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Dal diario · La storia

Capitolo VI — I Due Sentieri

La runa cade in una gola e il Branco si divide una seconda volta. Alle porte di Midgard, a dire il nome è un ragazzo che non ne fa ancora parte.

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Per i primi giorni, coloro che erano partiti continuarono a voltarsi

Cercavano il fumo della sala, il riflesso del fiume o qualsiasi segno della valle occidentale, sebbene sapessero che le colline l'avevano ormai nascosta.

Ogni volta vedevano soltanto la strada già percorsa.

Arvid aveva immaginato che la partenza avrebbe avuto un momento preciso, un confine oltre il quale si sarebbe sentito definitivamente lontano da casa. Quel momento non arrivò.

La marcia

Il fuoco cambiava mano ogni giorno

Il recipiente di terracotta con la brace della sala era un peso modesto, affidato ogni giorno a una persona diversa.

Nessuno aveva stabilito quella regola. Era accaduto naturalmente, perché il fuoco non appartenesse alla mano che lo trasportava più di quanto la Tavola appartenesse a coloro che l'avevano smontata.

Solveig portava il Diario in una sacca di cuoio fissata al petto. Le copie lasciate nella valle le impedivano di considerarlo insostituibile; l'originale, però, conteneva le tavolette incise durante la prima notte e le correzioni scritte da mani ormai morte.

Quando pioveva, proteggeva prima il libro e poi se stessa.

«Un Diario asciutto non può curare una Custode con la febbre.»

«Una Custode morta non rischia più di bagnarlo.»

«Halvard ti ha insegnato a scrivere, non a ragionare.»

«Sosteneva che fosse compito tuo.»

Nella valle occidentale

Anche un vuoto può sostenere una Tavola

immagine in arrivoInterno di una sala. Una grande tavola circolare fatta di assi disomogenee, con al centro uno spazio allungato completamente vuoto, delimitato dalle assi che un tempo circondavano l'asse antica. Attorno al vuoto, coppe, mappe e tavolette con conti, posate senza mai coprirlo.

Lo scioglimento della neve ingrossò il fiume fino a trasformarlo in una massa scura. I campi vicini alla riva vennero sommersi e la corrente trascinò via parte del ponte.

Ketil rimase nell'acqua fino alla cintura nonostante la gamba ferita. Torsten lo afferrò dopo la seconda caduta.

«Sei più utile fuori dal fiume.»

«Sto dirigendo i lavori.»

«Il fiume non sembra impressionato.»

«Lasciami.»

«Sigrid mi ha affidato il compito di impedirti di morire per ostinazione.»

«Sigrid è partita.»

«Le sue minacce sono rimaste.»

Senza l'asse antica, la Tavola appariva incompleta: al centro esisteva uno spazio allungato. Ketil aveva proposto di coprirlo, ma Torsten si era opposto.

«Non dobbiamo fingere che non manchi nulla.»

Così il vuoto era rimasto. Le persone vi posavano accanto le coppe e le mappe, evitando istintivamente di coprirlo. Durante le discussioni gli sguardi vi cadevano spesso, come se da quel centro assente dovesse arrivare una risposta.

La piena aveva portato via quasi un terzo dei campi. E fuori dalla sala attendevano dodici persone arrivate da Hedel dopo una frana: tre bambini, un uomo con la gamba spezzata, poche provviste.

«Se li accogliamo, le riserve potrebbero non bastare per l'inverno.»

Ketil osservò il vuoto al centro della Tavola. Per anni aveva temuto che partire avrebbe significato abbandonare la valle. Ora comprendeva che restare non offriva alcuna protezione dalle scelte difficili: il Patto poteva essere tradito anche restando seduti nella stessa sala in cui era stato custodito.

«Quante persone possiamo sostenere?»

«Non dodici.»

«Non era la domanda.»

«Con razioni ridotte e nuovi campi, forse otto. Dieci, se la caccia sarà buona.»

«Allora dovremo trovare il modo di sostenerne dodici.»

«Hai appena chiesto un parere e ora lo ignori.»

Durante la guerra Ketil avrebbe ordinato di aprire i granai e distribuito i compiti. Guardò il posto che Solveig aveva occupato prima della partenza. Era vuoto.

«Hai ragione. Ho già deciso.» Poi si rivolse alla sala. «Io credo che dobbiamo accoglierli. Ma non posso usare il Patto per costringervi a dividere il cibo. Decideremo insieme.»

