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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo I — La Nave senza Re

L'Oltrevento verso il Convegno: un clandestino, una lista di tredici nomi, e la runa di Kjorn che si piega verso il mare.

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La Nave senza Re

Tomas contava le campane.

Era il suo secondo giorno al buio, sotto i sacchi di farina vicino alla poppa, e le campane dell’Oltrevento erano l’unico modo per sapere che il tempo passava. Aveva un coltello stretto al petto, un tubo d’osso cucito dentro la tunica, e un padre che a Skallgard avevano seppellito con quattro parole: l’uomo senza nome.

Nessuno sapeva che a bordo viaggiava il nome.

Il secondo giorno

Il clandestino

Attraverso le assi sentiva la nave vivere. L’Oltrevento non assomigliava a nessuna imbarcazione su cui fosse mai salito: ogni oggetto aveva due funzioni, le panche diventavano barelle, le corde delle vele sollevavano feriti, e perfino la piccola Tavola sotto il ponte era fatta di assi che, al bisogno, potevano tappare una falla. Sentiva anche le voci: il capitano Eirik che dava ordini brevi, e la donna col mantello scuro — la Custode che sulla Eir aveva suonato la campana — che discuteva con lui della corda spezzata, del bambino, delle scelte. «Se avessimo aspettato, avremmo potuto perdere dieci bambini invece di uno.» «Oppure nessuno.» «Oppure tutti.» Tomas ascoltava e stringeva il coltello: parlavano della sua nave, dei suoi morti.

Fu lei a trovarlo, il secondo giorno.

Un sacco si spostò, e la luce della lanterna gli cadde addosso.

«Esci.»

Tomas non si mosse.

«Se fossi un topo, saresti il più grande che abbia mai visto.»

Uscì con il coltello davanti a sé. La Custode non arretrò: lo guardò come si guarda una cosa già vista — e infatti lo aveva visto, durante il soccorso, a trattenere una corda intorno alla vita di un uomo ferito.

«Come ti chiami?»

«Non chiamare gli altri.»

«Prima il nome.»

«Tomas.»

«Figlio di chi?»

«Nessuno.»

Non voleva dire che i genitori fossero morti. Voleva dire che non intendeva consegnarne il nome — e la donna, lo capì dallo sguardo, aveva colto la differenza.

«Perché sei a bordo?»

«Vado al Convegno. A parlare con Vidar.»

«Lo conosci?»

«No.»

«Allora perché?»

Tomas abbassò il coltello quel tanto da mostrare il manico. Sopra era inciso un segno che non era nessuna delle quattro rune: un cerchio attraversato da una linea verticale, come un albero visto da molto lontano.

Gli Eredi della Runa.

«Chi te l’ha dato?»

«Mio padre.»

«Hai detto di essere figlio di nessuno.»

«Mio padre è morto.» Le parole gli uscirono più dure di come le aveva preparate. E poi, perché ormai non serviva più a niente tacere: «Era l’uomo senza nome.»

La Custode si fermò. Tomas la vide risentire la frase che lei stessa aveva scritto a Skallgard — Uomo della Eir. Ritrovato nella stiva. Nessuno seppe indicarne la casa. Non venne sepolto solo — e riceverla indietro con un peso nuovo.

«Perché non hai detto chi fosse?»

«Perché aveva questo.» Il segno dell’albero. «Temevo lo Scudo. Temevo tutti.»

«Come si chiamava?»

«Edvin.»

«Era un Erede della Runa?»

«Diceva “non ancora”. Prima doveva essere riconosciuto. Dal Convegno.»

Dalla cucitura interna della tunica estrasse il tubo d’osso, chiuso da cera scura col sigillo dell’albero, e lo tenne un istante — l’ultima cosa che suo padre gli avesse messo in mano. «Ha detto che dovevo consegnarlo soltanto a Vidar.»

«E ora lo consegni a me.»

«Tu vai da lui.»

«Non significa che io sia dalla sua parte.»

«Mio padre diceva che nessuno è dalla parte di Vidar finché non comprende.»

La Custode prese il tubo senza aprirlo. «Dovremo parlare con Eirik. Il capitano deve sapere chi viaggia a bordo.»

«Lo dirai a tutti?»

«No.»

«Perché?»

«Perché non so ancora da chi dovrei proteggerti.»

Gli tese la mano sana. Tomas non la prese.

