La valle occidentale non era il rifugio che avevano immaginato
Dall'alto del passo era apparsa ampia e protetta. Ne avevano parlato durante la fuga come di un luogo dove ricominciare.
Quando vi arrivarono, trovarono soltanto neve, rocce e le rovine di un insediamento abbandonato.
Non era una casa. Era ciò che restava di una casa.
Il fuoco che aveva attraversato la montagna
Halvard entrò per primo, portando il recipiente di terracotta dentro il quale aveva custodito il fuoco della vecchia sala. La brace era sopravvissuta alla marcia, alla battaglia e alla valanga.
All'inizio apparve soltanto un punto rosso. Poi una piccola fiamma si sollevò dalla cenere e illuminò il volto delle persone più vicine.
Quel fuoco proveniva dalla sala che avevano abbandonato, ma non apparteneva più a un villaggio o a una famiglia. Era stato alimentato da mani diverse, protetto da persone che fino a pochi giorni prima si sarebbero considerate nemiche.
«Ora possiamo cominciare.»
Chi non lavora riceverà meno
Arvid trascorse i primi giorni disteso vicino al focolare: la ferita al fianco si era riaperta e il taglio alla coscia si era infettato.
«Se continui così, la prossima volta ti legherò.»
«Pensavo che i Lupi non tenessero prigionieri.»
«Tu non sei un prigioniero. Sei un malato ostinato, che è molto peggio.»
Halvard ricopiava i nomi sulle tavolette. Ketil, con la gamba immobilizzata fra due assi, impartiva ordini seduto e protestava se qualcuno gli suggeriva di riposare. Per ore lavoravano uno di fronte all'altro fingendo di ignorarsi.
«Il legno marcirà», disse Ketil una mattina.
«Non prima di te.»
«Non è una risposta.»
«È una speranza.»
Arvid pensava alla Tavola rimasta nella vecchia sala. Nessuno aveva giurato sopra quel legno, nessuna legge vi era stata incisa — eppure era intorno a essa che avevano smesso di ragionare come uomini di cinque villaggi diversi.
Senza di essa, il Patto gli sembrava già più fragile.
«Non dureranno», disse Ketil quando Halvard ebbe distribuito l'ultima razione.
«Lo sappiamo.»
«Allora dobbiamo ridurle.»
«Sono già state ridotte.»
«Non abbastanza. Chi non lavora riceverà meno.» Indicò la propria gamba. «Io per primo.»
«Non sei inutile.»
«Non ho detto inutile. Ho detto che consumo più di quanto produca.»
«E gli anziani?» domandò la donna che aveva trasportato sua madre attraverso il passo.
Ketil non rispose.
«Una comunità che lascia morire i feriti non sopravvive diventando più forte. Sopravvive diventando qualcosa per cui nessuno vorrà più combattere.»
L'uomo trovato lungo il fiume
«Era con Jorund», disse Ketil riconoscendo l'insegna.
Sigrid cominciò a tagliare il tessuto attorno alla ferita.
«Che cosa fai?»
«Guardo se può sopravvivere.»
«Ha cercato di ucciderci.»
«In questo momento sta cercando soprattutto di respirare.»
«Potrebbe essere una spia.»
«Una spia con tre dita congelate e una lama spezzata nella spalla? Jorund deve avere poca considerazione dei propri uomini.»
«Nome?»
«Einar.»
«Jorund è vivo?»
«Sì.»
Un brusio attraversò la stanza. Arvid sentì il dolore al fianco riaccendersi, come se quel nome avesse raggiunto anche la ferita.
«Si trovava vicino alla curva quando la neve è caduta. Tre uomini lo hanno trascinato dentro una spaccatura della roccia. Ha perso il cavallo e parte della guardia, ma è vivo.»
Ketil estrasse il coltello. «Allora non ci serve.»
Sigrid si mise fra lui e il ferito. «Rimetti via l'arma.»
«Abbiamo poco cibo, siamo feriti e non sappiamo se ci stiano cercando. Non possiamo nutrire uno di loro.»
Nessuno parlò. La frase non conteneva nulla di falso.
Ogni ciotola data a Einar sarebbe stata sottratta a un bambino, a un anziano o a qualcuno che aveva combattuto al passo. Forse aveva partecipato alla distruzione della casa di Arvid. Forse aveva ucciso uno dei difensori sepolti sotto la neve.