«Coloro che sono partiti hanno portato con sé l'asse antica. Noi abbiamo conservato lo spazio che occupava. Oggi abbiamo compreso che anche un vuoto può sostenere una Tavola, se gli uomini ricordano perché è stato lasciato.»

Torsten · prima pagina scritta di suo pugno nel Diario
A nord

Il ponte sulla gola

Dopo undici giorni il Branco raggiunse una gola attraversata da un ponte di corde. Le assi erano marcite, una delle funi principali si era spezzata e il vento faceva oscillare l'intera struttura sopra un torrente nascosto dalla nebbia.

«Passeremo uno alla volta», decise Arvid. «Prima le persone. Poi il Diario e l'asse.»

«Hai deciso senza la Tavola.»

«La Tavola non serve a discutere ogni passo.»

«Come scegliamo quali decisioni appartengono a tutti?»

«Di solito lo scopriamo dopo aver preso quella sbagliata.»

A metà del ponte una delle assi si spezzò sotto Solveig. Il piede scivolò nel vuoto e il corpo urtò le funi laterali. Leif, che procedeva dietro di lei, la afferrò per la sacca.

«Lascia il libro!» gridò qualcuno dalla riva.

«No.»

Quando raggiunsero il lato opposto, Sigrid la colpì sulla spalla. «Avevamo già una copia.»

«Non era la stessa.»

«È esattamente ciò che direbbe Leif della runa.»

Il giovane aveva sentito. «Avrei lasciato cadere il Diario. Avrei salvato te.»

Solveig aprì la bocca per rispondere, poi la richiuse.

Leif guardò il ponte. «Credo.»

Quella parola sembrò costargli più di una certezza.

La caduta

«Senza di essa che cosa rimane?»

immagine in arrivoPonte di corde e assi marce inclinato sopra una gola profonda riempita di nebbia. Una delle funi principali e spezzata. A meta struttura, sospesa nel vuoto e trattenuta da una corda, una slitta di legno che porta una grande asse scura avvolta in pelli cerate. Neve che comincia a cadere di traverso.

Al tramonto restavano da trasportare l'asse antica, il fuoco e alcune provviste. La tempesta era vicina.

Erano quasi arrivati quando una delle funi principali si spezzò. Il ponte si inclinò e la struttura con l'asse scivolò verso il bordo.

«Tagliatela!» gridò Einar. «Il peso farà crollare tutto.»

«La runa è lì.»

«Lo sappiamo.»

«Possiamo tirarla su.»

Il legno del sostegno si stava spezzando alla base.

«Lascia l'asse», disse Arvid.

«Abbiamo attraversato le montagne per portarla a Midgard.»

«Abbiamo attraversato le montagne per portare il Branco.»

«Senza di essa che cosa rimane?»

«Noi.»

Il giovane non lasciò la presa.

Alle sue spalle, Solveig si avvicinò al bordo. «Leif. Hai detto che avresti lasciato cadere il Diario per salvare me.»

«È diverso.»

«No. È soltanto più difficile quando la scelta arriva davvero.»

La struttura scivolò di un altro palmo.

Leif chiuse gli occhi. Poi aprì le mani.

L'asse cadde. La videro ruotare una volta nell'aria prima di scomparire nella nebbia. Il rumore dell'impatto non raggiunse la gola.

Arvid lo trovò lontano dall'accampamento, seduto sotto un abete con la neve già sulle spalle.

«L'ho lasciata cadere.»

«Sì.»

«E ora è perduta.»

«Probabilmente.»

«Non sei arrabbiato?»

«Lo sono.»

«Non sembri.»

«Sono troppo stanco.»

«Non mi interessa farti sentire meglio. Ti sentirai in colpa per molto tempo e una parte di te continuerà a domandarsi se avresti potuto salvarla. È il prezzo delle scelte quando nessun dio viene a dirci quale sia quella giusta.»

Arvid · a Leif, sotto l'abete

«Senza la runa, Wotan non ha più nulla che lo leghi a noi.»

«Forse non ha mai avuto bisogno del legno.»

«Tu l'avevi vista.»

«Ho visto un segno inciso sopra una scheggia. Ho visto uomini comportarsi in modo migliore dopo averla toccata. Ho visto anche Jorund trasformarla in un trono e te nasconderla in una tomba.»

«Se un giorno la ritroveremo, dovremo ancora scegliere che cosa farne. Se non la ritroveremo, dovremo scegliere che cosa siamo senza di essa.»

