge potesse raggiungerli.

Il mercantile Eir

Trentasette persone

Quella notte l'Eir aveva smesso di ricevere comunicazioni da quasi un'ora. Le boe erano scomparse una dopo l'altra, le frequenze civili restituivano soltanto un fruscio.

A bordo viaggiavano trentasette persone: coloni diretti verso un insediamento minerario che nessuna compagnia voleva più finanziare. Avevano portato utensili, medicinali, semi conservati nel freddo e tutto ciò che restava delle loro vite precedenti.

Nella stiva principale, una bambina teneva tra le mani una piccola figura di legno. Rappresentava un lupo: suo padre l'aveva intagliata durante il viaggio da un frammento di una vecchia cassa proveniente dalla Terra.

Le aveva raccontato che un tempo, prima che gli uomini imparassero a vivere tra le stelle, i lupi attraversavano foreste tanto vaste da non avere confini, e che nessuno di loro affrontava l'inverno completamente solo.

La bambina gli aveva chiesto se fosse una storia vera. L'uomo aveva risposto che le storie più antiche sono vere in un modo diverso.

L'imboscata

«Su quale frequenza?»

Sul ponte di comando il capitano osservava tre segnali avvicinarsi. Non trasmettevano codici, non rispondevano. Correggevano la traiettoria ogni volta che il mercantile tentava di cambiare direzione.

Quando comparvero altri due contatti alle loro spalle, capì che non stavano attraversando un'imboscata: l'imboscata si era chiusa attorno a loro.

«Trasmetti una richiesta di soccorso.»

«Su quale frequenza?»

«Tutte.»

«Qui mercantile civile Eir. Trasportiamo trentasette coloni e materiale medico. Siamo stati intercettati nel settore Edda. Chiediamo assistenza a qualunque nave si trovi entro la portata del segnale.»

Ripeté il messaggio. Poi una terza volta.

Nessuno rispose.

La prima salva colpì il mercantile prima che raggiungesse la nube di detriti. Gli scudi posteriori cedettero, metà delle luci nella stiva si spensero. Il padre prese la bambina tra le braccia, e la piccola figura di legno le cadde dalle mani.

La risposta

Poi, tra le interferenze, arrivò una voce

«Unità non identificata, dichiarate posizione e intenzioni.» — «La nostra posizione è tra voi e il nemico. La nostra intenzione è riportarvi a casa.»

Mist · in risposta alla chiamata dell'Eir

La foschia cominciò a dissolversi. Prima soltanto alcune luci immobili nel chiarore delle particelle, poi una massa scura prese forma nel punto in cui i sensori non avevano rilevato altro che polvere.

La nave avanzava lentamente, senza nascondere la propria presenza e senza l'urgenza di chi teme di essere raggiunto. Portava cicatrici che nessun cantiere aveva tentato di cancellare: corazza nuova accanto ad altra annerita dal fuoco, saldature visibili, riparazioni compiute lontano dai grandi porti dell'Impero.

Sul fianco era inciso un lupo.

L'identificativo raggiunse la console qualche secondo dopo. MIST.

Il capitano conosceva quel nome. Lo aveva sentito nei porti di frontiera, pronunciato a bassa voce da piloti troppo anziani per credere facilmente alle leggende: un'Idris che compariva lungo le rotte abbandonate, dove le chiamate di soccorso restavano senza risposta e le autorità arrivavano soltanto per contare i morti.

Alcuni sostenevano fosse una nave mercenaria, altri che appartenesse a una confraternita nata prima dell'espansione umana. Nessuno, però, raccontava di averla vista chiedere un compenso.

Lo scontro

Un solo colpo

I caccia uscirono uno dopo l'altro. Erano modelli diversi, segnati da campagne e riparazioni, eppure si muovevano come se ogni pilota conoscesse il pensiero degli altri prima ancora di ascoltarne la voce. Non cercarono la gloria di un abbattimento personale: rimasero vicini, coprendosi a vicenda.