«Lasciatemi fuori», disse Einar. «Finirà prima.»
«Taci.»
«Non voglio il vostro cibo.»
«Non ti è stato ancora offerto.»
«Non possiamo salvare tutti»
Arvid le aveva già udite, quelle parole. Non con quella voce, ma con lo stesso significato: la prima notte, quando Ketil aveva proposto di lasciare nella sala chi non avrebbe potuto attraversare la montagna.
Allora il viandante aveva mostrato loro la Tavola.
Ora non vi era alcuna Tavola, e nessun vecchio con un solo occhio che potesse scegliere al loro posto.
«Hai ragione. Non possiamo salvare tutti. Ma se cominciamo a decidere che qualcuno non merita di essere salvato perché appartiene al gruppo sbagliato, allora Jorund non ha perso al passo.»
«Eppure sei rimasto»
«Hai combattuto al Passo dei Morti?» — «Sì.»
«Hai ucciso qualcuno dei nostri?» — «Non so chi fossero.»
«Non ti ho chiesto i nomi.» — «Sì.»
Un uomo vicino alla porta afferrò l'ascia: aveva perduto un fratello nella battaglia. Halvard gli posò una mano sul braccio.
«Perché seguivi Jorund?»
«Perché aveva vinto.»
«Non è una risposta.»
«Perché il mio villaggio era stato distrutto tre inverni fa. I signori della costa prendevano il nostro grano e nessuno ci difendeva. Jorund arrivò con cinquanta uomini, scacciò i razziatori e ci diede parte delle loro provviste. Disse che avrebbe unito il Nord e che nessuno avrebbe più potuto trattarci come prede.»
La sua voce si spezzò. «Gli ho creduto.»
«E quando ha cominciato a bruciare i villaggi?»
«Ho continuato a credere che fosse necessario.»
«Anche i bambini erano necessari?»
«No.»
«Eppure sei rimasto.»
«Sì.»
Non cercò giustificazioni. Arvid pensò che quella ammissione pesasse più di qualsiasi tentativo di difendersi.
«Perché ti sei allontanato da lui?»
«Dopo la valanga Jorund voleva tornare al passo e recuperare i corpi dei suoi uomini — ma non per seppellirli. Cercava la runa.»
Halvard si irrigidì. «Quale runa?»
«Quella della vostra Tavola. Sostiene che sia un segno degli dèi e che chi la possiede possa reclamare la fedeltà di tutti i clan del Nord.»
«La sala è crollata durante l'incendio, ma il pavimento non ha bruciato completamente. Ha lasciato alcuni uomini a cercarla. Io ero tra loro.»
«E sei fuggito?»
«Ho visto ciò che facevano a una famiglia trovata nascosta nel bosco. Ho capito che non stavamo più costruendo un regno capace di proteggere qualcuno.»
«Lo hai capito quando è toccato a persone che potevi vedere.»
«Sì.»
Che cosa ci chiede, allora
«E se lo salviamo, che cosa facciamo dopo? Gli diamo un posto tra noi? Dimentichiamo gli uomini che ha ucciso?»
«No», rispose Halvard. «Il Patto non ci ha chiesto di dimenticare.»
«Allora che cosa ci chiede?»
Nessuno seppe rispondere immediatamente.
Il Patto era nato davanti a un pericolo chiaro. Proteggere un bambino, trascinare una slitta, restare al passo erano scelte difficili — ma nessuno aveva dubbi su chi fosse il nemico.
Ora davanti a loro vi era un uomo che era stato nemico e forse non desiderava più esserlo. La runa non poteva scegliere al loro posto.
«Salvalo», disse Arvid a Sigrid.
«Non puoi decidere per tutti.»
«Non sto decidendo che debba essere perdonato. Verrà curato. Quando sarà abbastanza forte, risponderà di ciò che ha fatto davanti a coloro che ha ferito. Se qualcuno conosce il nome dell'uomo che ha ucciso, lo dirà e quel nome verrà scritto.»
«E dopo?»
«Dopo dovrai decidere chi sei.»
«È tutto? Una scelta e il passato scompare?»
«No. Il passato non scompare. È per questo che esiste il Diario.»
