L'uomo camminava da tre giorni quando udì i lupi
Il suono arrivò dalla montagna insieme al vento, lungo e profondo, e per qualche istante parve confondersi con il lamento dei tronchi piegati dalla tormenta.
Arvid si fermò. La neve gli arrivava quasi alle ginocchia. Sotto la pelliccia, il sangue della ferita al fianco si era rappreso contro la tunica.
Eppure, quando l'ululato tornò a levarsi, non pensò al pericolo. Vi riconobbe una chiamata.
Due lupi sul sentiero
Aveva udito molti lupi durante la propria vita: seguire le mandrie nelle notti d'inverno, chiamarsi da una valle all'altra, contendersi una carcassa sulle rive dei fiumi ghiacciati. Quel suono, però, non apparteneva agli animali delle foreste. Sembrava rivolto a lui.
Tra due file di abeti apparve una figura. Un lupo dal manto scuro, fermo sul margine del sentiero. Non mostrava i denti e non si teneva basso come un animale pronto all'attacco: lo osservava con una calma che Arvid trovò più inquietante di qualsiasi ringhio.
Dietro di lui ne apparve un secondo, dal manto pallido, quasi indistinguibile dalla neve. Soltanto gli occhi dorati ne rivelavano la presenza.
«Non ho carne da offrirvi», disse Arvid. La propria voce gli parve piccola nel vento.
L'animale inclinò appena il capo, come se la risposta non avesse alcuna importanza. Poi seguì il lupo bianco e scomparve nella foresta.
La valle o la montagna
La strada più prudente continuava verso valle, dove la pendenza si faceva meno aspra e gli alberi avrebbero potuto offrire riparo. I lupi, invece, avevano imboccato un sentiero quasi invisibile che saliva tra le rocce.
Se avesse proseguito verso valle, forse avrebbe trovato una casa. Se avesse seguito i lupi, probabilmente sarebbe morto sulla montagna.
Arvid guardò il punto in cui erano scomparsi e pensò alla propria famiglia.
Non ai loro corpi, che aveva lasciato dietro di sé nella cenere del villaggio. Pensò alla sera precedente all'attacco, quando sua moglie aveva rimproverato il figlio più piccolo perché continuava a intagliare il tavolo con la punta del coltello. Ricordò il rumore della ciotola che la bambina aveva rovesciato, il modo in cui tutti avevano riso e la luce del fuoco sul volto delle persone che, allora, credeva sarebbero rimaste con lui per tutta la vita.
Quella casa non esisteva più. La valle non aveva nulla da restituirgli.
Cominciò a salire.
I lupi comparivano a intervalli, sempre abbastanza lontani da costringerlo a proseguire e abbastanza vicini da impedirgli di credere di averli immaginati.
Quando si fermava troppo a lungo, il lupo nero tornava sui propri passi e lo osservava. Il bianco non tornava mai: rimaneva più avanti, come se conoscesse già il luogo verso cui stavano andando e non dubitasse che Arvid li avrebbe raggiunti.
La sala nella radura
Quando vide il fuoco tra gli alberi, credette di essere vicino alla morte. Il lupo bianco era fermo al limite della foresta; quello nero gli si affiancò. I due animali guardarono Arvid un'ultima volta prima di inoltrarsi nella tempesta. Questa volta non ricomparvero.
Al centro della radura sorgeva una sala lunga. Le porte erano chiuse e nessuno si muoveva all'esterno. Il luogo non sembrava abbandonato: sembrava in attesa.
«Chi sei?»
«Un uomo che sta congelando.»
«Da quale valle vieni?»
«Dalla valle del fiume Grigio.»
Un uomo anziano si avvicinò alle spalle del ragazzo con la lancia. Barba corta e bianca, una lunga cicatrice dalla fronte fino all'occhio sinistro.
«Non esiste più alcun villaggio sul fiume Grigio.»
«Lo so.»
«Entra.»
Dentro, attorno al fuoco, una trentina di persone: uomini, donne, anziani e alcuni bambini. Molti portavano armi, altri avevano accanto sacche e coperte ammassate in fretta.
