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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo II — Il Branco del Mare

La fuga nei Denti di Njord, il Nido del Vento e i Fermi: l'Avanguardia arriva al Convegno con la runa spezzata sulla vela.

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Il Branco del Mare

La terza freccia attraversò il tavolato ed esplose in pece accesa sopra la cassa dei Diari.

Tomas era a tre passi quando la trave gli crollò addosso, e da terra, con la gamba schiacciata sotto il legno, vide la scena che si sarebbe portato dietro per tutta la vita: da una parte lui, dall’altra la cassa che cominciava a bruciare — e in mezzo Runa, ferma, per un solo istante.

Poi la Custode lasciò cadere il secchio, e scelse lui.

Il fuoco a bordo

La terza freccia

Runa provò a sollevare la trave col braccio sano; la mano fasciata cedette al primo sforzo, e Tomas la vide stringere i denti senza mollare.

«Spingila!»

Piantò il piede libero contro il pavimento. Niente. Fu Freya, scesa con due marinai, a liberargli la gamba — e quando Runa si voltò verso la cassa, dalla giuntura del coperchio usciva già una fiamma.

«Portalo sopra», ordinò Freya, strappandole la coperta di mano.

«Le pagine—»

«Porta lui.»

La donna rovesciò sulla cassa un barile di sabbia della cucina. Le fiamme sparirono sotto il peso; il fumo continuò a filtrare tra le fasce di ferro. Runa trascinò Tomas verso la scala, e lui, a ogni gradino, sentiva la gamba pulsare e una domanda più grande del dolore.

«Le pagine?»

«Non lo so.»

Dalla voce, capì che quella risposta le faceva più paura del fuoco.

Sul ponte, Eirik aveva trasformato la nave in un’ombra: lanterne spente, la vela incendiata tagliata via e lasciata cadere in mare, ordini pronunciati piano, il timoniere che seguiva la pressione della sua mano sulla spalla. Dietro di loro gli inseguitori non si nascondevano più: una nave a due alberi, senza insegne, che teneva la rotta con la precisione di chi il mare lo conosce, e riprendeva a tirare frecce di fuoco a ogni cambio di vento favorevole.

«Quanto manca?» chiese il timoniere.

Eirik non vedeva la costa. La sentiva: il vento che cambiava attraversando le gole, le onde che si spezzavano più corte sui fondali, l’odore di alghe e resina.

«Trecento remi. Ai Denti.»

Il timoniere impallidì. «Di notte?»

«Loro hanno acceso abbastanza luci per entrambi.»

Una nave nell'ombra

I Denti di Njord

immagine in arrivoNotte. Il canale stretto fra due file di rocce affioranti, schiuma bianca. In primo piano l'Oltrevento che esce integra dal passaggio; dietro, la nave più grande con la prua sollevata e l'albero anteriore che cade, uomini e remi sparsi tra la schiuma. I bracieri della nave inseguitrice sono le uniche luci.

Tomas sentì Freya discutere col capitano — i Denti di Njord, di notte, dopo una tempesta, erano un suicidio a cui l’Avanguardia aveva dato un nome — e sentì la risposta di Eirik: «La nave che ci segue non passerà.»

«Nemmeno noi, se hai sbagliato posizione.»

«Non l’ho sbagliata.»

Prima del canale, l’Oltrevento rispose al fuoco col fuoco — ma non contro gli uomini. «Rendiamoli ciechi», disse Eirik, e le frecce colpirono i bracieri: una rovesciò la pece accesa sul ponte nemico, un’altra fece cadere la lanterna più alta tra le vele. Per qualche istante la nave inseguitrice fu illuminata per intero, e Tomas vide uomini senza insegne, mantelli neri — e a prua, accanto al capitano, uno che portava la runa dell’Avanguardia coperta da una fascia di cuoio.

Poi il buio inghiottì tutto, e davanti alla prua comparve una linea bianca che non era fatta di onde: era il mare che si spezzava sopra le rocce.