Uscì comunque.

Tredici nomi

La lista

Eirik non si arrabbiò per il clandestino: si arrabbiò perché nessuno del suo equipaggio lo aveva scovato prima della Custode. «Due giorni. È rimasto sotto il ponte per due giorni.» Poi decise in fretta, come faceva tutto: «Lo riportiamo a Skallgard.»

«No», disse Tomas. «Vidar mi aspetta.»

«Perché dovrei rischiare provviste, spazio e uomini per portarti al Convegno?»

«Perché mio padre è morto sulla Eir. È morto mentre voi litigavate.»

Il ponte si fece silenzioso. Eirik non si difese. «Sì.»

«Allora mi dovete il viaggio.»

«No.» La risposta arrivò immediata, e il capitano si chinò fino alla sua altezza. «La morte di tuo padre non ti dà diritto alla mia nave. E la mia colpa non mi obbliga a obbedire a qualsiasi cosa tu chieda. La colpa non è un debito che puoi spendere.»

Tomas sentì la frase entrare più a fondo di quanto volesse mostrare. Giocò l’ultima carta: «Mio padre portava un messaggio per Vidar.»

Runa posò il tubo d’osso sulla piccola Tavola, e la discussione cambiò natura. Aprirlo? Il capitano diceva che qualunque cosa viaggiasse sull’Oltrevento era responsabilità sua; la Custode rispondeva che responsabilità non significa possesso. Poi venne fuori Stenvik — il padre aveva incontrato Vidar due inverni prima, nelle rovine, con «persone di tutte le rune», quando nessun Convegno pubblico esisteva ancora — e Runa tolse la mano dal tubo.

«Ora dobbiamo aprirlo.»

Tomas lo afferrò prima di lei, ed Eirik gli bloccò il polso.

«Era di mio padre!»

«E potrebbe riguardare la sicurezza di tutti a bordo», disse Runa. Poi fece la cosa che Tomas non si aspettava: gli mise il tubo in mano. «Aprilo tu.»

«Mio padre ha detto soltanto Vidar.»

«Puoi scegliere di obbedire. O di aprirlo.»

«E se sbaglio?»

«Allora dovrai ricordare che hai scelto.»

Tomas guardò il sigillo a lungo. Poi tagliò la cera col coltello di suo padre.

Dentro c’era una striscia di pelle sottile. Non parole: nomi. Tredici — tre dello Scudo, tre del Sostegno, quattro dell’Avanguardia, tre della Forgia. Accanto ad alcuni una croce, ad altri un cerchio. E in fondo una frase:

LA RADICE È PRONTA. TAGLIATE I RAMI CHE RIFIUTANO L’INNESTO.

Nessuno parlò. Runa riconobbe due nomi con la croce: Haldor, Custode di una Tavola dello Scudo, morto l’inverno prima cadendo dalle mura. Mira del Sostegno, scomparsa in una valle controllata dai figli di re Hakon. «Questi sono morti.» E un cerchio accanto a un nome vivo: Torvald della Forgia, il Maestro dei cantieri di Kjorn, atteso al Convegno.

«“Tagliate i rami che rifiutano l’innesto”», lesse Freya. «Non sembra una richiesta di unità.»

«Potrebbe non venire da Vidar», disse Runa.

«Mio padre diceva che era suo», disse Tomas.

«Tuo padre poteva sbagliarsi.»

«O mentire», aggiunse Eirik.

«Non mentiva.»

Nessuno gli rispose, e fu peggio di una smentita.

Eirik decise che Tomas restava — «lavorerai per il cibo, dormirai dove non intralci, niente armi sul ponte» — e quella sera montarono la Tavola, non per lui: per la lista. Se tra gli invitati al Convegno c’erano uomini incaricati di eliminare chi rifiutava, la rotta stessa era diventata una domanda. Eirik propose di deviare su Kjorn: Torvald era il nome più vicino, e un cerchio poteva voler dire che era in pericolo. Runa disse no — il Convegno aspettava le sue pagine, e Vidar avrebbe potuto unire i Branchi su una storia falsificata prima del suo arrivo.

«Sul ponte della Eir mi hai detto che arrivare per primo non significa poter scegliere da solo», disse Eirik. «Ora vuoi decidere da sola che un possibile pericolo valga meno delle tue pagine.»

