Passarono sette inverni dalla caduta del Corvo Rosso
La valle cambiò lentamente, senza che nessuno riuscisse a stabilire in quale momento avesse smesso di essere un rifugio e fosse diventata una casa.
Ogni primavera arrivavano uomini dalle altre valli per l'assemblea. Non sempre ripartivano soddisfatti, e più di una volta le discussioni proseguirono all'esterno perché qualcuno aveva rovesciato un seggio.
L'anno seguente, quasi tutti tornavano.
Una Tavola perfetta non avrebbe raccontato nulla
Ogni volta che un nuovo villaggio chiedeva di partecipare alle assemblee, veniva aggiunta un'asse al bordo esterno. Il falegname si lamentava perché la forma circolare era sempre più difficile da mantenere e le assi provenivano da alberi diversi, incapaci di adattarsi senza lasciare fessure.
Halvard gli rispondeva che una Tavola perfetta non avrebbe raccontato nulla.
Le persone che avevano conosciuto il Viandante guardavano la runa con rispetto.
Quelle nate dopo la Guerra del Corvo Rosso la osservavano in un altro modo. Per loro non era il ricordo di una scelta compiuta da uomini spaventati durante una tempesta. Era un oggetto leggendario: la scheggia dell'Albero dei Mondi, il segno consegnato da Wotan alla Stirpe, la prova che i Lupi fossero diversi dagli altri uomini.
«Sei Lupi contro trecento»
Un gruppo di giovani si era raccolto attorno alla Tavola credendo di essere solo. Uno di loro raccontava il Passo dei Morti.
«Arvid si trovava al centro del passo con la lancia di Wotan, mentre Geri e Freki combattevano ai suoi lati. Quando Jorund avanzò, Arvid colpì la montagna e ordinò alla neve di cadere.»
Arvid ricordava molto bene quella giornata. Non aveva posseduto alcuna lancia divina, aveva perso la propria arma quasi subito e si trovava nella neve con il coltello di Sigrid e il sangue di un altro uomo sulle mani.
Entrò nella sala. «Continua.»
«Io… avevo quasi terminato.»
«Ero curioso di sapere che cosa avrei fatto dopo aver comandato alla montagna.»
Arvid parlò del freddo, della fame e della paura. Raccontò del ragazzo di sedici anni morto durante il terzo assalto, del pescatore che aveva trascinato con sé un nemico, del fabbro vissuto abbastanza a lungo da sapere che la colonna era arrivata.
Non descrisse uomini invincibili: descrisse persone che avevano commesso errori, esitato e desiderato fuggire.
Quando terminò, il giovane sembrava deluso.
«Ma Geri e Freki erano lì.» — «Li abbiamo visti sulla cresta.» — «E hanno provocato la valanga.» — «Forse.» — «Tu non lo sai?» — «No.»
«E Wotan? Il Viandante era davvero Wotan?»
«Aveva un occhio solo, viaggiava con due lupi e sapeva cose che nessuno gli aveva raccontato.»
«Quindi era lui.»
«Non gli abbiamo mai chiesto di dimostrarlo.»
«Se non sappiamo che fosse Wotan, perché ci chiamiamo Lupi di Wotan?» — «Per ricordarci ciò che dovremmo diventare, non per dichiarare ciò che siamo.»
Il giovane si chiamava Leif. Era stato lui, a quindici anni, ad aprire la grata del canale di Raudheim e a condurli verso i Figli del Corvo. Jorund aveva fatto impiccare sua madre dopo la diserzione del fratello.
La gratitudine e il dolore erano cresciuti insieme, intrecciandosi fino a diventare difficili da distinguere.
«Ma siamo diversi dagli uomini di Jorund.»
«Lo siamo stati quando abbiamo scelto diversamente.»
«E se un giorno smettessimo?»
«Allora il nostro nome non ci salverebbe.»
«Anch'io ero chiunque, quando sono arrivato»
L'inverno arrivò prima del previsto e quasi trenta viandanti rimasero bloccati nella sala. Le antiche rivalità riemersero.
