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Dal diario · La storia

Capitolo IV — La Guerra del Corvo Rosso

Jorund trasforma la runa in un trono. I Lupi vincono la guerra e, nel momento in cui tutti li seguirebbero, rifiutano di diventare padroni.

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Durante una notte di pioggia, il fiume ruppe il ghiaccio

Il rumore svegliò l'intera sala. Le lastre si spezzarono una contro l'altra e furono trascinate a valle, urtando le pietre con un fragore che ricordava una battaglia lontana.

Nessuno celebrò con grandi parole. Dopo la fame, le ferite e il lungo inverno, bastava vedere il terreno riapparire sotto la neve per comprendere di essere sopravvissuti.

La ricostruzione

Nessuno volle nascondere le differenze

I campi vennero liberati dalle pietre e divisi non secondo i villaggi di provenienza, ma in base a ciò che ciascuna famiglia era in grado di coltivare.

La Tavola occupava il centro della sala. Il legno annerito dall'incendio contrastava con quello più chiaro delle nuove assi, ma nessuno avrebbe voluto nasconderne le differenze: ogni parte ricordava un luogo perduto, un passaggio attraversato o una scelta compiuta.

Accanto alla Tavola rimaneva il seggio vuoto.

Einar sedeva ormai con gli altri. Sigrid era riuscita a salvargli il pollice e due dita; le altre erano state amputate. Aveva assistito all'operazione senza emettere un suono, stringendo tra i denti una striscia di cuoio.

Torsten lo osservava spesso, convinto di non essere visto. Tra loro non era nata un'amicizia, almeno non nel modo in cui i cantori avrebbero potuto raccontarla. Eppure lavoravano insieme nei campi e dividevano lo stesso turno di guardia.

Il silenzio non aveva più il peso dell'odio.

Il messaggio

Il corvo sulla porta

immagine in arrivoPrimo piano di un corvo morto appeso alla porta di legno di una sala, le piume dipinte con un pigmento rosso che la pioggia non ha lavato via. Al collo una striscia di cuoio incisa con un simbolo. Luce grigia di alba, gocce d'acqua sul legno.

Lo trovarono prima dell'alba. Qualcuno gli aveva spezzato il collo e dipinto le piume di rosso. Al collo, una striscia di cuoio con il simbolo di Jorund e poche parole.

La runa appartiene a colui che unisce il Nord.

Halvard lesse il messaggio due volte, poi staccò il corvo e lo avvolse in una tela.

«Perché lo copri?»

«Perché è morto. Non ha scelto lui il colore delle proprie piume.»

«Il Corvo Rosso non era il simbolo di Jorund quando ero con lui», disse Einar. «Prima portava il corvo nero di suo padre. Se ne ha creato uno nuovo, significa che vuole essere ricordato come qualcosa di diverso.»

«Vuole essere ricordato come l'uomo sopravvissuto al Passo dei Morti.»

«E come colui che ha ricevuto il favore di Wotan», disse Halvard. «È per questo che cerca la runa.»

«Una scheggia non può renderlo ciò che non è.»

«Non deve farlo davvero. Deve soltanto convincere gli altri.»

«Dobbiamo nasconderla», propose Sigrid.

«Se la nascondiamo, confermeremo che possiede un potere.»

«Possiede già il potere che gli uomini le attribuiscono.»

«Allora dobbiamo mostrarla e raccontare la verità.»

Halvard sospirò. «La verità non viaggia veloce quanto la paura.»

La nuova legge di Jorund

I Figli del Corvo

Jorund aveva radunato i superstiti e stretto alleanze con tre capi meridionali. Sosteneva che i Lupi fossero una confraternita di stregoni responsabile della valanga, e che avessero sottratto una runa sacra destinata a chi avrebbe riunito il Nord.

Aveva anche stabilito una nuova legge: ogni famiglia doveva consegnargli il primo figlio maschio abbastanza grande da impugnare una lancia.

«Ostaggi», disse Ketil.