«Non sono le mie pagine.»

«È ciò che dice chiunque protegga qualcosa abbastanza a lungo da non distinguere più il compito dal possesso.»

Tomas vide la frase colpirla come una lama piatta. Poi Freya chiese chi volesse deviare, metà equipaggio alzò la mano, e il capitano fece la cosa che il ragazzo avrebbe capito solo molto più tardi: invece di ordinare, si voltò verso di lui.

«Tu cosa pensi?»

«Non ho un seggio.»

«Nemmeno molti di loro. Stanno in piedi.»

Tomas guardò il nome di Torvald, e disse la verità: «Dobbiamo andare. Per sapere se mio padre stava cercando di ucciderlo.»

Non era una ragione nobile. Era autentica. Runa annuì: «Kjorn.»

Le vele vennero modificate, e la deviazione avrebbe potuto costare il Convegno. Nessuno lo nascose.

Il cantiere della Forgia

Kjorn

Kjorn non era una città: era un cantiere cresciuto fino a dimenticare la differenza. Officine, magazzini e case si arrampicavano sul fianco della montagna, legate da passerelle e carrucole, e il suono del metallo arrivava fino al mare — un ritmo così continuo che il silenzio sarebbe parso innaturale. Sopra il porto, sospesa tra due torri, pendeva la runa della Forgia: non un panno dipinto, una struttura di metallo abbastanza pesante da restare immobile nel vento.

Tomas la guardò e pensò a Skallgard, dove i soldati avevano bruciato le coperture degli scudi per accendere i fari. Qui nessuno sembrava disposto a consumare la runa per qualcosa di più utile.

Il porto rispose ai segnali con tre parole: IDENTITÀ. CARICO. FUNZIONE. E alla richiesta per Torvald: TORVALD NON RICEVE VISITE. Poi: ATTENDETE FUORI DAL PORTO.

«È vivo», disse Runa.

«Per ora», disse Eirik, e continuò ad avanzare piano — attendere, sosteneva, implicava che prima o poi cambiassero idea.

La barca arrivò prima delle autorità: piccola, senza insegne, un solo uomo ai remi, rasente le rocce dove le torri non potevano vederlo. Salì a bordo un anziano con una gamba rigida e cicatrici da ustione sul collo; portava il grembiule della Forgia, ma la runa sul petto era coperta da un pezzo di stoffa. Chiese di Runa, esaminò il sigillo del Custode, e si presentò: «Sono Oren. Torvald mi ha mandato.»

«È vivo?» chiese Tomas.

«Chi sei?»

«Figlio di Edvin.»

L’anziano smise di respirare per un istante. «Edvin è qui?»

«È morto.»

Oren chiuse gli occhi. «Allora è cominciato.»

Parlò in fretta, con la barca della Forgia già in acqua alle sue spalle. Le croci sulla lista segnavano chi aveva rifiutato l’accordo; i cerchi chi aveva accettato la Tavola centrale. Torvald stava «sotto il cantiere» — non prigioniero: protetto, dissero, da chi sosteneva che il dolore per la moglie morta lo avesse reso incapace di capire il valore di ciò che voleva distruggere. Perché il Maestro della Forgia aveva ordinato una cosa impensabile: fondere la grande runa e farne tubature — l’inverno prima, nei quartieri bassi, diciassette persone erano morte di freddo per i condotti mai riparati. Sua moglie tra loro.

E poi Oren disse la parola che avrebbe attraversato tutto il libro: la Radice. Un gruppo creato intorno a Vidar per assicurare che i rappresentanti arrivassero al Convegno «con una posizione chiara». Alcuni raccoglievano informazioni. Altri credevano necessario di più.

«Mio padre ne faceva parte?» domandò Tomas.

«Sì.»

«Uccideva le persone?»

«Non lo so.»

Tomas estrasse il coltello, ed Eirik si mise in mezzo senza toccarlo. «Non servirà.»

«Voglio la verità.»

Oren lo guardò con una pietà che bruciava più del sospetto. «Tuo padre doveva portare la lista a Torvald: fargli capire che altri oppositori erano già morti. Convincerlo a ritrattare prima del Convegno.»

«E se avesse rifiutato?»

L’anziano non rispose. Fu Tomas ad abbassare la lama e a dire, piano, la cosa che nessuno voleva dire per lui: «Lo avrebbe ucciso.»