«Scriveremo ciò che ha fatto. Che ha marciato con Jorund e combattuto contro di noi. Se un giorno siederà con il Branco, nessuno potrà fingere che sia sempre stato uno di noi.»
«E se ci tradisce?»
«Allora scriveremo anche quello.»
Halvard osservò a lungo Arvid. «Non abbiamo una Tavola.»
«La ritroveremo.»
«E fino ad allora?»
Arvid guardò lo spazio vuoto attorno al focolare. «Fino ad allora ne costruiremo una.»
Legni diversi
Presero le assi di una delle case crollate, le ripulirono dal ghiaccio e le unirono con chiodi recuperati. La superficie rimase irregolare e un'estremità era annerita da un vecchio incendio.
Halvard notò che non esisteva un posto adatto a chi dovesse guidare la riunione.
«Meglio così», disse Ketil. «Questa volta nessuno potrà fingere di non aver sentito.»
Le diedero una forma circolare, per quanto gli strumenti lo permettessero. Il bordo rimase imperfetto, ma tutti potevano sedersi alla stessa distanza dal centro.
Quella notte portarono Einar davanti alla nuova Tavola. Le persone occuparono ogni seggio.
Uno rimase vuoto. Non era stato preparato per lui: era semplicemente il posto che nessuno aveva preso.
Torsten — l'uomo che aveva perduto il fratello — si alzò. «Mio fratello aveva uno scudo dipinto di verde. Portava una treccia nella barba e una cicatrice sulla guancia. Lo hai visto?»
«Ho visto molti uomini.»
«Guardami. Lo hai ucciso?»
«Non lo so.»
«Una risposta comoda.»
«È l'unica che possiedo.»
Per alcuni istanti sembrò che Torsten volesse colpirlo. Poi tornò lentamente al proprio posto.
«Scriverò che hai seguito Jorund. Che hai combattuto al Passo dei Morti e che uno dei nostri potrebbe essere caduto per mano tua.» — «Perché ricordare anche ciò che ho fatto contro di voi?» — «Perché una memoria che conserva soltanto ciò che ci rende fieri è una menzogna.»
«Che cosa accadrà ora?»
Ketil indicò il seggio vuoto. «Quello non ti appartiene. Non ancora. Potrai restare finché sarai guarito. Riceverai la stessa razione degli altri feriti e nessuno potrà farti del male mentre sei sotto questo tetto.»
«Quando potrai camminare», disse Arvid, «sceglierai se partire, tornare da Jorund o restare.»
«E se volessi restare?»
«Allora dovrai dimostrare di conoscere il peso del posto che chiedi.»
«Come?»
«Quando arriverà il momento, lo saprai.»
Un ceppo sul fuoco
Le scorte diminuirono e la fame entrò nella sala insieme al freddo. I volti divennero più magri, i bambini smisero di correre, le conversazioni si fecero brevi per non sprecare energie.
Einar sopravvisse all'operazione, ma la febbre durò molti giorni. Durante le ore peggiori chiamava uomini che nessuno conosceva e chiedeva perdono a una donna di nome Yrsa.
Torsten non gli rivolse la parola. Ma una notte, quando il fuoco si abbassò e nessuno aveva più legna vicino al giaciglio, si alzò e ne aggiunse un ceppo.
Einar lo vide. Nessuno dei due disse nulla.
«Conosco un luogo»
Al dodicesimo giorno i cacciatori tornarono senza prede. Le scorte sarebbero durate meno di due settimane.
«Dobbiamo lasciare la valle. Non tutti.» Ketil non distolse lo sguardo. «Questa volta non sto proponendo di abbandonare i deboli. Un gruppo piccolo può cercare aiuto o nuove terre. Se troviamo qualcosa, torneremo.»
«E se non tornate?»
«Avrete qualche razione in più.»
Non era un tentativo di salvare i più forti: era disposto a partire sapendo che il viaggio gli sarebbe probabilmente costato la vita.
«Conosco un luogo», disse Einar dal proprio giaciglio. «A nord-ovest esiste una valle stretta che i soldati di Jorund usavano durante le campagne. Vi sono cervi e cavalli selvatici. Un torrente caldo impedisce al terreno di gelare.»
«Perché non lo hai detto prima?»
«Non sapevo se volevate davvero tenermi in vita.»
«E ora lo sai?»
