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Dal diario · La storia

Capitolo II — Il Passo dei Morti

Venti persone restano a un passo di ghiaccio per comprare il tempo a chi fugge. È lì che la Stirpe riceve il suo nome.

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All'alba la tempesta non era cessata, ma aveva cambiato voce

Durante la notte il vento aveva colpito la sala con la furia di qualcosa che volesse abbatterne le pareti. Ora scendeva dalla montagna in raffiche più lunghe e profonde, sollevando veli di neve che cancellavano ogni traccia pochi istanti dopo che era stata lasciata.

Arvid non aveva dormito.

immagine in arrivoVista dall'alto e da dietro: una lunga colonna di trenta persone con slitte cariche che sale un sentiero stretto attraverso una foresta fittissima di abeti carichi di neve. Luce grigia, nessun sole. Strisce di stoffa legate ai tronchi a segnare la via.
La notte prima

Nessuno parlò più di lasciare indietro gli anziani

Per tutta la notte la sala era stata attraversata da uomini e donne che trasportavano provviste, tendevano corde, smontavano panche e trasformavano assi in slitte. I cacciatori avevano tracciato sulla Tavola le vie attraverso la montagna.

La decisione presa attorno alla Tavola non aveva reso il compito più semplice. Aveva soltanto eliminato la possibilità di alleggerirlo sacrificando qualcun altro.

Ketil aveva diviso gli uomini capaci di combattere in tre gruppi. Il terzo — i più esperti, e chiunque fosse disposto a restare — avrebbe raggiunto il passo per rallentare Jorund.

Quando aveva letto quei nomi, Arvid aveva trovato anche il proprio. Sigrid aveva preso la tavoletta e lo aveva cancellato con la lama del coltello.

Arvid lo aveva inciso di nuovo.

«Non riuscirai a sollevare uno scudo.»

«Allora non me ne daranno uno.»

«Potresti riaprire la ferita prima ancora di raggiungere il passo.»

«Allora cercherò di cadere in un punto scomodo.»

Sigrid serrò il nodo con più forza del necessario. «Non è coraggio. Voler morire perché non sai che altro fare.»

«Non voglio morire.»

«Ieri sembravi molto disposto.»

«Ieri non conoscevo nessuno qui.»

Arvid indicò Halvard, che distribuiva grano senza chiedere da quale villaggio venissero le persone che lo ricevevano. Poco distante, Ketil insegnava a due ragazzi come tenere una lancia abbastanza bassa da fermare un uomo in corsa. Una donna anziana era seduta su una slitta, avvolta in coperte, mentre i nipoti legavano ai lati ciò che non aveva voluto abbandonare.

«Ora so per chi dovrei restare.»

«Se la ferita si apre, non morirai al passo. Ti trascinerò personalmente lungo tutta la montagna soltanto per poterti uccidere nella sala.»

La salita

I corvi si alzarono dalla foresta

I cacciatori avanzavano davanti, segnando con strisce di stoffa gli alberi da seguire. Dietro, le slitte con gli anziani, i feriti e i bambini più piccoli; ai lati gli uomini armati.

«Sei una guaritrice o un comandante?» chiese Arvid a Sigrid, dopo che aveva rimproverato un uomo per aver ceduto parte della propria razione al figlio.

«Sono una guaritrice. Per questo devo comandare chi non sa mantenersi vivo.»

A metà del versante un corvo si alzò dalla foresta alle loro spalle, seguito da molti altri.

«Jorund ha raggiunto la sala. I suoi uomini hanno trovato le tracce delle slitte. Alcuni sono già ripartiti.»

«Quanti?»

«Più di cinquanta. Gli altri li seguiranno.»

Ketil guardò la colonna: i bambini cominciavano a faticare, una slitta aveva perso un pattino, il sentiero sarebbe diventato più ripido. «Non arriveremo tutti dall'altra parte prima di loro.»