Una sera Leif trovò due viandanti seduti alla Tavola. Uno aveva posato una coppa sull'asse antica, tanto vicino alla runa che parte della bevanda si era rovesciata sul legno.
«Alzatevi. Questa non è una tavola da locanda.»
«Credevo fosse legno.»
Leif lo spinse. Non con forza sufficiente a farlo cadere, ma abbastanza da cambiare il silenzio nella sala.
Einar fu il primo a intervenire. «Ha chiesto scusa.»
«Non sa per che cosa.»
«Allora spiegaglielo.»
«Alcune cose non devono essere spiegate a chiunque.»
«Anch'io ero chiunque, quando sono arrivato.»
«Tu avevi combattuto al passo.»
«Contro di voi.»
«E hai scelto il Branco.»
«Dopo che il Branco ha scelto di non lasciarmi morire.»
Einar prese la coppa e la restituì al viandante. «La Tavola non appartiene nemmeno a noi.»
«Allora perché la proteggiamo?»
La domanda rimase senza risposta — non perché Einar non ne avesse una, ma perché Halvard cominciò a tossire.
Nove giorni
«Devi coricarti.» — «Sto scrivendo.» — «Scriverai domani.»
Halvard guardò il Diario. «È una promessa pericolosa, alla mia età.»
Sigrid non sorrise.
Quando furono soli, ascoltò il suo respiro. «È nei polmoni.»
«Puoi curarlo?»
«Posso aiutarlo a respirare.»
«Non ti ho chiesto questo.»
«Lo so.»
Il volume non era più composto soltanto dalle incisioni iniziali: alcuni mercanti avevano donato pergamene, una donna della costa aveva cucito una copertina di cuoio, le tavolette più antiche erano state legate insieme e inserite all'inizio.
«È troppo pesante», disse Halvard.
«Possiamo dividerlo in più volumi.»
«Non parlavo del libro.»
«Che cosa cambierebbe?»
«Hai spinto un ospite.»
«Ha mancato di rispetto alla Tavola.»
«La Tavola non ha bisogno che tu la vendichi.»
«Qualcuno deve proteggerla.»
«Proteggere qualcosa significa impedire che venga distrutta. Non impedire che venga toccata.»
«Se permettiamo a chiunque di sedersi, il Patto non avrà più valore.»
«Il Patto non vale perché è raro.»
«Allora dimmi la verità. Il Viandante era Wotan?»
«Che cosa cambierebbe?»
«Saprei che tutto questo ha un significato.»
«Ne avrebbe meno. Se Wotan ci avesse ordinato ogni scelta, il merito apparterrebbe a lui. Il Passo dei Morti non sarebbe stato il luogo in cui alcuni uomini decisero di restare, ma quello in cui obbedirono a un dio.»
«Perché nessuno vuole dirmi nulla con certezza?»
«Perché la certezza è ciò che cercano gli uomini stanchi di scegliere. Jorund offriva certezze: sapeva chi doveva comandare, chi obbedire e chi poteva essere sacrificato. Noi non possiamo diventare migliori di lui sostituendo le sue certezze con le nostre.»
«Se il Patto può appartenere a tutti, allora noi che cosa siamo?»
«Coloro che devono esserne degni per primi.»
«Non è abbastanza.»
«No», disse Halvard. «Non lo è mai.»
Leif uscì senza salutarlo.
Nasce il Custode
Solveig era nata nella valle durante il primo inverno dopo la guerra. Non aveva combattuto battaglie e non apparteneva a una famiglia influente: durante le assemblee sedeva vicino alla parete e registrava ciò che veniva deciso.
Parlava raramente, ma riusciva a ripetere le parole di ogni persona con una precisione che spesso metteva fine alle dispute su chi avesse promesso cosa.
Halvard le porse il Diario. Solveig non lo prese.
«Il Diario dovrebbe andare a lui. È stato il primo a incidere i nomi.»
«Proprio per questo vi è già dentro.»
«A Ketil, allora. O a Einar.»
«Tutti loro hanno guidato uomini. Se uno di loro custodisse il Diario, le persone comincerebbero a credere che la memoria appartenga a chi possiede autorità.»
«Io non possiedo autorità.»
«È una buona ragione per cominciare da te.»