«Li chiama Figli del Corvo

Jorund aveva compreso che la paura dei genitori era un vincolo più saldo di qualsiasi giuramento.

«Quanti villaggi hanno accettato?» — «Molti.» — «E gli altri?» — «Bruciano.»

Hedel

«Non possiamo fingere di non aver sentito»

Tre uomini attraversarono le montagne di notte, i piedi feriti dal gelo. Il loro villaggio aveva rifiutato di consegnare i ragazzi: Jorund aveva dato tempo fino alla luna nuova.

«Non possiamo affrontare un esercito», disse Ketil — e le parole sorpresero chi ricordava con quanta decisione avesse difeso il passo. «Se usciamo da qui per combattere ogni battaglia del Nord, perderemo tutto ciò che abbiamo costruito.»

«Allora Jorund prenderà i nostri figli.»

«Lo so.»

«Siamo venuti perché raccontano che i Lupi non lascino nessuno indietro

«Il Patto non può significare che dobbiamo morire per chiunque pronunci il nostro nome.»

«No», rispose Arvid. «Ma significa che non possiamo fingere di non aver sentito.»

«E quando Jorund attaccherà qui mentre gli altri sono lontani?»

Arvid non possedeva una risposta semplice. Il viandante aveva insegnato loro a voltarsi verso chi rimaneva indietro, ma non aveva spiegato come decidere quando due persone chiamano da direzioni opposte.

«Non dobbiamo domandarci se possiamo difendere ogni villaggio. Dobbiamo domandarci perché ciascun villaggio continui a sperare di essere salvato da solo.»

Halvard · aprendo il Diario

«Jorund unisce gli uomini costringendoli a temere lui più di quanto si odino tra loro. Noi possiamo offrire un'altra scelta.»

«Un'alleanza?»

«Una Tavola più grande.»

«Vuoi portare qui tutti i capi del Nord e convincerli a dimenticare cento anni di vendette?»

«No. Voglio convincerli a rimandarle finché i loro figli non saranno più ostaggi.»

«Non convocheremo i capi per obbedire a noi», disse infine Arvid. «Li convocheremo perché possano guardarsi negli occhi e decidere se preferiscono sedersi alla stessa Tavola o inginocchiarsi separatamente

L'unico impegno sarebbe stato comune: finché il Corvo Rosso avesse tenuto in ostaggio i figli del Nord, nessun clan avrebbe combattuto contro un altro.

L'assemblea

Undici capi, nessuno accanto al proprio rivale

immagine in arrivoAll'aperto davanti a una sala troppo piccola: assi poggiate su barili e cavalletti a formare un cerchio imperfetto. Attorno, undici uomini anziani e guerrieri con mantelli e fibbie di clan diversi, seduti a disagio, nessuno guarda il vicino. Luce di tardo pomeriggio.

Per quasi un'ora discussero sulla disposizione dei posti, finché Ketil rovesciò uno sgabello e rimase in piedi.

«Se Jorund arrivasse ora, potrebbe conquistarci decidendo soltanto chi deve sedere per primo

Arvid prese posto senza attendere. Sigrid si sedette accanto a lui, sebbene alcuni protestassero perché una guaritrice non avrebbe dovuto partecipare a un consiglio di guerra. Einar occupò un seggio dalla parte opposta, sotto gli sguardi ostili di chi conosceva il suo passato.

Uno dopo l'altro, gli altri si sedettero.

«Sei tu il capo dei Lupi?» domandò Ulfar, il più anziano.

«No.»

«Allora chi lo è?»

«Dipende da ciò che deve essere fatto.»

«Un esercito non può dipendere da una discussione.»

«Nemmeno un popolo dovrebbe dipendere dalla volontà di un solo uomo», disse Halvard.

«Eppure siete venuti qui per chiedere che combattiamo la vostra guerra.»

«È già la vostra», rispose Sigrid. «Jorund ha soltanto avuto cura di raggiungervi uno alla volta.»