Il luogo

Il Passo dei Morti

immagine in arrivoUn corridoio di ghiaccio fra due pareti di roccia quasi verticali, largo pochi metri, dove il sole non arriva mai. Sulle creste in alto la neve sporge in una grande cornice attraversata da crepe scure. Vento che solleva polvere di neve dentro la gola.

In estate era poco più di una gola stretta, attraversata da pastori e mercanti. D'inverno diventava un corridoio di ghiaccio sul quale il sole non cadeva mai direttamente.

Il nome lo aveva ricevuto molte generazioni prima, quando due clan si erano affrontati per il controllo della via. La battaglia era durata un giorno intero e, secondo le storie, in primavera i corpi erano emersi dal ghiaccio ancora in piedi, sostenuti gli uni dagli altri e dalle lance spezzate.

Ketil lo aveva scelto perché cinquanta uomini non avrebbero potuto avanzare affiancati. Non disse che il passo non offriva vie di fuga a chi fosse rimasto a difenderlo.

Alcune donne rifiutarono di separarsi dai mariti. Un ragazzo si aggrappò al mantello del padre e dovette essere sollevato di peso. Non vi furono lunghi addii: chi rimaneva sapeva che troppe parole avrebbero reso più difficile voltarsi.

«Dovresti andare con loro», disse Arvid a Sigrid.

«Ci saranno feriti qui.»

«È probabile che i feriti qui non abbiano bisogno a lungo di una guaritrice.»

«Non voglio che tu rimanga perché io ho scelto di farlo.»

«Non tutto ciò che accade intorno a te è una conseguenza delle tue scelte, Arvid.»

Rimasero diciassette uomini e tre donne.

Alcuni erano guerrieri esperti. Altri avevano impugnato armi soltanto durante le cacce o per difendere il bestiame. Il più giovane aveva sedici anni; il più anziano era Halvard, che aveva ignorato ogni tentativo di convincerlo a partire.

L'attesa

Il Diario continua anche qui

Halvard aveva portato con sé le tavolette di betulla con i primi nomi, avvolte in una pelle sotto la tunica.

«Dovrebbero essere con la colonna.»

«Il Diario non esiste ancora senza coloro che vi sono scritti.»

«Se moriamo tutti, nessuno saprà che cosa è accaduto qui.»

«Forse non è necessario che lo sappiano.»

Arvid pensò al proprio villaggio: nessuno avrebbe scritto i nomi dei morti tra le case bruciate. «È necessario per chi viene dopo.»

«Allora dovremo fare in modo che qualcuno arrivi dopo.»

Il primo assalto

«Allora morirete tutti allo stesso livello»

Il primo suono delle schiere di Jorund non fu quello delle armi. Fu il canto: una marcia del Sud, lenta e regolare, usata per ricordare a chi attendeva che il loro arrivo era inevitabile.

Un uomo massiccio con una grande ascia osservò la barricata e rise. «Siete meno di quanti sperassi.»

«E voi siete più di quanti ne servano per inseguire vecchi e bambini.»

«Voi appartenevate ai vostri capi, ai vostri clan e alle vostre terre. Ora non avete più niente. Che differenza fa il nome dell'uomo al quale obbedite?»

«La differenza è che qui nessuno siede sopra gli altri.» — «Allora morirete tutti allo stesso livello.»

Ketil · all'uomo dell'ascia, davanti alla barricata

Il primo assalto durò pochi minuti. Quando gli uomini di Jorund si ritirarono, lasciarono quattro corpi davanti alla barricata. I difensori avevano un ferito grave, ma nessun morto.

Per qualche istante la paura lasciò il posto a una speranza pericolosa.

«Possiamo tenerli», disse il ragazzo di sedici anni.

Ketil lo afferrò per la spalla. «Non combattere mai la battaglia successiva con l'orgoglio di quella appena conclusa.»

Il secondo assalto portò ganci e corde. Arvid vide un aggressore superare un tronco caduto, abbattere un difensore e cercare di aprirsi un varco. Abbassò la lancia e colpì dietro il ginocchio. L'uomo cadde. Arvid lo colpì di nuovo, al collo.