La donna che gli tolse il mantello e tagliò la tunica attorno alla ferita si chiamava Sigrid. «La lama non è entrata in profondità. Ma hai perso molto sangue.»
«Ho avuto tre giorni per accorgermene.»
«Come sei arrivato fin qui? Il sentiero del versante è impraticabile.»
«Ho seguito due lupi.»
Chi resta indietro
L'anziano si presentò: Halvard. «Questa sala apparteneva alla mia famiglia, prima che le famiglie cominciassero a contare più delle persone che vi sedevano dentro.»
Indicò gli altri. «Quelli che vedi provengono da cinque villaggi. Fino all'autunno scorso alcuni di loro si sarebbero uccisi per una porzione di pascolo o per un'offesa commessa dai loro nonni. Ora condividono lo stesso tetto perché le loro case sono state bruciate dallo stesso uomo.»
«Chi?»
«Jorund, figlio di Sten.»
Arvid conosceva quel nome. Jorund aveva servito come comandante presso un re del Sud, tornando dopo molti inverni con armi, ricchezze e uomini disposti a seguirlo. Diceva di voler unire le valli del Nord prima che i regni stranieri potessero conquistarle. Chi accettava di giurargli fedeltà conservava la casa e parte delle terre. Chi rifiutava diventava un esempio per gli altri.
«È stato lui a distruggere il mio villaggio.»
«Le sue schiere hanno attraversato il passo orientale. Saranno qui entro due giorni.»
Le voci cominciarono a sovrapporsi. Ketil — armatura di cuoio, neve ancora sulle spalle — voleva partire prima dell'alba: «La palizzata è aperta sul lato nord e abbiamo meno di venti uomini capaci di combattere. Jorund ne porterà cento.»
«E andare dove? Le scorte non bastano per attraversare il passo con i bambini.»
Ketil raggiunse la grande tavola sul fondo della sala e con un gesto rabbioso ne spinse via coppe e arnesi.
«Ogni famiglia prenda ciò che può trasportare. I guerrieri più forti ci precederanno. Chi non riesce a camminare resterà qui.»
Una donna si alzò di scatto. «Mia madre non può attraversare la montagna.»
Ketil non distolse lo sguardo. «Se restiamo tutti per lei, moriranno anche i tuoi figli.»
Quelle parole non provocarono nuove grida. Il silenzio che seguì fu peggiore.
Arvid osservò le persone raccolte nella sala e riconobbe quella paura: l'aveva vista nel proprio villaggio quando gli esploratori avevano annunciato l'arrivo di Jorund.
Anche allora avevano discusso. Ogni famiglia aveva cercato di salvare i propri beni. Alcuni avevano nascosto il grano. Altri avevano mandato i figli nella foresta senza avvertire i vicini. I guerrieri avevano difeso ingressi diversi invece di formare una sola linea.
Quando il nemico era arrivato, non aveva trovato un villaggio, ma case isolate che bruciavano una dopo l'altra.
Arvid si alzò. Il dolore al fianco gli tolse il respiro, ma rimase in piedi.
«Ketil ha ragione.» — «Ti avevo detto di non muoverti.» — «Non sulla fuga.»
Raggiunse la grande tavola. Il legno era antico, segnato da bruciature e incisioni: sembrava composto da un'unica asse, tanto larga che nessun albero delle foreste circostanti avrebbe potuto fornirla.
«Ha ragione quando dice che serve una decisione. Ma non potete prenderla come cinque villaggi diversi. È così che Jorund vi sconfiggerà, anche se non dovesse mai raggiungere questa sala.»
Arvid posò una mano sulla Tavola. Il legno era tiepido.
Ritrasse le dita, sorpreso, e vide qualcosa incastrato in una lunga fessura al centro dell'asse: una piccola scheggia più scura del resto, segnata da linee sottili che potevano essere venature oppure incisioni.
Per un istante gli parve di sentire nuovamente l'ululato dei lupi.
«Suggerisco che nessuno decida chi deve essere lasciato indietro.»
«Le parole non renderanno più forti le nostre gambe.»