Quando vennero stabilite le condizioni, nessuno era soddisfatto. Proprio per questo Halvard ritenne che potessero funzionare.

Ogni valle avrebbe fornito uomini e provviste secondo le proprie possibilità. Nessuna terra conquistata sarebbe appartenuta al comandante o ai Lupi. I prigionieri non sarebbero stati uccisi senza giudizio. Le famiglie dei caduti avrebbero ricevuto sostegno da tutti i villaggi.

La battaglia di Hedel

«Il Nord è dietro di te, legato con una corda»

Jorund attaccò alla luna nuova. I Lupi arrivarono quando il villaggio bruciava già: i ragazzi erano stati legati tra loro e spinti verso la strada meridionale.

Ragnvald, uno degli uomini che avevano trascinato Jorund fuori dalla valanga, teneva un ragazzo per i capelli col coltello alla gola.

«Fate un altro passo e cominceremo da lui.»

«Jorund sostiene di voler proteggere il Nord. Perché ha bisogno di legare dei bambini?»

«Per ricordare ai padri ciò che possono perdere.»

«Un uomo che deve minacciare i figli per ottenere la lealtà dei padri non possiede davvero nessuno dei due.»

Arvid vide un movimento sul tetto della sala. Einar era arrivato. Non guardò verso di lui: continuò a parlare, costringendo Ragnvald a tenere l'attenzione sulla piazza.

«Forse ti ricorderanno che, quando Jorund cadrà, dovrai spiegare perché hai ucciso un ragazzo per un uomo che non è qui a rischiare con te.»

Per la prima volta alcuni soldati del Corvo Rosso si guardarono. Ragnvald se ne accorse.

«Jorund è il Nord.»

«Il Nord è dietro di te, legato con una corda.»

La freccia di Einar lo colpì alla spalla.

Dopo la battaglia

Il coltello della madre

La madre del ragazzo raccolse da terra il coltello con cui suo figlio era stato minacciato. Arvid le afferrò il polso.

«Lasciami.»

«Verrà giudicato.»

«Ha bruciato la mia casa. Ha ucciso mio marito.»

Ragnvald non chiedeva pietà. Sembrava quasi desiderare che la donna affondasse la lama, perché quella morte avrebbe confermato tutto ciò che Jorund raccontava sui Lupi.

«Se lo uccidi ora, per un momento sentirai di avergli tolto qualcosa. Domani scoprirai che ti ha lasciato il proprio odio.»

«E che cosa dovrei fare con il mio?»

Arvid non seppe rispondere.

«Portarlo. Finché non diventerà abbastanza leggero da non decidere più per te.»

Sigrid · togliendo lentamente il coltello dalle mani della donna

Non giudicarono Ragnvald per aver combattuto. Lo giudicarono per aver preso ostaggi, incendiato case con persone dentro e ucciso chi aveva deposto le armi.

«Ho eseguito gli ordini.»

Einar era seduto dall'altra parte della Tavola. «Anch'io lo dicevo.»

«Traditore.»

«Sì. Ho tradito Jorund. Tu hai tradito te stesso molto prima.»

Fu condannato a lavorare alla ricostruzione di Hedel sotto sorveglianza, finché le famiglie che aveva danneggiato non avessero deciso il suo destino. Sembrò considerare la sentenza più umiliante di un'esecuzione.

Il peso del comando

Ketil cambiò

All'inizio ascoltava ogni capo, spiegava le proprie decisioni e tornava alla Tavola dopo ogni operazione. Con i mesi cominciò a dormire meno, parlare più in fretta e considerare ogni dissenso un ritardo pericoloso.

Le sue decisioni erano spesso corrette. Proprio per questo diventava sempre più difficile opporsi.

Una sera ordinò di occupare un villaggio che aveva fornito provviste al Corvo Rosso. Gli abitanti non avevano combattuto: avevano consegnato il grano perché Jorund teneva prigionieri alcuni dei loro figli.