Per un momento rimase immobile, con entrambe le mani strette attorno all'asta. Non aveva mai ucciso qualcuno tanto vicino da vederne gli occhi cambiare.

Ketil lo raggiunse prima che una spada gli scendesse addosso. «Avevo detto dietro la linea.»

«La linea si è spostata.»

«Allora dovremo spostarla di nuovo.»

Il parlamento

Jorund

immagine in arrivoUn uomo sulla quarantina, volto rasato, armatura scura bordata d'argento e mantello rosso fissato da due fibbie d'oro, a cavallo all'imbocco di una gola. Il cavallo affonda nella neve. Dietro di lui, sfocate, file di uomini con scudi dipinti con un corvo rosso.

«Chi vi guida?»

«Nessuno ci guida da solo.»

«È la risposta che danno gli uomini quando si vergognano di ammettere che nessuno vuole assumersi la responsabilità.»

«Siamo qui per scelta.»

«Anche i condannati salgono sul patibolo con le proprie gambe.»

«Non sono venuto a sterminarvi. Il Nord è diviso, debole e circondato da regni che attendono soltanto il momento giusto. Io posso unirlo.»

Non vi era follia nelle parole di Jorund: era questo a renderle pericolose. Parlava come un uomo convinto di offrire ordine a chi non era capace di crearlo da sé.

«Perché bruciare i villaggi?»

«Perché un solo villaggio che rifiuta l'ordine insegna ad altri dieci che possono fare lo stesso.»

«Il mio villaggio non ti aveva attaccato.»

«Il tuo villaggio ha rifiutato il giuramento.»

«E per questo hai ucciso dei bambini.»

«Ho dato un esempio.»

«È questa la tua forza? Far temere agli uomini ciò che accadrà ai loro figli?» — «La paura è soltanto uno strumento. Come un'ascia o una nave.» — «Un uomo finisce per assomigliare agli strumenti che usa più spesso.»

Halvard · a Jorund, figlio di Sten

«Vi offrirò un'ultima scelta. Consegnate le armi, inginocchiatevi e dite dove sono diretti gli altri.»

Arvid pensò alla Tavola, alla runa passata di mano in mano e alla domanda del viandante. Chi potrebbe salvarsi da solo?

Ketil sollevò lo scudo. «Sono diretti lontano da te.»

«Allora raggiungerò loro dopo aver finito con voi.»

«Jorund.» Il comandante si fermò. «Non li raggiungerai.»

«Credi davvero che possiate fermarmi?»

«No. Ma possiamo fare in modo che tu arrivi troppo tardi.»

La barricata cede

Il terzo assalto

Questa volta non cercarono di aprire con attenzione la barricata: la travolsero con il peso. Ketil ordinò di arretrare verso il punto più stretto della gola. Ogni passo lasciava un corpo nella neve.

Il ragazzo di sedici anni cadde colpito da una lancia. Quando finalmente lo raggiunsero, Sigrid gli appoggiò una mano sul collo e scosse il capo.

Nessuno ebbe il tempo di pronunciare il suo nome. Halvard, però, prese una delle tavolette sotto la tunica e incise un segno con la punta della spada.

Arvid comprese. Il Diario continuava anche lì.

L'ultima scelta

La cornice di neve

Arretrando raggiunsero una curva dove la parete settentrionale sovrastava il sentiero. Sopra di loro la neve si era accumulata in una grande cornice sporgente, attraversata da crepe scure.

«Se cade, seppellirà l'intera gola.»

«Come la facciamo cadere?»

«Servirebbe un rumore abbastanza forte. O spezzare il ghiaccio alla base.»

«E noi dove dovremmo andare?»

Il cacciatore non rispose.

«Resterò», disse Halvard.

«No. Tu devi portare il Diario.»

«Sei tu che hai cominciato a scriverlo.»

«E tu hai capito perché deve continuare.»