Eirik prese il timone. «Vela a metà. Nessun remo.» E mentre l’Oltrevento rallentava — rallentava, coi nemici alle spalle — la prua entrò nel passaggio. Una roccia sfilò a sinistra, così vicina che Tomas vide le alghe trascinate dall’acqua; una seconda affiorò a destra; lo scafo passò in mezzo con meno di un braccio di margine, e il capitano non guardava davanti a sé: guardava le onde, i cambi di colore della schiuma, le pause nel rumore.

Dietro, la nave grande scelse la velocità.

La prima collisione le strappò metà dei remi. La seconda le aprì la prua. La terza roccia stava al centro del canale, un palmo sotto la superficie: la chiglia la colpì in pieno, con un suono di albero che si spezza dentro una foresta. La prua si sollevò, lo scafo ruotò contro una seconda roccia, l’albero anteriore cadde trascinando la vela — e l’Oltrevento uscì dai Denti nel mare calmo sottocosta.

Tomas guardò indietro. La nave che aveva cercato di bruciarli si stava spezzando, e le grida arrivavano deboli sopra l’acqua.

«Ci sono uomini in mare», disse Runa.

«Potrebbe essere ciò che vogliono», rispose Eirik.

Tomas si tirò su contro la murata, la gamba in fiamme. «Hanno usato il Richiamo per fermarci e attaccarci», disse. «Adesso stanno davvero annegando.»

Nessuno sul ponte si mosse. Poi il capitano guardò la vecchia corda arrotolata vicino all’albero — quella del primo trasferimento dalla Eir, bruciata in un punto — e ordinò di ridurre la vela. Scesero sottovento e lanciarono le cime; per le rocce servì la barca, e la guidò Eirik in persona. «Se non torno», disse a Freya, «qualcuno deve portare l’Oltrevento al Convegno.»

«Questa è la tua nave.»

«Fino a quando sono il capitano.»

Recuperarono sette uomini. Tre morirono prima di toccare il ponte, e uno continuò fino all’ultimo a chiedere di tornare dallo scafo che affondava, perché a bordo c’era suo fratello. Eirik tentò. Il mare chiuse il passaggio prima della barca, e quando il capitano risalì aveva sulle mani un sangue che non apparteneva a nessuno dei salvati.

I due volti della Radice

Soren e Kol

L’uomo pescato prima dell’attacco si chiamava Soren, e quando Tomas disse il nome di suo padre, negli occhi del corriere non passò paura: passò riconoscimento.

«Sei Tomas. Tuo padre parlava di te.»

«Perché non mi ha mai parlato di voi?»

Soren distolse lo sguardo. Era stato un corriere della Radice — messaggi tra uomini che non potevano farsi vedere insieme, copie, nomi, testimonianze: «Vidar voleva conoscere ciò che ogni fazione aveva nascosto alle altre» — e lo avevano gettato in mare perché si era rifiutato di bruciare le pagine. «Avevo passato anni a raccoglierle.»

«Hai portato tu l’ordine a mio padre?» domandò Tomas.

«Se superiamo questa notte, ti dirò ciò che so.»

Tra i quattro prigionieri legati all’albero, uno portava la runa dell’Avanguardia sotto la fascia di cuoio. Si chiamava Kol; aveva navigato quindici anni col Branco del Mare, prima di essere cacciato per aver abbandonato ventitré persone sulla costa di Fjell. Era stato lui a usare il Richiamo del Perduto come esca.

«Hai trasformato una richiesta d’aiuto in un’arma», disse Eirik.

«E tu hai risposto. Significa che la vecchia legge è ancora utile.»

«Non era una legge.»

«No. Era una debolezza.»

Volevano la cassa, e volevano Eirik vivo: «Ogni Branco ha bisogno di un volto quando deve scegliere», disse Kol. «Lo Scudo ha Astrid, la Forgia avrebbe avuto Torvald, il Sostegno porterà Svala. Vidar ha bisogno di qualcuno che possa parlare per il Mare.» E quando Tomas chiese chi avesse dato a suo padre l’ordine contro Haldor, il prigioniero rispose con un nome solo: «Mara.»