Einar guardò la Tavola e il seggio vuoto.
«So che avete diviso il vostro cibo con me mentre discutevate se ne sarebbe rimasto abbastanza per i vostri figli.»
«Potrebbe essere una trappola», disse Torsten.
«Potrebbe.»
«Non è una risposta rassicurante.»
«Non ne ho una migliore. Posso soltanto guidarvi.»
«Se il luogo esiste ancora, potrete riportare carne abbastanza per superare l'inverno. Se non esiste, morirete comunque qui quando finirà il grano.»
Poi Einar guardò Torsten. «Vieni con noi.»
«Perché?»
«Perché sei l'uomo che ha più ragioni per non fidarsi di me.»
Prima di uscire, Einar si fermò accanto alla Tavola. Non guardò il seggio vuoto: posò invece una mano sul bordo del legno, nello stesso punto in cui Arvid aveva appoggiato la propria la notte della prima scelta.
«Se non torno, scrivi che ho detto la verità sul luogo.»
«Scriverò ciò che avrai fatto.»
«Invece si è voltato»
La quarta notte Arvid udì un corno. Torsten avanzava davanti agli altri; dietro venivano trascinate quattro slitte cariche di carne. Due uomini sostenevano Einar, il volto quasi interamente nascosto dalle bende.
«Che cosa è accaduto?»
«Il ghiaccio si è spezzato sotto di me. Einar mi ha spinto fuori dal torrente. Si è congelato una mano mentre mi teneva sopra l'acqua.»
Per la prima volta dopo settimane, i bambini mangiarono fino a sentirsi sazi.
Quella sera Torsten prese posto davanti alla Tavola. Il seggio vuoto si trovava alla sua destra.
«Mio fratello è morto al passo. Forse Einar lo ha ucciso. Forse no. Non credo che lo saprò mai.
Quando il ghiaccio si è spezzato, lui avrebbe potuto lasciarmi nel torrente. Nessuno lo avrebbe accusato. Sarebbe tornato con la carne e avrebbe dimostrato di averci detto la verità.»
Guardò Einar, privo di conoscenza vicino al fuoco.
«Invece si è voltato.»
Afferrò il seggio vuoto e lo trascinò vicino al giaciglio del ferito. «Quando si sveglierà, questo posto sarà suo.»
Non vi fu una cerimonia. Einar non pronunciò un giuramento e nessuno gli consegnò un'arma.
«Che cosa significa?»
«Significa che dovrai sopportarci.»
«E tuo fratello?»
«Il suo nome resterà nel Diario.»
«Anche il mio?»
«Anche il tuo.»
«Uno accanto all'altro?»
Torsten pensò alla domanda. «Non so ancora se mi piace.»
«Nemmeno a me.»
Per la prima volta, Torsten sorrise.
Le giunture rimasero visibili
Con il disgelo alcuni uomini tornarono nella valle orientale. La vecchia sala era annerita, parte del tetto crollata, le case saccheggiate.
La Tavola era ancora lì. Il fuoco aveva bruciato le panche e annerito il pavimento, ma la grande asse centrale non si era spezzata. Nella lunga fessura, protetta dal legno richiuso attorno a essa, rimaneva la scheggia incisa dal viandante.
Furono necessari otto uomini per trasportarla oltre la montagna.
Non sostituirono la nuova Tavola con quella antica. Halvard propose invece di inserire la grande asse nel centro del tavolo costruito durante l'inverno.
Legni diversi vennero uniti: quello della prima sala, quello delle case abbandonate e quello tagliato nella nuova valle formarono un'unica superficie.
Le giunture rimasero visibili e nessuno cercò di nasconderle.
Al centro, la runa tornò al proprio posto. Einar partecipò ai lavori con una mano fasciata, e quando la Tavola fu completata prese il seggio che Torsten gli aveva assegnato.
Un altro posto rimase vuoto.
«Per chi è?» domandò uno dei bambini.
Halvard guardò la porta aperta della sala. Oltre la soglia la neve si stava sciogliendo e il fiume correva nuovamente tra le pietre.
«Per il prossimo.»
Era una porta. E una porta che non viene mai aperta, per quanto solida, non è diversa da un muro.
Il seggio vuoto esiste ancora
Non è una metafora: è il posto che il branco tiene libero per chi deve ancora arrivare.