Per un momento si guardarono senza più sentire il rumore della battaglia. Poi Halvard annuì.

Ketil chiamò cinque uomini. Nessuno venne scelto: si fecero avanti da soli. Arvid fu il sesto.

Rimasero in sei. Il cacciatore e un fabbro cominciarono a colpire il ghiaccio alla base della parete. Gli altri quattro formarono una linea nel punto più stretto.

Quando Jorund vide i difensori rimasti, comprese ciò che stavano facendo. «Indietro!» gridò. Ma gli uomini davanti a lui non udirono, o non riuscirono a fermarsi.

Accanto ad Arvid, Ketil sollevò lo scudo. Gli altri due erano un pescatore del villaggio costiero e un fabbro che aveva passato la notte a costruire slitte. Nessuno di loro portava la stessa insegna. Nessuno apparteneva allo stesso clan.

Arvid perse la lancia. Estrasse il coltello di Sigrid e si gettò contro un uomo che aveva superato Ketil. Rotolarono nella neve, troppo vicini perché le armi lunghe fossero utili. Riuscì a piantare il coltello sotto la mascella dell'avversario, ma una lama gli tagliò la coscia.

«Pensavo che saresti stato il primo a fuggire», disse ad Ketil.

Ketil sputò sangue nella neve. «Anch'io.»

«Fermatevi», ordinò Jorund. «Potete ancora vivere.»

«Hai scelto male il momento per diventare misericordioso.»

«Non è misericordia. Se la parete crolla, moriremo tutti.»

Arvid guardò la grande massa di neve. «Allora, per una volta, saremo davvero sullo stesso livello.»

Geri e Freki

La montagna cedette

immagine in arrivoControluce contro un cielo grigio di tempesta: due lupi stagliati sulla cresta di una parete, sopra una grande cornice di neve sporgente. Uno dal manto nero con riflessi argentati, uno bianco quasi indistinguibile dalla neve. Immobili, visti dal basso.

Il fabbro colpì ancora. La crepa si estese lungo la parete. Il suono della montagna cambiò.

Arvid udì un ululato. Non proveniva dal passo né dalla foresta lontana: sembrava correre sopra le cime, attraversare la tempesta e scendere lungo la parete. Un secondo ululato gli rispose, più profondo.

Gli uomini di Jorund sollevarono lo sguardo. Sulla cresta, sopra la massa di neve, erano comparsi due lupi. Uno nero. Uno bianco.

Rimasero immobili per un istante, stagliati contro il cielo grigio.

Poi il lupo nero batté una zampa sul ghiaccio.

Il rombo cancellò ogni altro suono. La neve si staccò dalla cresta e precipitò incontro come un'intera parete del mondo. Ketil afferrò Arvid e lo trascinò verso un'incavatura laterale, troppo piccola per offrire un vero riparo.

La valanga entrò nel passo. Travolse uomini, armi, corpi e rocce. Arvid sentì il corpo di Ketil urtare contro il proprio, poi qualcosa lo colpì alla testa e ogni cosa divenne buia.

Il risveglio

Sotto la neve

Non riusciva a muovere le gambe. Il volto era premuto contro una superficie fredda e non vi era abbastanza aria.

Per un momento si lasciò prendere dal panico. Poi ricordò la voce del viandante.

Un uomo che non teme la morte è soltanto un uomo che non ha ancora trovato qualcosa per cui vivere.

Arvid pensò a Sigrid. Pensò alla Tavola. Pensò ai nomi incisi sulla betulla.

Cominciò a scavare.

Udì un rumore: qualcuno stava scavando dall'altra parte. La neve cedette e una lama di luce grigia penetrò nel buio.

Sopra di lui c'era Sigrid. Aveva il volto graffiato, i capelli sciolti e le mani sanguinanti per aver scavato nel ghiaccio.

«Ti avevo detto di tornare.»

Halvard e altri stavano scavando poco distante: avevano atteso lungo la discesa fino a quando il rombo della valanga aveva raggiunto la valle, poi erano tornati indietro nonostante gli ordini di Ketil.