«Forse.»

La parola era troppo piccola per quello che conteneva.

Il piano di Oren era un condotto di scarico sotto il molo occidentale: la marea lo copriva entro un’ora, portava i vapori delle fucine, si poteva soffocare. «È un piano dell’Avanguardia», annuì Eirik, quasi soddisfatto — e Runa gli impedì di guidarlo: solo lui poteva portare l’Oltrevento fuori in fretta, se le cose fossero andate male. La nave sarebbe rimasta fuori dal porto, pronta a ripartire senza aspettarli. Freya avrebbe guidato il gruppo; Runa sarebbe entrata; e Tomas pretese il proprio posto — «Torvald conosceva mio padre. Voglio sentirlo da lui.»

Prima di calare la barca, Eirik consegnò a Freya una tavoletta con la runa dell’Avanguardia. «Se non tornate, spezzala. Perché nessuno possa dire che il capitano vi ha ordinato di restare.»

«Potresti dirlo agli altri e basta.»

«La memoria ama gli oggetti più delle parole.»

Tomas sentì Runa mormorare, quasi tra sé, che forse era così che un segno di compito era diventato una Stirpe: qualcuno aveva portato una tavoletta per ricordare un incarico, e la generazione dopo aveva ricordato soltanto il segno.

Il condotto

Sotto il cantiere

Il condotto era peggio di come Oren lo aveva descritto. La barca passava appena tra le pareti, il cielo scomparve dopo pochi metri, e i vapori delle fucine rendevano l’aria calda e cattiva. Tomas sedeva davanti a Runa col panno bagnato sulla bocca e il coltello sotto la tunica, nonostante l’ordine di lasciarlo a bordo. Lei lo sapeva. Non disse nulla.

Alla grata, la chiave di Oren non girò — serratura cambiata — e mentre un marinaio segava le sbarre con la marea che saliva dietro di loro, Tomas fece all’anziano le domande che gli mangiavano il petto. Il padre a Stenvik. Vidar che voleva capire chi avrebbe accettato la Tavola centrale. E il padre che a quell’incontro rappresentava qualcuno: le persone senza runa. Profughi, uomini senza Tavola, comunità che avevano smesso di chiamarsi Lupi.

«Allora mio padre era un Lupo», disse Tomas.

«Forse», disse Oren.

«Non trasformare una possibilità in una risposta soltanto perché ne hai bisogno», disse Runa.

«Tu non sai niente di lui.»

«Nemmeno tu abbastanza.»

«E scriverai comunque il suo nome. Come assassino?»

«Come uomo che portava una lista. Quando sapremo altro, aggiungeremo altro.»

La prima sbarra cedette in quel momento, e dall’altra parte passarono due guardie parlando. Il Maestro vuole che la runa venga abbassata domani. Non deciderà più nulla. Il Consiglio non può tenerlo sotto per sempre. Dopo il Convegno non servirà. I passi si allontanarono, e Freya riaccese la lanterna con la faccia di chi ha sentito abbastanza: dovevano tenerlo vivo finché il suo nome sosteneva la Tavola centrale. Non un giorno di più.

Passarono uno alla volta. Corridoi di pietra sotto le fucine, il calore che aumentava, i martelli che coprivano i passi — i loro e quelli delle guardie. La prima la fermò Freya con un colpo alla gola prima che gridasse; Runa le legò le mani invece di lasciarla uccidere. Tomas fissò la runa della Forgia sul petto dell’uomo legato.

«È un Lupo?»

«Si considera tale», disse Oren.

«E noi lo stiamo attaccando.»

«Non è la prima volta che accade», disse Runa.

«Chi aveva ragione?»

«A volte nessuno.»

«Non è una risposta.»

«No. È una responsabilità.»

Davanti alla porta di ferro andò peggio: una guardia gridò, Freya estrasse la spada, e nel corridoio stretto una lama superò la sua difesa. Tomas colpì — il braccio, non il petto — e l’uomo lasciò cadere l’arma. Il ragazzo avrebbe potuto colpire ancora; Runa gli afferrò il polso. «Basta.»

«Ci avrebbe uccisi.»

«Ora no. Aiutami a legarlo.»

Le mani gli tremavano — non di paura: di qualcosa di più difficile da chiamare per nome. Guardò il sangue sulla lama di suo padre.

«Mio padre faceva questo?»