«Non saprei decidere che cosa merita di essere scritto.»
«Nessuno lo sa.»
«Tu lo sai.»
«Ho trascorso molti anni a fingere.»
«Dovrai impedire che il Diario diventi un libro di risposte.» — «Che cosa deve diventare?» — «Una domanda abbastanza lunga da attraversare le generazioni.»
Il mondo non cambiò
Halvard morì prima dell'alba del nono giorno.
Arvid era seduto accanto a lui e si accorse che il respiro si era fermato soltanto quando il silenzio durò più a lungo del solito. Fuori, la neve cadeva lentamente, senza vento. Nella sala qualcuno aggiungeva legna al fuoco e un bambino piangeva perché aveva perso un guanto.
Il mondo non cambiò.
Nessun corvo attraversò il cielo. Non si udirono tuoni e i lupi non ulularono dalle montagne.
Halvard era vivo. Poi non lo fu più.
«Pensavo che sarebbe stato diverso.»
«Anche lui.»
«Avrebbe dovuto morire davanti alla Tavola.»
«Perché?»
«Perché era Halvard.»
Sigrid coprì il corpo. «È morto dove muoiono quasi tutti gli uomini. In una stanza, mentre gli altri continuavano a vivere.»
«I cantori cambieranno anche questo.»
«Allora Solveig scriverà la verità.»
Arrivarono rappresentanti di Hedel, delle comunità costiere e dei villaggi che un tempo avevano servito Jorund. Ragnvald, ormai libero dopo anni trascorsi a ricostruire le case che aveva incendiato, camminò per due giorni con un bastone per rendere omaggio all'uomo che aveva registrato la sua confessione senza cancellare il suo nome.
La runa scomparve
Il legno, che per anni si era stretto attorno alla scheggia, era stato tagliato con una lama sottile. Chi l'aveva rimossa aveva lavorato con pazienza, probabilmente durante la notte, mentre tutti vegliavano il corpo di Halvard.
Il sospetto attraversò la sala con una rapidità spaventosa. Un uomo accusò Ragnvald. Qualcuno ricordò che i mercanti della costa avevano chiesto quanto valesse la scheggia. Due giovani afferrarono un viandante.
«Lasciatelo», ordinò Arvid. Nessuno obbedì immediatamente.
Leif entrò mentre gli uomini controllavano i depositi. Sul bordo di uno dei suoi guanti vi era polvere di legno scuro.
La sala si fece immobile.
«Dov'è?» domandò Solveig.
Il giovane non rispose.
«Dove hai portato la runa?»
«In un luogo sicuro.»
«Perché?»
«Perché nessuno la proteggeva. Dove chiunque poteva toccarla, rovesciarvi sopra da bere o pretendere di sedersi come se gli appartenesse.»
Einar avanzò. «Non appartiene neppure a te.»
«Appartiene ai Lupi.»
«Io sono un Lupo?»
Leif esitò. «Sì.»
«Ragnvald?»
L'ex comandante del Corvo Rosso abbassò lo sguardo.
«Non è la stessa cosa.»
Torsten si avvicinò lentamente. «Mio padre non sedeva alla Prima Tavola. Io non ho visto il Viandante. Sono meno Lupo di te?»
«Non possiamo continuare ad aprire la porta a tutti. Prima o poi qualcuno userà il Patto contro di noi.»
«È già accaduto», disse Einar. «Jorund lo ha fatto mentre la runa era nelle nostre mani.»
«Halvard non avrebbe dovuto affidarlo a te», disse Leif a Solveig.
«Perché?»
«Non hai combattuto al passo. Non eri a Raudheim. Non hai perso nessuno per il Corvo Rosso.»
«Ho perso mio padre.»
«Non in guerra.»
«È meno morto?»
Solveig si avvicinò fino a trovarsi davanti a lui. «Halvard non mi ha consegnato il Diario perché conoscessi meglio di te il dolore. Me lo ha consegnato perché non desideravo possederlo.»
«E ora che cosa farai? Scriverai che ho tradito il Branco?»
«Scriverò che hai avuto paura.»
«Io non ho paura.»