«No. Ma trenta persone che agiscono insieme possono portare chi non riesce a camminare. I guerrieri possono difendere il passo, i cacciatori trovare una via, i fabbri costruire slitte. Quelli che sanno curare terranno in vita i feriti.»
«E mentre costruiamo slitte, Jorund ci raggiungerà.»
«Allora non fuggiremo tutti. Alcuni resteranno al passo abbastanza a lungo da permettere agli altri di attraversarlo.»
«E chi dovrebbe offrirsi?»
«Io.»
Il viandante
«Un uomo che non teme la morte è soltanto un uomo che non ha ancora trovato qualcosa per cui vivere.»
Halvard fu il primo a riconoscerlo. Impallidì e abbassò lentamente il capo, ma il viandante gli fece cenno di non inginocchiarsi.
«Un uomo piegato non vede chi gli siede accanto.»
Entrò, chiuse la porta e prese posto alla Tavola come se avesse attraversato la tempesta soltanto per partecipare a quella discussione.
«Avete parlato di fuggire. Avete parlato di combattere e di arrendervi. Ognuno ha difeso la propria risposta come se fosse l'unica capace di salvare gli altri.»
Sotto il cappuccio era visibile un solo occhio.
«Ma nessuno ha ancora domandato che cosa desiderate salvare.»
«Le nostre vite.» — «Per farne cosa?» — «Vivere.» — «Un uomo può respirare per molti anni senza vivere un solo giorno.»
Guardò a uno a uno i presenti. «Tu vuoi salvare la tua famiglia. Tu vuoi salvare coloro che sono abbastanza forti da attraversare il passo. Tu vuoi salvare la sala e la memoria dei tuoi padri.»
Infine si rivolse ad Arvid. «E tu vuoi salvare qualcuno perché non hai potuto salvare i tuoi.»
«Nessuno di questi desideri è indegno. Ma se ognuno proteggerà soltanto ciò che gli appartiene, Jorund avrà già ottenuto ciò che desidera. Non vuole soltanto le vostre terre: vuole dimostrare che, davanti alla paura, ogni uomo è disposto a consegnargli il proprio vicino.»
La runa nella fessura
«Questa Tavola non appartiene alla famiglia di Halvard.»
L'anziano non protestò. «Era qui prima della sala.»
«E sarà qui quando il nome di chi l'ha costruita sarà dimenticato.»
Il viandante inserì due dita nella fessura ed estrasse la piccola scheggia scura. Le linee incise formarono una runa. Nessuno nella sala seppe leggerla. Tutti, però, ne compresero il significato.
Arvid vide un guerriero voltarsi sul campo di battaglia per tornare verso un compagno caduto.
Sigrid vide una donna dividere l'ultima porzione di pane.
Halvard vide una casa con una porta aperta durante l'inverno.
Ketil vide un uomo abbastanza forte da proseguire da solo — e abbastanza coraggioso da non farlo.
«Voi continuate a domandare chi debba guidarvi. Ma un Branco non nasce quando tutti seguono lo stesso uomo. Nasce quando ognuno comprende per chi sta camminando.»
«Sedete.»
Nessuno si mosse immediatamente. Il primo fu Arvid. Sigrid esitò, poi si sedette accanto a lui. Halvard occupò il posto alla destra del vecchio. Gli altri li seguirono lentamente.
Ketil rimase in piedi più a lungo. Guardò la porta, il fuoco e le persone che poco prima aveva proposto di dividere tra chi poteva essere salvato e chi avrebbe dovuto rimanere. Infine trascinò una sedia e si sedette.
Per la prima volta da quando i cinque villaggi si erano riuniti, nessuno occupava una posizione più alta degli altri.
«Non vi chiederò di amarvi: l'amore non nasce da un ordine. Non vi chiederò nemmeno di dimenticare i torti ricevuti, perché una memoria cancellata non genera pace, ma soltanto menzogna.»
«Vi chiedo di scegliere.»
Il viandante ricollocò la scheggia nella fessura al centro della Tavola. Il legno sembrò richiudersi attorno a essa, come se l'avesse attesa per molti anni.