«E che cosa siamo?»

«Domani dovremo alzarci, contare le provviste e trovare una strada attraverso la foresta. Per ora siamo questo.»

Cercarono per due giorni. Un uomo legato a una corda raggiunse una sporgenza dalla quale vide il torrente: l'asse non era lì. La corrente doveva averla trascinata sotto le rocce o più a valle.

Solveig fu la prima a chiedere di interrompere.

Il gruppo sembrava più piccolo. L'assenza dell'asse aveva cambiato il significato del viaggio: non stavano più trasportando la Prima Tavola verso una nuova terra.

Avrebbero dovuto costruirne un'altra.

Skeld

I morti lungo il sentiero

Tre giorni dopo trovarono i corpi, parzialmente coperti dalla neve. Non portavano armi, tranne un anziano con una piccola ascia ancora stretta in mano.

«Non sono morti durante la tempesta», disse Sigrid. Sul collo di una donna erano visibili segni scuri; le mani presentavano tagli.

Una voce arrivò dalla foresta. «Da Skeld.»

Tra gli alberi apparve un ragazzo di forse dodici anni con un arco troppo grande per le proprie braccia. Dietro di lui una bambina teneva un coltello con entrambe le mani.

«Siete stati voi?»

«No.»

«Tutti dicono così.»

«Ci sono altri sopravvissuti?»

«Perché dovrei dirvelo?»

«Perché alcuni potrebbero essere feriti.»

«E voi potreste finire ciò che hanno cominciato gli altri.»

Arvid depose la spada nella neve. Il gesto provocò proteste tra i Lupi.

«Non ti chiederò di fidarti. Mostraci dove sono i feriti. Tu terrai il mio coltello finché Sigrid non avrà terminato.»

Estrasse la lama e la posò accanto alla spada. Il ragazzo esitò. Poi lasciò l'arco alla sorella e raccolse il coltello.

Il ragazzo si chiamava Ivar.

«A Skeld raccontano che i Lupi rubino i figli e li costringano a combattere.»

«Raccontano anche che io abbia ordinato a una montagna di cadere.»

«È vero?»

«No.»

Il ragazzo parve deluso. «Allora perché dovrei credere a ciò che dici sui figli?»

Arvid indicò il coltello. «Per ora non dovresti.»

La seconda divisione

Il Branco non deve viaggiare unito

L'uomo ferito all'addome morì prima del tramonto. Il secondo, con la ferita alla testa, cominciò a gridare nella notte che i predoni stavano tornando.

«Dobbiamo arrivare al valico prima delle nuove nevi.»

«Lui non può viaggiare.»

«Potrebbe non sopravvivere comunque.»

«Anche Arvid poteva non sopravvivere quando lo avete portato nella prima sala.»

«Non possiamo fermarci per ogni persona che incontriamo.»

Le parole non erano crudeli. Erano vere. Il Patto non poteva trasformarsi nell'obbligo di sacrificare tutti per salvare chiunque.

Non possedevano più l'asse antica e non avevano legno sufficiente per costruire una superficie. Disposero le pietre in cerchio attorno al fuoco e si sedettero sulla terra. Gli abitanti di Skeld vennero invitati a partecipare.

«Non dobbiamo decidere chi abbia più diritto di vivere», disse Solveig. «Dobbiamo capire che cosa possiamo fare senza mentire a noi stessi.»

«E che cosa significa?»

«Che non prometteremo di salvare tutti se non ne siamo capaci. Ma non diremo nemmeno che non possiamo fare nulla soltanto perché ciò che possiamo fare è difficile.»

Arvid tracciò con un ramo le linee del sentiero sulla terra. «Il Branco non deve viaggiare unito.»

«Ci siamo divisi una volta. Ora vuoi dividerci ancora.»

«Alcuni accompagneranno gli abitanti di Skeld. Gli altri proseguiranno verso il valico.»

«Chi guiderà il gruppo?»

Arvid guardò Leif. Il giovane si irrigidì. «Io? Ho lasciato cadere la runa.»

«Sì.»

«E per questo mi affidi delle persone?»

«Non per averla lasciata cadere. Perché sai che cosa si prova quando una scelta continua a pesare dopo essere stata compiuta.»

Arvid avrebbe voluto unirsi a loro, ma Sigrid glielo impedì.

«Non devi essere presente in ogni luogo in cui il Branco compie una scelta.»