«Non lo so.»

«Tu dici sempre così.»

«Perché è vero.»

Dietro la porta, Torvald sedeva a un tavolo coperto di disegni: condotti, case, sistemi per portare il calore. Capelli bianchi, braccia ancora potenti, e la runa della Forgia scucita dalla tunica. Non sembrava affatto malato.

Riconobbe Runa, e quando Tomas si fece avanti — «È morto», rispose alla sua domanda su Edvin — il Maestro lo guardò a lungo.

«Sei suo figlio.»

«Era un assassino?»

Torvald non distolse lo sguardo. «Ha ucciso almeno un uomo. Un Custode dello Scudo chiamato Haldor.» Una delle croci. «Haldor aveva scoperto la Radice, e minacciava di rivelarla prima che Vidar fosse pronto. Tuo padre sosteneva di aver agito perché il Convegno non fallisse prima di cominciare.»

«Vidar lo ha ordinato?»

«Non lo so.»

Tomas rise, senza gioia. «Anche tu.»

«E il tuo nome ha un cerchio», disse Runa. «Avevi accettato.»

«Avevo accettato il progetto di Vidar prima di conoscerne il prezzo.» Torvald indicò i disegni. «La Forgia sta morendo dentro ciò che costruisce. Conserviamo simboli e cantieri mentre la gente dei quartieri bassi congela. Pensavo che un unico Branco ci avrebbe costretti a ricordare perché lavoriamo. Lo penso ancora. Sotto Vidar? Non lo so.»

Freya guardò il corridoio: dovevano uscire, e la marea aveva chiuso il condotto. Il Maestro raccolse i disegni, premette una leva sotto il tavolo, e una parte della parete si aprì su un pozzo verticale con una scala.

«Dove porta?» domandò Runa.

«Dentro la runa.»

Il peso del simbolo

La runa di Kjorn

immagine in arrivoIl momento del capitolo: la runa monumentale sospesa fra le due torri che ruota e piomba con un lato nell'acqua del porto, catene strappate, onda che attraversa i moli. In basso i lavoratori che guardano, l'Oltrevento che usa la struttura caduta come ponte. Luce di giorno plumbeo.

La grande runa non era soltanto un simbolo: dentro c’erano scale e passerelle di manutenzione, e dal pozzo si saliva nella torre laterale e poi lungo il sostegno principale. «Hai costruito un passaggio dalla tua prigione alla runa?» domandò Freya. «Ho costruito il passaggio prima che diventasse una prigione. Ogni struttura deve poter essere raggiunta da chi deve ripararla.»

Dall’alto si vedeva tutto: l’Oltrevento fuori dal canale con una nave della Forgia di traverso a sbarrargli l’ingresso, e sotto, lungo le passerelle, gli uomini che correvano. La fuga era stata scoperta. Scendere al porto era impossibile.

«Non scenderemo», disse Torvald, e raggiunse il meccanismo: quattro argani reggevano il simbolo, ma bastava togliere i perni perché il peso facesse il resto. Oren impallidì — la struttura poteva cadere sulle case — e fu allora che Brann, il capo del Consiglio, comparve sulla passerella principale con le guardie.

«Torna dentro. Non sei in grado di prendere decisioni.»

«Sono abbastanza capace da capire che avete imprigionato un Maestro della Forgia dentro la propria opera.»

«Per proteggere Kjorn dal dolore che ti ha reso disposto a distruggere ciò che generazioni hanno costruito.»

Torvald indicò i quartieri bassi. «Generazioni hanno costruito anche quelle case.»

«La runa è il segno che permette a ogni cantiere di riconoscersi parte della Forgia.»

«E a che serve riconoscersi, se non ricordiamo per chi costruiamo?»

Tomas vide i lavoratori fermarsi uno dopo l’altro, i martelli tacere, e per la prima volta Kjorn diventò silenziosa. «Se abbassi la runa, spezzi la Forgia», gridò Brann. «No», disse Torvald. «Scopriremo se esiste anche quando il simbolo non ci costringe a guardare tutti nella stessa direzione.»

Poi Brann ordinò alle guardie di salire, e servì un piano.

Lo trovò Tomas.

«Una delle catene arriva vicino all’acqua», disse, indicando la base occidentale. Se avessero sganciato un solo lato, la runa non sarebbe caduta sulle case: avrebbe ruotato verso il mare, restando appesa alle altre catene. Torvald seguì il suo sguardo. «Potrebbe funzionare.»