«Se li lasciamo impuniti, ogni villaggio potrà sostenere di essere stato costretto.»

«Lo erano.»

«Tutti sono costretti dalla guerra. Anche noi.»

«Noi abbiamo scelto di partecipare.»

«Perché non avevamo alternativa.»

Sigrid lo guardò. «È esattamente ciò che direbbe Jorund.»

Ketil si alzò con tanta violenza da rovesciare il seggio. La sala tacque.

Per un momento Arvid vide nei suoi occhi non rabbia, ma paura. Aveva guidato centinaia di uomini e sapeva che ogni esitazione poteva costare vite. Il peso del comando lo aveva convinto che soltanto lui comprendesse quanto fosse fragile l'alleanza.

Raddrizzò il seggio. «Non sono Jorund.»

«No», disse Arvid. «Ma non basta saperlo una volta. Bisogna scegliere di non diventarlo ogni giorno.»

Poi annullò l'ordine. Quella notte rimase solo davanti alla Tavola fino all'alba.

La fortezza

Raudheim

In autunno Jorund si ritirò nella Fortezza di Raudheim. Dentro erano raccolti i soldati più fedeli, le scorte sottratte ai villaggi e quasi cento ragazzi ancora trattenuti come ostaggi.

«Jorund conta proprio su un assalto frontale», disse Ketil. «Vuole che perdiamo abbastanza uomini da costringere le valli a tornare a casa.»

Einar ricordava un canale utilizzato per portare l'acqua dalla sorgente sotto la collina. «Un piccolo gruppo potrebbe entrare. Ma se hanno chiuso il passaggio dall'interno, resteremo intrappolati.»

Torsten si offrì prima ancora che terminasse.

Sigrid non tentò di impedire ad Arvid di andare. Gli consegnò un involto di bende e il piccolo coltello che aveva già usato al Passo dei Morti.

«Questa volta cerca di restituirmelo senza coprirlo del tuo sangue.»

Strisciarono dentro il canale con l'acqua fino al petto. Einar guidava, tastando il muro con la mano mutilata per riconoscere le deviazioni.

Trovarono la grata. Era stata rinforzata.

Dall'altra parte, dei passi. Il gruppo si preparò a combattere, ma la figura che apparve portava una lampada e non impugnava un'arma: un ragazzo di forse quindici anni, con una piuma rossa cucita sulla tunica.

«Leif.»

«Pensavo che fossi morto.»

«Anch'io, per qualche tempo.»

Il ragazzo estrasse una chiave. «Jorund ha detto che li ucciderà quando comincerà l'assalto.»

«Perché ci aiuti?»

«Mio fratello ha disertato. Jorund ha impiccato nostra madre.»

La sala di Jorund

L'asse diventata trono

immagine in arrivoSala illuminata da torce. Un uomo sulla quarantina, mantello rosso, spada sulle ginocchia, seduto su un seggio costruito sopra una struttura di pietra: lo schienale e una grande asse di legno antico e annerito, sollevata verticalmente come le ali di un trono. Al centro dell'asse, sopra la sua testa, una piccola scheggia scura con una runa incisa.

Durante l'estate una piccola forza del Corvo Rosso aveva raggiunto la valle occidentale mentre gran parte dei guerrieri era lontana. Un uomo era entrato dal tetto e aveva strappato dal centro della Tavola l'asse antica contenente la runa. Halvard aveva cercato di fermarlo ed era stato ferito.

Quando Arvid ed Einar entrarono nella sala, trovarono il Corvo Rosso seduto sopra quell'asse. L'aveva fatta sollevare su una struttura di pietra, trasformandola nello schienale di un grande seggio. La runa appariva sopra la sua testa e il legno annerito si estendeva ai lati come le ali di un trono.

«Non hai compreso nulla.»

Jorund accarezzò il legno. «Ho compreso che gli uomini hanno bisogno di simboli. Voi avevate una Tavola e una storia. Io ho dato a quella storia un regno.»

«Hai dato alla paura un'insegna.»