«Non credo di averlo mai sostenuto.»

«Lo sostieni continuando a comparire.»

Solveig consegnò a Leif alcune pagine vuote del Diario. «Scrivi i nomi.»

«Non ho mai scritto un resoconto.»

«Nemmeno Torsten, prima che partissimo.»

Ivar restituì il coltello ad Arvid. «Non avete ancora fatto nulla che dimostri che non rubate i figli.»

Leif indicò la sorella del ragazzo. «Puoi affidarcela e scoprirlo.»

Ivar portò istintivamente una mano all'arco.

«Era una battuta.»

«I Lupi fanno battute strane.»

«È una delle nostre qualità peggiori.»

Due mani, lo stesso giorno

«Scriviamo anche chi è tornato indietro»

Torsten terminò la propria prima pagina del Diario nello stesso giorno in cui Leif aprì la sua. Nessuno dei due lo sapeva.

«Perché li scrivi?» domandò Ivar.

«Perché alcuni sono morti.»

«Scrivete soltanto i morti?»

«No. Scriviamo anche chi è tornato indietro.»

«Perché?»

Leif guardò Sigrid mentre cambiava la fasciatura del ferito.

«Per ricordare che avrebbe potuto continuare.»

Trovarono Skeld occupata: poco più di venti predoni avevano trasformato la sala in un accampamento e radunato i sopravvissuti in un recinto.

Anni prima Leif avrebbe attaccato subito, considerando la liberazione una prova del valore dei Lupi. Ora guardò le persone che aveva il compito di proteggere.

«Non possiamo affrontarli.»

«E se danno fuoco alla sala o uccidono i prigionieri?»

Poi guardò le montagne intorno a Skeld: dalle case isolate saliva ancora del fumo.

«Non sono gli unici ad aver perso qualcuno.»

Inviò Ivar e due cacciatori verso gli insediamenti vicini. Il secondo giorno arrivarono sette uomini da una comunità di pastori, poi altri cinque dalla valle meridionale. Nessuno apparteneva ai Lupi e molti non conoscevano il nome di Wotan.

Leif non chiese loro di unirsi al Branco. Chiese soltanto se desiderassero smettere di essere depredati uno alla volta.

Non cercarono di conquistare la sala: incendiarono i carri, liberarono i cavalli e bloccarono i sentieri. Quando gli occupanti uscirono, gli abitanti di Skeld aprirono il recinto dall'interno.

Un pastore voleva uccidere i prigionieri.

«Torneranno.»

«Forse.»

«Allora perché lasciarli vivere?»

Molti anni prima la stessa domanda era stata posta nella valle occidentale, quando un soldato del Corvo Rosso giaceva ferito davanti al fuoco.

«Perché il fatto che potrebbero scegliere ancora il male non ci autorizza a fingere che non possano scegliere altro

Einar non sorrise, ma Leif vide l'approvazione nei suoi occhi.

Uno dei predoni chiese perché non fossero stati uccisi. Rispose Ivar, prima di Leif: «Perché i Lupi scrivono anche chi torna indietro.»

Il valico

Dall'altra parte, il mondo si aprì

immagine in arrivoPanoramica dalla cresta di un valico innevato. Sotto, una terra vasta attraversata da fiumi e foreste; in lontananza le acque di un fiordo con navi lunghe. Sulle rive insediamenti e torri di guardia, il fumo di decine di fuochi. Piu a nord, su un promontorio, una fortezza circondata da mura scure.

La strada terminava davanti a una distesa di rocce e neve. Arvid cominciò a temere che la mappa di Halvard fosse incompleta.

Poi uno dei bambini vide il palo: conficcato tra le pietre, quasi interamente coperto dal ghiaccio, con un frammento di tessuto azzurro sulla sommità. Più avanti ne trovarono un altro, poi un terzo.

Segnavano una via.

«Midgard», disse Solveig.

Non aveva l'aspetto di una destinazione promessa dagli dèi. Sembrava fredda, immensa e già occupata da uomini che non avevano alcun motivo per accogliere degli stranieri.

«Forse.»

«Halvard l'ha scritto sulla mappa.»

«Halvard scriveva molte cose.»

Solveig lasciò uno spazio nell'ultima pagina, per Leif, Einar, Sigrid e gli altri diretti a Skeld.

«Pensi che ci raggiungeranno?»

«Non lo so.»