«Potrebbe?» disse Freya. «È una frase che preferisco sentire prima.»

Mentre Oren martellava i perni e Freya tratteneva le guardie sulla passerella, Runa prese la tavoletta dell’Avanguardia e la usò per riflettere la luce verso il mare: lungo, breve-breve, lungo. L’Oltrevento rispose, e lei trasmise: PREPARATEVI A RACCOGLIERE.

CHI?

Runa guardò Torvald.

UNA RUNA.

La risposta di Eirik impiegò un istante: NATURALMENTE.

Il secondo perno uscì. La catena occidentale si liberò, e il mondo cambiò angolazione.

Il suono fu immenso — metallo su metallo, giunture strappate — e l’intero simbolo ruotò e piombò con un lato nell’acqua del porto, sollevando un’onda che attraversò i moli. Le guardie caddero sulle passerelle; Tomas si aggrappò a una trave e vide l’Oltrevento avanzare nel caos: Eirik aveva capito il piano abbastanza da usare la struttura caduta come un ponte. Le corde volarono verso le passerelle. Oren passò per primo, poi Tomas; Runa saltò per ultima nel vuoto tra la trave e la murata che saliva e scendeva, ed Eirik la prese al volo per il braccio.

«Hai abbassato una runa della Forgia.»

«Non da sola.»

Torvald non saltò.

«Vieni!» gridò Tomas.

Il Maestro guardò Kjorn: i lavoratori raccolti sui moli, nessuno che attaccava più, Brann aggrappato a una catena. «Se parto, diranno che l’Avanguardia ha attaccato Kjorn e rapito il Maestro. Se resto, dovranno decidere davanti a tutti che cosa fare di me.»

«Potrebbero ucciderti», disse Runa.

«Sì.»

Tomas strinse la corda. «Devi dirmi altro su mio padre.»

Torvald lo guardò da sopra il metallo piegato.

«Edvin credeva davvero che nessuno dovesse restare fuori dal nuovo Branco.»

«Eppure ha ucciso un uomo.»

«Le due cose possono essere vere.»

«Non dovrebbero.»

«No.»

Poi il Maestro si sfilò dal collo una piccola chiave di ferro e la lanciò. Tomas la prese al volo.

«A Stenvik c’è una cassa sotto la Tavola spezzata. Tuo padre vi ha lasciato i propri appunti — perché non si fidava più della Radice.»

Il mondo del ragazzo girò come la runa. «Allora stava cercando di fermarli.»

«Stava cercando di scegliere.» Torvald si voltò verso Runa. «Raggiungi il Convegno. Mostra la lista. E non permettere a Vidar di dire che la Radice appartiene soltanto a uomini che hanno frainteso il suo progetto: chi costruisce un potere risponde anche di ciò che quel potere permette agli altri di fare.»

Eirik fece tagliare le corde. L’Oltrevento si allontanò dalla runa inclinata, e il Maestro della Forgia divenne una figura sempre più piccola sopra il metallo — con i lavoratori disposti, in silenzio, tra lui e le guardie.

La runa non era distrutta. Era piegata, mezza sommersa, e troppo pesante perché un uomo solo potesse rimetterla al suo posto.

Kjorn avrebbe dovuto decidere che cosa farne.

Il coltello sulla Tavola

Verso nord

Fuori dal porto nessuno li inseguì. Quando il cantiere fu solo un profilo dominato dal simbolo caduto, Eirik lasciò il timone e raggiunse la Tavola, dove Runa aveva disposto la lista, la chiave di Stenvik e il tubo d’osso.

«Mio padre ha ucciso Haldor», disse Tomas.

Nessuno tentò di consolarlo, e gliene fu grato.

«Forse voleva fermare la Radice, dopo. Se ha cambiato idea, diventa meno colpevole?»

«No», disse Runa.

«Allora perché importa?»

«Perché un uomo non è soltanto la cosa peggiore che ha fatto. Ma quella cosa continua ad appartenergli.»

Tomas guardò il coltello che portava addosso da Skallgard. Poi lo posò sulla Tavola.

«Non voglio portarlo.»

«Era di tuo padre», disse Eirik. «Puoi conservarlo senza diventare lui.»