Nel ventre della nave il railgun cominciò a caricarsi. La vibrazione raggiunse le officine, l'infermeria e la grande sala costruita nel cuore dell'ammiraglia — dove, sopra una Tavola di legno scuro, un libro dalla copertina consumata tremò impercettibilmente.

Galimar conosceva la potenza dell'arma, ma conosceva ancora meglio il tempo necessario a ricaricarla. Avrebbero avuto un solo colpo.

«Ora.»

Il proiettile attraversò lo spazio senza luce né fiamme, troppo veloce perché l'occhio potesse seguirlo. Spezzò la nave Vanduul con una violenza tale che per un istante le due metà continuarono a viaggiare nella stessa direzione, come se non avessero ancora compreso di essere separate.

Quando i Vanduul si ritirarono, la Mist rimase accanto all'Eir finché il mercantile non fu di nuovo in grado di proseguire. Galimar rifiutò il pagamento offerto dal capitano e si limitò a fornire una rotta sicura.

«Non so come ringraziarvi.»

«Arrivate a destinazione. E quando qualcuno chiamerà voi, ricordate questa notte.»

A bordo dell'Eir, la bambina rimase accanto all'oblò finché non riuscì più a distinguere la nave.

«Torneranno?»

«Quando qualcuno avrà bisogno di loro.»

«Come fanno a saperlo?»

Suo padre ricordò ciò che gli aveva raccontato suo nonno, quando ancora vivevano sulla Terra: «I Lupi sentono quando uno del Branco chiama.»

«Ma noi non siamo del loro Branco.»

«Forse non lo decidono prima.»

Nel cuore della Mist

La sala della Tavola

La sala si trovava al centro della struttura, protetta da strati di corazza. Nessuna insegna ne indicava l'ingresso: sulla porta era incisa una runa semplice, fatta di linee che ricordavano al tempo stesso un artiglio e i rami di un albero.

Dentro, una Tavola costruita con legni di epoche differenti. Alcune parti scure e profondamente segnate, altre sostituite nel corso dei secoli da mani che avevano cercato di rispettarne la forma. Nessuno sapeva più quanto legno appartenesse davvero alla prima Tavola — e per Galimar la domanda non aveva importanza.

Attorno, i seggi dell'Artiglio: Scudo, Sostegno, Avanguardia e Forgia. Il quinto apparteneva al Custode, ma non si trovava in una posizione più alta. La Tavola, perfettamente circolare, non aveva un capotavola.

Davanti al Diario sedeva una donna anziana. Il suo nome era Runa. Sosteneva che un libro non sia fatto soltanto delle parole che contiene, ma anche di quelle che il tempo ha tentato di cancellare.

«Trentasette», disse senza alzare lo sguardo.

«Hai già ricevuto il rapporto.»

«Ho ricevuto i nomi. Il rapporto racconta ciò che è accaduto alla nave. I nomi raccontano per chi è accaduto.»

Galimar scrisse i nomi dei coloni, quello del mercantile e le coordinate. Aggiunse i piloti recuperati, i Lupi feriti e l'uomo del Sostegno che era tornato nella stiva per raccogliere il lupo di legno.

«Potevi ometterlo.»

«È tornato indietro.»

«Per un giocattolo.»

«Per qualcosa che una bambina credeva di avere perduto. La differenza appartiene agli adulti.»

La memoria

La pagina che nessuno era riuscito a leggere

Al margine di una pagina antica, sotto una serie di nomi consumati dal tempo, esisteva un segno che Galimar aveva sempre creduto fosse una macchia. Ingrandito sopra la Tavola, rivelava rune tanto sottili da confondersi con le fibre del supporto.

«Era già stato analizzato.»

«Dagli uomini, dalle macchine e dalle prime intelligenze sintetiche. Ognuno ha cercato di tradurre le rune come una frase.»

«E non lo sono?»

«Sono una memoria

La luce attraversò le incisioni e per un momento la sala si riempì del suono di un vento lontano. Non proveniva dagli altoparlanti.

Galimar avvertì l'odore della neve e del legno bruciato. Gli parve di sentire il gemito di alberi immensi piegati da una tempesta e, dietro quel rumore, l'ululato di due lupi.