«Hai paura che il Patto non sia abbastanza forte da sopravvivere senza essere nascosto. Hai paura che noi non siamo davvero diversi dagli altri uomini. Hai paura che, se la runa fosse soltanto legno, tutto ciò che hai perduto non avrebbe avuto un significato.»
«Non parlare di mia madre.»
«Non sto parlando di lei. Sto parlando di ciò che hai costruito intorno alla sua morte.»
Il luogo in cui mettiamo ciò che non deve più cambiare
Lo trovarono davanti a una piccola costruzione di pietra coperta dalla neve. Aveva deposto la scheggia dentro una cavità insieme a una spada, alcune monete e i resti di un elmo.
«Nessuno entra qui. La runa sarebbe rimasta al sicuro.»
«Al sicuro da chi?»
«Da tutti.»
«Anche dai Lupi.»
«Un giorno l'avrebbero ritrovata, quando fossero stati pronti.»
«E chi avrebbe deciso quel giorno?»
Leif non rispose.
Solveig si inginocchiò davanti alla cavità. Non prese immediatamente la scheggia.
«Hai scelto una tomba.»
«È il luogo più protetto della valle.»
«È anche il luogo in cui mettiamo ciò che non deve più cambiare.»
«Il Patto non dovrebbe cambiare.»
«Le parole forse no. Le persone devono farlo.»
«Un giorno qualcuno userà il nome dei Lupi per ottenere potere», disse Arvid. «Qualcuno cambierà il significato del Patto, mentirà sul Diario o trasformerà la Tavola in un simbolo vuoto. Noi non possiamo impedirlo per sempre.»
«Allora tutto ciò che abbiamo fatto è inutile.»
«No. Significa soltanto che nessuna generazione può compiere la scelta al posto di quella successiva.»
«Questa potrebbe ricordarglielo.»
«Soltanto se potranno vederla.»
«Potrebbero distruggerla.»
«Sì.»
La sincerità della risposta lo ferì più di una rassicurazione.
«Anch'io volevo proteggere il Nord quando seguii Jorund. Io andai molto più lontano prima di capire. Ma la strada comincia nello stesso punto: nel momento in cui crediamo che la nostra intenzione ci renda incapaci di diventare ingiusti.»
Leif entrò nella tomba e raccolse la scheggia. Non la consegnò ad Arvid: la porse a Solveig.
«Scriverai il mio nome?»
«Sì.»
«Tra i traditori?»
«Il Diario non possiede una pagina per i traditori.»
«Dove mi metterai?»
«Tra coloro che devono ancora scegliere che cosa fare dopo il proprio errore.»
Solveig depose la scheggia nella fessura. Il legno non si richiuse immediatamente: il taglio prodotto da Leif restava visibile e parte della runa emergeva più di prima.
Arvid pensò che fosse giusto. La Tavola avrebbe conservato anche quella ferita.
I due lupi guardavano a nord
Dalla montagna arrivò un ululato. Sulla cresta settentrionale erano apparsi due lupi.
Non guardarono il fuoco. Rimasero rivolti verso nord, oltre la montagna, dove le terre non comparivano sulle mappe tracciate durante le assemblee.
Poi cominciarono a camminare. Non scesero verso la valle: seguirono la cresta e scomparvero oltre il versante.
Le persone attesero un segno, un tuono o la voce del Viandante. Non accadde nulla. L'ululato non tornò.
«Ci hanno lasciati», disse Leif.
Arvid non seppe se parlasse dei lupi, di Halvard o degli dèi.
«Forse. Forse perché sappiamo già abbastanza per sbagliare da soli.»
La pagina che Halvard non aveva mai mostrato
La chiave consegnata da Sigrid apriva una piccola cassa. Dentro vi era un involto di pelle con un foglio scritto molti anni prima.
Se queste parole vengono aperte, significa che il Branco ha costruito una casa abbastanza forte da temere di lasciarla.
Halvard raccontava di una visione avuta durante il primo inverno: il Viandante seduto davanti a una Tavola interamente coperta dalle radici. Gli uomini continuavano ad aggiungere assi per accogliere nuovi seggi, ma le radici crescevano sotto il pavimento finché nessuno riusciva più ad allontanarsi.