«E tu hai radunato un esercito. Guardati, Arvid. Sei venuto con guerrieri di undici valli. Hai comandanti, prigionieri e uomini che portano il vostro lupo sugli scudi. Dici di essere diverso da me perché vi sedete in cerchio prima di decidere chi uccidere?»

Quelle parole trovarono un punto già dolorante. Arvid aveva visto l'esercito crescere, i capi chiedere a Ketil di governare anche dopo la guerra, il Patto diventare una bandiera sotto cui marciavano persone che non avevano mai seduto alla Tavola.

«Potremmo diventare come te», ammise.

«Allora sai che ho ragione.»

«No. So perché dobbiamo continuare a scegliere.»

«Le scelte sono un lusso per chi non porta il peso di un popolo. Quando gli uomini hanno fame, non vogliono una Tavola: vogliono qualcuno che ordini dove trovare il grano.»

«Tu non li mandi a morire per salvarli. Li mandi a morire perché senza di loro non saresti nulla.»

«Senza di me il Nord tornerà a divorarsi.»

«Forse. Ma almeno sarà libero di scegliere qualcosa di migliore.»

«Hai sempre avuto bisogno degli altri. Al passo, nella valle, ora qui. Da solo non sei nulla.» — «È questo che non hai mai capito. Non desidero essere qualcosa da solo.»

Arvid · a Jorund, figlio di Sten

Torsten entrò dalla porta principale, scagliò la propria ascia deviando la spada di Jorund e lo travolse con lo scudo. Il Corvo Rosso cadde ai piedi del trono.

Einar gli appoggiò una lama alla gola.

«Fallo.»

«Per anni ho creduto che ucciderti avrebbe cancellato ciò che ho fatto per te.»

«Non cancellerà nulla.»

«Lo so.»

Abbassò l'arma. Torsten gli legò le mani.

«Avete paura di uccidermi.»

«No», disse Arvid rialzandosi. «Abbiamo paura di quanto sarebbe facile.»

La Fortezza di Raudheim cadde prima dell'alba. Non venne saccheggiata.

Ketil ordinò di distribuire le provviste ai villaggi ai quali erano state sottratte e di registrare ogni quantità. I feriti del Corvo Rosso vennero curati insieme a quelli dell'alleanza. I corpi furono raccolti senza distinguere le insegne.

Il giudizio

«Il mio comando termina oggi»

Per tre giorni ascoltarono testimonianze. Parlarono madri alle quali erano stati sottratti i figli, uomini sopravvissuti agli incendi, soldati costretti a eseguire ordini, famiglie dei guerrieri morti al Passo dei Morti. Einar raccontò tutto ciò che aveva fatto mentre lo serviva.

Jorund ascoltò senza mostrare rimorso.

«Mi giudicate perché ho fallito. Se avessi vinto, chiamereste necessarie le stesse azioni che oggi definite mostruose.»

Alcuni abbassarono gli occhi.

«Ho spezzato pochi uomini per impedirne a molti di dividersi. Ho preso figli perché i padri mantenessero la parola.» Guardò Ketil. «Tu lo comprendi. L'unica differenza tra noi è che tu hai avuto cantori migliori.»

immagine in arrivoInterno della sala. Un uomo con la gamba rigida, appoggiato a un bastone, si toglie dal collo un simbolo e lo depone al centro di una grande tavola circolare fatta di legni diversi con giunture visibili. Attorno, seduti, i rappresentanti di undici valli lo guardano in silenzio. Al centro della tavola, incastrata, una scheggia con una runa.

Ketil rimase seduto. «La differenza è che il mio comando termina oggi.»

Si tolse dal collo il simbolo affidatogli dall'alleanza e lo depose sulla Tavola.

«L'esercito verrà sciolto. Ogni uomo tornerà alla propria valle. Le decisioni future apparterranno nuovamente a coloro che dovranno viverne le conseguenze.»

«E quando torneranno a combattersi?»

«Allora dovranno scegliere di nuovo.»