Poi Tomas nominò Stenvik e gli appunti, e per la prima volta Kol mostrò paura. «Chi te lo ha detto?» Si voltò verso Soren: «Glielo hai detto tu?»

«Non sapevo della cassa.»

«Allora Edvin era più stupido di quanto credessi.»

Il pugno partì prima che Tomas decidesse di tirarlo. Colpì Kol in pieno volto, e avrebbe colpito ancora se Eirik non lo avesse afferrato di peso.

«Ha chiamato stupido mio padre.»

«Non è una ragione per ucciderlo.»

«Non lo stavo uccidendo.»

«Non ancora.»

Tomas si liberò con uno strattone. «Voi potete combattere, legare e decidere chi resta indietro. Io devo soltanto ascoltare.»

«Puoi parlare alla Tavola», disse Runa.

«Perché possiate dirmi che non sapete?»

«Perché, quando sapremo, non sia soltanto Kol a decidere quale parte ascolterai.»

Ciò che il fuoco ha preso

La cassa

Aprirono la cassa a notte fonda, con gli strumenti di Freya, lentamente.

Il primo strato di lana era carbonizzato. Due fascicoli avevano i bordi anneriti, e lungo le pagine esterne alcune parole erano scomparse per sempre. La testimonianza di Ivar era intatta, protetta sotto gli altri documenti. Ma una pergamena antica era ridotta a tre frammenti di frase:

…le strade…

…gli altri…

…tornare…

Tomas guardava Runa passare il pollice sul bordo bruciato, e non capiva ancora che stava guardando una ferita.

«Puoi ricostruirla?» domandò Eirik.

«Forse esiste un’altra copia. Se non esiste, è perduta.»

Il capitano guardò il ragazzo, seduto in disparte vicino alla prua, e abbassò la voce — ma il vento portava le parole, e Tomas le sentì tutte.

«Hai scelto lui.»

«Sì.»

«Le pagine potevano bruciare.»

«Sì.»

«Lo rifaresti?»

Un silenzio. Poi: «Sì.»

Tomas rimase immobile nel buio, con la gamba che pulsava. Suo padre, davanti alla stessa scelta, aveva preso il messaggio e lasciato una moglie. La Custode di Isgard, che conosceva il valore di ogni pagina come nessun altro essere vivente, aveva lasciato bruciare le parole per tirare fuori lui da sotto una trave.

Non disse niente, quella notte.

Ma qualcosa, da qualche parte, cominciò a raddrizzarsi.

I Fermi

Il Nido del Vento

immagine in arrivoBaia quasi circolare protetta da pareti di roccia, raggiungibile da uno stretto passaggio a nord. Tre navi all'ancora, una in riparazione sulla spiaggia, case basse e officine costruite con legni di scafi diversi. Più di trenta rune dell'Avanguardia: incise sulle prue, dipinte sui pali, scolpite sopra le porte. Gente al lavoro, anziani e bambini: i Fermi.

L’Oltrevento non poteva arrivare al Convegno in quelle condizioni: mezza vela, tre fori nella murata, un marinaio che perdeva sangue. Eirik fece rotta su un nome che non stava su nessuna mappa — il Nido del Vento — e il mare mostrò a Tomas una cosa che non credeva possibile: un’isola che da lontano era una parete di roccia e da nord, all’improvviso, un varco; dietro, una baia quasi circolare, tre navi all’ancora, una quarta in riparazione sulla spiaggia, officine e case basse costruite con legni di scafi diversi. E la runa dell’Avanguardia ovunque — incisa sulle prue, dipinta sui pali, scolpita sopra le porte — Runa ne contò più di trenta prima di toccare terra.

«Credevo che l’Avanguardia non avesse una casa», disse.

«Non è una casa», rispose Eirik. «È un rifugio.»

«Ci sono famiglie. Campi. Officine.»

Il capitano non rispose più: era più facile chiamare temporaneo un luogo finché nessuno contava gli anni che la gente ci aveva passato dentro.

Gli abitanti scesero alla spiaggia: anziani, uomini con gambe amputate, marinai troppo segnati per reggere una tempesta, donne coi bastoni. E bambini.