«Da questa notte non sarete uniti dal sangue, perché il sangue può dividere quanto unire. Non sarete uniti da una terra, perché ogni terra può essere perduta. Non sarete uniti dalla fedeltà a un re, perché anche il migliore dei re finisce per credere che il popolo gli appartenga.»
Fuori, i due lupi ulularono insieme. Il suono attraversò la sala e fece tremare le fiamme.
«Sarete uniti dal Patto che avete scelto davanti a questa Tavola. Chiunque lo riconoscerà potrà sedere con voi, qualunque sia la sua nascita. Chiunque lo tradirà si porrà fuori dal Branco, anche se porterà il vostro stesso sangue.»
«Come ci riconosceremo, quando saremo dispersi?»
«Non avrete bisogno di riconoscere i volti.» Indicò la runa. «Vi riconoscerete dalle scelte.»
«E come saremo chiamati?» domandò uno dei bambini.
«Gli uomini daranno molti nomi a coloro che non comprendono. Alcuni vi chiameranno folli, perché rischierete per persone che non conoscete. Altri vi chiameranno deboli, perché non userete la forza per governare. I vostri nemici vi chiameranno lupi, credendo di offendervi.»
«Lasciate che lo facciano.»
Che cosa ci hai dato
«E tu chi sei?» domandò Halvard sulla porta.
«Un uomo che ha visto quanto lontano può arrivare la notte.»
Raggiunse i lupi: il nero a sinistra, il bianco a destra. Arvid uscì nella neve e fece alcuni passi dietro di loro.
«Aspetta. Jorund arriverà. Il Patto non ci dice come sconfiggerlo.»
«No.»
«Allora che cosa ci hai dato?»
«La possibilità che la vittoria non vi trasformi in lui.»
Una raffica cancellò per un istante ogni cosa. Quando il vento si placò, il viandante e i lupi erano scomparsi. Sul terreno non rimaneva alcuna impronta.
I primi nomi
Arvid tornò nella sala. Nessuno discuteva più di chi dovesse essere abbandonato.
Ketil aveva steso una mappa del passo sul legno e indicava ai cacciatori le vie più strette. Sigrid contava coloro che avrebbero avuto bisogno di una slitta. I fabbri raccoglievano assi, chiodi e cinghie. Halvard distribuiva le provviste senza chiedere a quale villaggio appartenesse chi le riceveva.
Non erano diventati amici. Non avevano dimenticato le offese, né smesso di avere paura. Ma per la prima volta avevano cominciato a comportarsi come se la vita dell'uomo seduto accanto avesse lo stesso peso della propria.
«Che cosa vuoi annotare?»
«I loro nomi.»
«Perché?»
«Perché domani alcuni di noi moriranno.»
Arvid incise il nome dell'anziano. Poi quello di Sigrid, di Ketil e degli altri che avevano preso posto attorno alla Tavola. Non scrisse soltanto i nomi dei guerrieri: registrò la donna che avrebbe preparato le slitte, il ragazzo che sorvegliava la porta, gli anziani che avrebbero tenuto accesi i fuochi e i bambini abbastanza grandi da trasportare acqua e frecce.
Fuori, l'inverno continuava a stringere la valle. Jorund avanzava con i suoi guerrieri, certo di trovare famiglie divise, uomini in fuga e case abbastanza isolate da poter essere distrutte una alla volta.
Non sapeva che, durante la notte, qualcosa era cambiato.
Non era nato un esercito. Non era stato incoronato un re e nessun dio aveva promesso la vittoria. Attorno a una Tavola, persone che avevano ogni ragione per diffidare le une delle altre avevano scelto di non abbandonarsi.
Quella scelta sarebbe costata sangue. Avrebbe attraversato guerre, tradimenti e inverni. Sarebbe stata dimenticata e ritrovata molte volte.
Ma in quella sala, mentre Arvid incideva i primi nomi sulla corteccia di betulla, ebbe inizio il Diario.
E sulle montagne, invisibili nella tormenta
Geri e Freki correvano già verso la battaglia che avrebbe dato alla Stirpe il suo nome.