Al risveglio aveva trovato due impronte di lupo davanti alla porta della sala.
La pagina conteneva una mappa. Non era dettagliata: mostrava il corso del fiume, le montagne settentrionali e un'antica via che attraversava territori sconosciuti. Accanto alla linea, Halvard aveva scritto una sola parola.
Midgard.
«Midgard è questo mondo», disse Torsten.
«Per alcuni», rispose Solveig. «Per altri è una terra oltre le montagne, dove i regni del Nord si incontrano.»
«Sembra il genere di luogo dal quale dovremmo mantenerci lontani.»
«Per questo probabilmente andremo», disse Sigrid.
Il Branco si divise senza spezzarsi
Ketil annunciò che sarebbe rimasto. «La mia gamba non attraverserà un'altra montagna.» Poi guardò la sala e le persone giunte dalle valli vicine. «E qualcuno dovrà impedire che trasformiate tutto questo in una leggenda mentre siete lontani.»
Torsten restò con lui: le famiglie dei caduti dipendevano ancora dalle provviste dell'assemblea.
Einar scelse di partire. «Ho trascorso metà della vita seguendo l'uomo sbagliato e l'altra metà cercando di riparare la strada percorsa. Vorrei vedere dove conduce una via che non ho scelto per paura.»
Sigrid non ebbe bisogno di dichiarare la propria decisione: quando Arvid la guardò, stava già preparando l'elenco delle erbe e delle scorte.
Solveig sarebbe partita con il Diario. La scelta provocò molte proteste.
«La memoria della Stirpe dovrebbe restare nella sala.»
«La memoria non è la sala.»
«E se il Diario andasse perduto?»
«Ne copieremo le pagine.»
Per tutto l'inverno, Solveig e altri tre scribi copiarono nomi, racconti e leggi su pergamene separate. Una versione sarebbe rimasta nella valle. L'originale avrebbe seguito coloro che partivano.
Quando arrivò la primavera, la Tavola venne smontata. Non tutta.
Ketil insistette perché una parte rimanesse nella sala: portarla interamente avrebbe significato dichiarare che il vero Branco stava partendo e che chi restava era soltanto custode di una casa vuota.
Il legno raccolto nella valle occidentale rimase con Ketil. L'asse antica, quella contenente la runa, sarebbe stata portata verso nord. Un giorno, se il viaggio fosse terminato, altri legni l'avrebbero nuovamente circondata.
«Partirò», disse Leif l'ultima notte.
«Per proteggere la runa?»
«Per imparare a non farlo nel modo sbagliato.»
Rimasero in silenzio.
«Halvard mi avrebbe perdonato?»
«Non puoi più chiederglielo.»
«Tu che cosa pensi?»
«Penso che non gli sarebbe interessato sapere quanto ti dispiace. Avrebbe voluto vedere che cosa farai la prossima volta che avrai paura.»
Poi continuò a camminare anche senza di esse
Ketil accompagnò Arvid fino al limite della valle.
«Un tempo credevo che restare fosse sempre la scelta più difficile.»
«A volte lo è.»
«Tornerai?»
«Non lo so.»
Ketil annuì. Non chiese promesse.
Erano poco più di quaranta. Trasportavano il Diario, l'asse antica e il recipiente contenente il fuoco della sala.
Quando raggiunsero la prima cresta, Arvid si voltò. Ketil e Torsten erano ancora fermi lungo il sentiero. Sollevò una mano; i due uomini risposero. Poi la distanza cancellò i loro volti.
Geri e Freki non erano più visibili. Avevano lasciato soltanto impronte che il sole stava già sciogliendo.
Arvid le seguì finché scomparvero.
Poi continuò a camminare anche senza di esse.
Non era l'inverno in cui il dio li aveva abbandonati. Era quello in cui avevano smesso di attendere che un dio scegliesse la strada al posto loro.
Davanti al Branco si estendevano montagne che nessuno aveva attraversato
Da qualche parte oltre le cime esisteva una terra chiamata Midgard, dove regni antichi si contendevano fortezze, fiordi e passi coperti dalla neve.