«Chi sono?» domandò Tomas.

«I Fermi», rispose un giovane marinaio — senza disprezzo e senza orgoglio, come si dice il nome naturale di chi non naviga più.

Ad aspettare Eirik sull’acqua c’era una donna coi capelli bianchi in treccia e il braccio sinistro che finiva sotto il gomito. Squadrò la nave: «Hai perso una vela. Hai aperto la murata. Hai portato prigionieri.» Poi squadrò Runa, Tomas e Soren: «E tre problemi che camminano da soli.»

«Una», sorrise Eirik.

«Non chiamarmi come se fossi felice di vedermi.»

«Sei felice.»

«Sono felice di poter criticare personalmente ciò che hai fatto.»

Era stata capitana per trent’anni, finché il salvataggio di un equipaggio nei ghiacci non le aveva preso il braccio. Alzò la voce una volta sola, e il Nido si mosse come un organismo unico: legname, pece, mani sul ferito, una squadra sulla vela. Nessuno chiese a chi appartenesse un lavoro. Tomas, guardandoli, capì una cosa sull’Avanguardia che la velocità non spiegava: erano capaci di cominciare prima che i compiti venissero assegnati.

Otto remi sulla spiaggia

La Tavola delle Rotte

La Tavola delle Rotte venne montata al tramonto, sulla spiaggia: otto remi disposti su supporti bassi, ognuno appartenuto a una nave perduta, i nomi ancora leggibili sul legno. Si poteva smontare in pochi minuti, come quella dell’Oltrevento.

Tomas sedeva con la gamba fasciata accanto a Runa, e notò subito la cosa storta: Una, in piedi, dietro gli abitanti. Nessun seggio.

«Non partecipi?» domandò la Custode.

«Non comando una nave.»

«Le rotte decidono quali navi tornano, quante provviste arrivano, quante persone resteranno al Nido. Ti riguardano.»

«Sei arrivata da un’ora e vuoi già cambiare le nostre leggi», sorrise l’anziana.

«Voglio comprenderle.»

«È ciò che dicono i Custodi prima di riscriverle.»

Eirik raccontò tutto — l’attacco, i Denti, il ritorno per i naufraghi — senza giustificarsi. E la Tavola litigò. Stenvar, il capitano della nave più grande, voleva le pagine sulla Saetta, la sua, la più veloce; voleva Tomas fermo al Nido «finché può camminare», Soren prigioniero, e quando Una parlò da dietro le spalle le rispose senza voltarsi: «Non hai un seggio.»

«Non lo avevo dimenticato», disse lei, guardando il proprio braccio.

Fu allora che Tomas parlò, prima di decidere di farlo — di nuovo.

«Perché li chiamate Fermi?»

«Perché non navigano», disse Stenvar.

«Una ha navigato più di te.»

Qualcuno rise. Stenvar no. «Ora non può.»

«Allora tutto ciò che sa non serve più?»

Runa posò sulla Tavola il resoconto della Eir e allargò il conto: lo Scudo credeva che chi viveva dietro le mura dovesse accettare le scelte di chi le difendeva; la Forgia, che chi non costruiva non capisse gli strumenti; l’Avanguardia sosteneva che chi non navigava non potesse decidere le rotte. «Una persona colpita da una decisione deve poter raggiungere il luogo in cui viene presa.»

«Se ascoltassimo ogni uomo del Nido, nessuna nave partirebbe in tempo», disse Stenvar.

«Non devono decidere come si regola una vela nella tempesta.»

«Allora dove finisce il loro diritto e comincia il comando del capitano?»

«È ciò che dovete stabilire insieme.»

Fu Eirik a rompere l’equilibrio. Posò le mani sul remo che aveva davanti — portava inciso il nome Figlia dell’Alba, la nave che Una aveva comandato prima del braccio — e disse: «Una avrà un seggio.»

«Perché ora?» lo sfidò Stenvar. «Perché una Custode ti ha fatto vergognare della tua nave?»