Quella sera costruirono una piccola Tavola con legno raccolto nella foresta. Era rozza, rettangolare e troppo stretta per accogliere tutti: alcune persone dovettero sedersi sulla terra.

Nessuno propose di aspettare una forma migliore.

«Non proveniamo da un regno.»

«È proprio questo che li renderà sospettosi.»

«Diremo che siamo una stirpe.» — «Non tutti hanno legami di sangue.» — «Una fratellanza.» — «Una confraternita.» — «Un popolo.»

Ogni parola sembrava escludere una parte di ciò che erano. Alla fine Solveig chiuse il Diario. «Diremo il nome.»

La pattuglia

«Abbastanza»

A metà del versante incontrarono otto uomini con scudi dipinti di azzurro e bianco.

«Queste terre appartengono al re di Midgard. Nessuno attraversa il valico senza il suo consenso.»

«Non sapevamo che il valico avesse un padrone.»

«Ogni strada ha un padrone.»

«Le strade appartengono a chi riesce a percorrerle.»

Il comandante portò una mano alla spada. Sigrid non era lì per rimproverarlo, ma Arvid riuscì quasi a udirne la voce.

«Non siamo venuti per combattere.»

«Allora consegnate le armi.»

«Non siamo venuti nemmeno per morire.»

Un corno risuonò dal sentiero alle loro spalle.

Leif apparve sulla cresta. Con lui Einar, Sigrid, gli altri Lupi e quasi venti persone provenienti da Skeld e dagli insediamenti vicini. Ivar camminava in testa con l'arco sulle spalle e un piccolo lupo inciso sopra una tavoletta legata alla cintura.

«Quanti siete?»

Arvid non rispose immediatamente. Pensò a Ketil e Torsten nella valle, alle pagine che stavano scrivendo lontano da loro e al seggio vuoto rimasto nella sala.

Non sapeva più contare il Branco soltanto attraverso le persone che aveva davanti.

«Abbastanza.»

«Abbiamo liberato Skeld.»

«Hai scritto i nomi?»

«Tutti.»

«Anche i predoni?»

Leif esitò. «Quelli che abbiamo conosciuto.»

Arvid annuì. Era abbastanza.

«Ho chiesto chi siete.»

Questa volta rispose Ivar. Il ragazzo non apparteneva ancora al Branco, non aveva seduto davanti alla Tavola né conosciuto Halvard, e fino a pochi giorni prima credeva che i Lupi rapissero i bambini.

Eppure pronunciò il nome come se lo avesse sempre conosciuto.

«Sono i Lupi di Wotan.»

«Qual è il vostro capo?»

Ivar indicò Arvid. Leif scosse il capo. Solveig guardò il Diario. Sigrid sospirò, prevedendo una discussione.

«Dipende da ciò che dovete chiederci.»

Il comandante non comprese. Avrebbe avuto molto tempo per farlo.

Il nome di quella primavera

Il Tempo dei Due Sentieri

Alle loro spalle il sentiero si divideva. Una strada tornava verso la valle occidentale. Un'altra conduceva a Skeld. La terza scendeva verso le fortezze e i fiordi di Midgard.

Nessuna era diventata meno vera perché il Branco aveva scelto anche le altre.

Il Branco non è il sentiero sul quale camminiamo. È la ragione per cui, anche quando le strade si dividono, continuiamo a riconoscere come nostra la vita di chi ha scelto una direzione diversa.

Solveig · Custode — nuova pagina del Diario

Molti anni dopo, i Custodi avrebbero chiamato quella primavera il Tempo dei Due Sentieri. Non perché la Stirpe si fosse spezzata: perché aveva scoperto di poter crescere senza costringere ogni Lupo a camminare nello stesso luogo, servire lo stesso compito o custodire lo stesso fuoco.

Nella valle occidentale, Ketil continuava a sedere davanti allo spazio lasciato dall'asse antica.

A Skeld, Ivar raccontava ai bambini di un uomo che aveva consegnato il proprio coltello a uno sconosciuto.

Sulla montagna, una scheggia di Yggdrasill viaggiava con la corrente sotto le rocce, verso una destinazione che nessuno conosceva.

La prossima cosa

Un regno che non aveva mai visto una Tavola senza capotavola

Il viaggio non li aveva condotti in una terra pronta ad accoglierli, ma davanti a un regno con un re, un esercito e leggi antiche — che avrebbe presto dovuto decidere se considerarli ospiti, alleati o nemici.

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