Le parole non vennero tradotte dalla nave: presero forma nella sua mente, come un ricordo che gli fosse appartenuto da sempre.

Prima che gli uomini affidassero la propria memoria alle macchine, prima che costruissero regni e innalzassero mura contro l'inverno, Wotan vide l'ultima notte.

La visione

Sotto le radici di Yggdrasill

Il metallo si trasformò in terra gelata. Galimar vide le radici di un albero penetrare la roccia e scomparire nelle profondità del mondo, tanto grandi che intere foreste avrebbero potuto crescere tra le loro pieghe.

Sotto quei rami sedeva un viandante avvolto in un mantello grigio. Ai suoi piedi riposavano due lupi. Davanti a lui, le Norne avevano smesso di tessere: il filo che tenevano tra le mani era spezzato.

Wotan osservava qualcosa che si trovava oltre il Ragnarök. Il suo unico occhio seguiva il cammino dell'umanità attraverso ere che non possedevano ancora un nome.

Vide anche la Mist. La vide emergere dalla foschia di un sistema lontano e disporsi tra una nave indifesa e il nemico. Sul volto del dio non comparve meraviglia: sembrava che l'avesse attesa.

«Gli dèi cadranno», disse la più anziana delle Norne.

«I regni degli uomini cadranno dopo di loro.»

«E quando gli uomini raggiungeranno le stelle, porteranno con sé ciò che li ha sempre divisi.»

Sotto le radici si mosse un'ombra. Non aveva corpo né volto. Non era un gigante né un demone: era qualcosa di più difficile da combattere, perché abitava in ogni uomo e sapeva assumere la voce della prudenza, dell'orgoglio e della paura.

Convinceva chi era forte di non avere bisogno degli altri. Convinceva chi poteva fuggire che voltarsi fosse inutile. Convinceva chi sedeva sopra un trono che tutte le persone intorno a lui fossero strumenti.

Wotan ne conosceva il nome. Oblio.

Il dio si alzò e staccò una piccola scheggia dalla radice di Yggdrasill. La tenne nel palmo, mentre il legno vivo pulsava al ritmo di mondi lontani.

«A chi la affiderai?»

«Non a un re. I re confondono facilmente la custodia con il possesso.»

«A una famiglia?»

«Il sangue può generare eredi, non fratelli.»

«A un esercito?»

«Ogni esercito finisce per desiderare un nemico anche quando non ne esiste più uno.»

Con la punta della lancia incise una runa sulla scheggia.

«L'affiderò a coloro che sapranno riconoscersi.» — «Come faranno?» — «Quando uno di loro chiamerà nel buio, gli altri risponderanno.»

Wotan · alle Norne, sotto l'Albero dei Mondi
Il ritorno

Che cosa hai visto

Galimar si ritrovò nella sala della Tavola, con una mano appoggiata sul Diario e il ronzio dei reattori che tornava a riempire il silenzio.

«Che cosa hai visto?»

«Ho visto Wotan.»

«E il principio del Branco?»

«No. Ho visto il motivo per cui sarebbe stato necessario

Fuori dalla sala, la Mist proseguiva il proprio cammino attraverso Pyro.

Molti secoli separavano quella nave dall'inverno in cui la prima Tavola sarebbe stata costruita. Interi regni sarebbero sorti e scomparsi prima che il Diario arrivasse fino alle stelle. Le sue pagine avrebbero conosciuto il sangue dei guerrieri di Midgard, la polvere delle grandi migrazioni, il silenzio degli archivi e le voci delle prime intelligenze alle quali gli uomini avrebbero insegnato a ricordare.

Ma tutto ciò doveva ancora accadere.

All'inizio vi erano soltanto un dio destinato a morire, due lupi e una scheggia dell'Albero dei Mondi affidata alla notte.

La prossima cosa

E, in una valle del Nord, un uomo solo stava per udire il primo ululato

L'inverno aveva già cominciato a reclamare i vivi. Da qui comincia il primo libro.

Libro I — La Stirpe del Viandante