Trovarono il comandante sotto una lastra di ghiaccio, vivo, con una gamba spezzata. Degli altri quattro rimasti al passo, soltanto il fabbro venne recuperato: morì prima del tramonto, dopo aver saputo che la colonna aveva raggiunto la valle occidentale.

Jorund non venne trovato. Alcuni raccontarono che fosse fuggito verso Sud. Altri giurarono di aver visto un lupo nero trascinarlo sotto la neve. Arvid non seppe mai quale versione fosse vera.

Il fuoco nella valle

Il nome

immagine in arrivoNotte, valle riparata dal vento. Un fuoco al centro, famiglie e feriti raccolti attorno sotto coperte. In primo piano un uomo anziano col volto segnato da una cicatrice e sangue secco, che incide con la punta di una spada corta dei nomi su sottili tavolette di corteccia di betulla. Sopra, fra le nubi, un varco con una sola stella.

Quella sera i superstiti accesero il fuoco di Halvard in una valle protetta dal vento. Le tavolette erano umide, ma le incisioni ancora leggibili.

Aggiunse i nomi di chi era morto al passo, e per ciascuno scrisse ciò che aveva fatto: chi aveva costruito le slitte, chi aveva combattuto, chi aveva colpito il ghiaccio, chi era tornato indietro a cercare i sepolti.

Quando arrivò al nome di Arvid, esitò. «Sono ancora vivo.»

«Il Diario non contiene soltanto i morti.»

«Allora scrivi Ketil prima di me.»

«Perché?»

«È rimasto.»

Dal proprio giaciglio, il comandante si voltò verso le fiamme, nascondendo il volto.

Un bambino osservò le tavolette. «Come chiameranno quelli che hanno combattuto al passo?»

Nessuno aveva ancora dato un nome a ciò che era nato nella sala. Erano persone di villaggi diversi, senza un re, una terra o un'insegna comune. Eppure avevano combattuto come se appartenessero alla stessa stirpe.

Prima che qualcuno potesse rispondere, un ululato si levò dalla montagna. Un secondo lupo rispose da una cima più lontana.

Halvard ripensò al viandante con un solo occhio, ai due animali nella tempesta e alla runa custodita nella Tavola.

«I Lupi», disse.

«I Lupi di Wotan.»

Arvid · guardando l'unica stella aperta fra le nubi

Il nome passò tra le persone raccolte attorno al fuoco. Nessuno lo proclamò. Nessuno sollevò un'arma o chiese agli altri di giurargli fedeltà.

Venne ripetuto a bassa voce, come qualcosa che tutti avevano già conosciuto e che finalmente erano riusciti a ricordare.

Halvard lo incise sulla prima tavoletta, sopra i nomi. Poi aggiunse il racconto del passo, affinché chi fosse venuto dopo sapesse che la Stirpe non era nata da una vittoria: era nata dalla decisione di restare abbastanza a lungo da permettere agli altri di continuare.

La leggenda

La verità era più semplice

Negli anni successivi i viandanti avrebbero raccontato che diciassette guerrieri fermarono un esercito nel Passo dei Morti. Il numero sarebbe cresciuto a ogni inverno: alcuni avrebbero parlato di cento uomini, altri di un'intera schiera guidata da Wotan in persona. Avrebbero detto che Geri e Freki corsero tra i combattenti e che le loro fauci spezzarono gli scudi di Jorund.

La verità era più semplice.

Erano uomini e donne stanchi, impauriti e spesso in disaccordo. Non possedevano armi leggendarie e nessun dio aveva promesso loro che sarebbero sopravvissuti.

Ma quando era arrivato il momento di scegliere chi abbandonare, avevano rifiutato la domanda.

La prossima cosa

Il primo luogo sacro della Stirpe

Fu per questo che la montagna ricordò i loro nomi. E fu lì che, per la prima volta, gli uomini pronunciarono il nome dei Lupi di Wotan.

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