«Non voglio che sia la prima cosa che gli altri vedono quando mi guardano.»

Runa coprì l’arma con un panno. «Lo conserveremo nella cassa. Accanto al Diario.» E avrebbe scritto tutto: che Edvin aveva ucciso Haldor, e che — parola di Torvald — aveva lasciato appunti a Stenvik. Non la verità definitiva. La testimonianza di un uomo.

Restava la rotta. Stenvik era la parola che bruciava in tasca a Tomas quanto la chiave; Runa disse: «Dopo. Prima il Convegno, o la Radice controllerà il racconto di ciò che ha fatto.»

«Per te le pagine sono sempre più importanti delle persone.»

«A volte le pagine sono il modo con cui le persone morte possono ancora parlare.»

«Mio padre potrebbe parlare da Stenvik.»

«E Vidar parlerà tra pochi giorni a tutti i Branchi.»

Tomas si alzò e andò a prua senza salutare. Sentì comunque, alle sue spalle, il capitano dire piano: «Ora capisci perché odio le decisioni lente.» E la Custode: «Questa non è stata lenta. Ha soltanto ferito qualcuno.»

«Il Diario lo rende più sopportabile?»

«No.»

«Allora perché continui a scrivere?»

«Perché ciò che fa male e non viene ricordato finisce per sembrare non essere mai accaduto.»

L'inseguimento

Frecce nella notte

immagine in arrivoNotte in mare aperto, cielo stellato. L'Oltrevento con la vela colpita da una freccia incendiaria; altre frecce in arco di volo dalla nave inseguitrice, che è solo una sagoma scura senza insegne. In primo piano l'uomo della Radice appena issato, fradicio, col simbolo dell'albero sul petto.

Quella notte Tomas dormiva vicino all’albero quando la nave cambiò rumore.

Si svegliò e vide le luci: tre lanterne all’orizzonte, una nave senza insegne che navigava bene — troppo bene per un mercantile — e teneva la loro velocità. Eirik aveva svegliato l’equipaggio senza suonare il corno; le armi passavano di mano in silenzio.

Poi, dal buio, arrivò il segnale.

Lungo. Due brevi. Lungo.

Il Richiamo del Perduto. L’Oltrevento rallentò quasi da solo: ogni uomo a bordo conosceva quel ritmo, la chiamata a cui un Lupo deve rispondere. «Potrebbero usarlo per avvicinarsi», disse Eirik al timone. Tomas guardò Runa e capì che stavano pensando la stessa cosa: la Eir, la campana, le quattro risposte.

«Potrebbero avere davvero bisogno», disse lei.

La nave sconosciuta segnalò: UOMO IN MARE. E la scelta fu del capitano, perché era una scelta di rotta: «Riducete la vela. Preparate archi e corde.»

La figura tra le onde era aggrappata a un pezzo di legno. «Lì!» gridò Tomas. Lo issarono col gancio di Freya: un uomo fradicio, in un mantello scuro, e sul petto non una runa di fazione — il segno dell’albero. La Radice.

L’uomo tossì acqua e disse soltanto: «Non fermatevi.»

Le luci della nave alle loro spalle si spensero. E nel buio nacquero le frecce incendiarie.

La prima colpì la vela. La seconda la murata. La terza scese esatta sotto il ponte — nel punto dove stava la cassa dei Diari.

Tomas corse al fuoco con una coperta, Runa dietro di lui col secchio, mentre Eirik virava dentro il buio senza luci e l’equipaggio liberava la vela in fiamme. L’uomo della Radice afferrò il braccio della Custode.

«Vogliono le pagine.»

«Chi?»

«Quelli che vogliono arrivare al Convegno prima della verità.»

Spensero il fuoco a colpi di coperta e d’acqua, con la nave inseguitrice che non cercava di affondarli — cercava di non farli arrivare. Tomas, le mani nere di fumo sulla cassa salvata, rifece il conto delle frecce: la vela, la murata, e la terza esattamente dove dormivano le pagine.

Non era stato un caso.

Il Convegno non era più soltanto una speranza di riunificazione. Era già un campo di battaglia.

E i Lupi non vi erano ancora arrivati.

La prossima cosa

La terza freccia

Il fuoco è arrivato alla cassa dei Diari, e Runa deve scegliere. La fuga passa dai Denti di Njord.

Capitolo II — Il Branco del Mare