«Scegliere è ciò che fanno i deboli quando non possiedono la forza di imporre.»

«No. Imporre è ciò che fanno gli uomini quando temono che nessuno li sceglierebbe liberamente.»

Halvard · chiudendo il Diario
La sentenza

Privo di nome, di terra e di protezione

La sentenza non fu la morte.

Jorund venne dichiarato privo di nome, terra e protezione. Nessun villaggio avrebbe potuto offrirgli ospitalità, nessun uomo avrebbe dovuto obbedirgli, nessuna insegna avrebbe potuto essere sollevata in suo nome. Gli vennero consegnati un mantello, tre giorni di cibo e un coltello da viaggio.

Molti protestarono. Le famiglie delle vittime chiedevano sangue. Persino Arvid dubitava della decisione.

Fu Torsten a difenderla. «Jorund ha vissuto credendo che gli uomini gli appartenessero. Lasciate che scopra chi è quando nessuno lo segue.»

immagine in arrivoPrima neve vicino a una gola di montagna. Un mantello rosso impigliato fra i rami bassi di un albero. Sul terreno, impronte di un uomo che procedono verso la montagna e accanto quelle di due lupi, uno grande e uno piu leggero. Le impronte umane si interrompono; quelle dei lupi proseguono.

Due guerrieri lo accompagnarono fino al Passo dei Morti. Lo videro incamminarsi da solo lungo il sentiero coperto dalla prima neve. Non si voltò.

Tre giorni dopo i cacciatori trovarono il suo mantello rosso impigliato tra i rami. Non vi era sangue. Non trovarono il coltello, le provviste o il corpo.

Sulla neve apparivano le impronte di un uomo dirette verso la montagna. Accanto correvano quelle di due lupi, uno grande e uno più leggero. Dopo alcune centinaia di passi, le tracce dell'uomo scomparivano.

Quelle dei lupi continuavano.

Dopo

La guerra finì, ma non portò un regno

Ketil mantenne la promessa e sciolse l'esercito. Le valli ripresero le proprie vite, le dispute sui pascoli tornarono e alcuni antichi rancori riemersero quasi immediatamente.

Eppure ogni primavera i rappresentanti cominciarono a riunirsi attorno alla Tavola. Non obbedivano ai Lupi e non sempre raggiungevano un accordo: a volte le assemblee terminavano con insulti, porte sbattute e minacce che l'anno successivo nessuno sarebbe tornato.

Ma tornavano. Avevano visto che esisteva un modo di unirsi diverso dalla paura.

Nella sala della valle occidentale il seggio vuoto rimaneva al proprio posto. Alcuni giorni veniva occupato da un viandante, un ex nemico o il rappresentante di un villaggio che non aveva mai partecipato prima.

Quando accadeva, un nuovo seggio veniva costruito e lasciato libero accanto alla porta.

Arvid comprese allora che il Branco non avrebbe mai potuto essere completato. Se fosse diventato una stirpe chiusa, convinta di possedere la verità e destinata a guidare gli altri, la Tavola avrebbe cominciato lentamente a trasformarsi in ciò che Jorund aveva tentato di farne.

Un trono.

La Guerra del Corvo Rosso era stata la prima grande vittoria dei Lupi di Wotan.

Non perché avessero conquistato una fortezza. Non perché avessero sconfitto un esercito o costretto undici valli a combattere insieme.

Avevano vinto perché, nel momento in cui tutti avrebbero accettato di seguirli, avevano rifiutato di diventare padroni.

La Tavola non era il luogo dal quale si governava il Branco. Era il luogo nel quale persino chi aveva guidato un esercito doveva imparare, alla fine, a deporre il proprio potere e tornare uomo.

Il Diario · sulla Guerra del Corvo Rosso
La prossima cosa

Il Custode non siede più in alto degli altri

Mille anni dopo, nella sala della Mist, la Tavola è ancora perfettamente circolare e non ha un capotavola. Non è un caso.

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