«Perché oggi sono tornato verso uomini che avevano cercato di ucciderci, e ho potuto farlo sapendo che qui c’era chi poteva riparare la nave. Li chiamiamo Fermi come se fossimo noi a sostenere il loro peso. È il contrario, ogni volta che rientriamo.»

La discussione fu lunga, e l’Avanguardia fece la cosa che detestava di più: restò ferma abbastanza a lungo da ascoltare. Alla fine Una ebbe il seggio del Nido fino alla primavera — una prova, non ancora una riforma — e prese posto sul remo della propria vecchia nave.

«Avete impiegato soltanto quarant’anni.»

Poi si decisero le persone. Le pagine sarebbero rimaste sull’Oltrevento — «l’attacco voleva Eirik vivo e le pagine cenere», osservò Una: «qualcuno al Convegno vuole la voce dell’Avanguardia ma non quella di Isgard; separarli faciliterebbe il lavoro» — Tomas poteva viaggiare, e Soren venne affidato alla custodia di Eirik, dopo che il corriere ebbe confessato davanti a tutti ciò che era stato: ordini, nomi, denaro, riunioni da cui qualcuno non era tornato.

«Hai portato tu l’ordine a mio padre?» domandò Tomas, davanti alla Tavola.

«Sì.»

«Quale ordine?»

«Haldor doveva essere convinto a tacere fino al Convegno. Convinto: quella era la parola. Mara aveva detto che il silenzio di Haldor era necessario.»

«Non ha detto di ucciderlo.»

«Non davanti a me.»

Tomas chiuse gli occhi. Non poteva più raccontarsi un padre costretto da un ordine chiaro: Edvin aveva ricevuto parole abbastanza ambigue da dovere scegliere lui che cosa era disposto a fare. Era così che il potere si proteggeva — non chiedendo il crimine: costruendo il luogo dove qualcuno poteva convincersi che fosse necessario.

«Soren viene», disse.

«Non decidi tu», disse Stenvar.

«No. Ma io ho bisogno di ascoltarlo davanti al Convegno.»

Una guardò i capitani: «Il ragazzo è una delle persone per cui diciamo di navigare. Potremmo provare ad ascoltarlo, prima di spiegargli perché non comprende il mare.»

Kol restò al Nido coi suoi. Rise: «Lasciate la Radice con i Fermi.»

«La differenza tra noi», disse Una, «è che sappiamo dove trovarti domani.»

Edvin e Mara

La notte del Nido

Quella notte il Nido ricucì la vela dell’Oltrevento con la tela di tre navi: una striscia rossa della Figlia dell’Alba, un triangolo grigio recuperato dai ghiacci, una sezione bianca di una nave del Sostegno soccorsa anni prima. La runa dell’Avanguardia rimase visibile — ma una delle sue linee venne interrotta dalla giuntura.

«Il Convegno vedrà una runa incompleta», protestò Stenvar.

«Forse è opportuno», disse Runa.

Tomas passò la notte al fuoco con Soren, e il corriere mantenne la parola. Gli raccontò di Edvin tra i primi uomini senza runa invitati agli incontri segreti di Stenvik — uno che conosceva le strade dei profughi e parlava con chi le Tavole avevano escluso; Vidar lo aveva ascoltato, e a un uomo senza posto era bastato quello per credere che l’unità gliene avrebbe dato uno. «Mio padre non aveva mai avuto un posto?» «Non uno che considerasse suo.» «Aveva noi.» Soren guardò il fuoco: «A volte gli uomini vedono più chiaramente ciò che manca loro di ciò che possiedono.»

Poi venne la parte che bruciava. La Costa Bruna. La Radice sapeva dell’attacco — e aveva avvertito soltanto Edvin, perché portasse fuori i documenti.

«Avete salvato una lista mentre bruciavano le case.»

«Sì.»

«Tu cosa avresti fatto?»

«Avrei preso mio figlio.»

«E mia madre?»

«Non lo so.»

Tomas scagliò un legno nel fuoco e non disse più niente per un pezzo. Fu Runa, avvicinandosi, a chiedere di Mara — e il nome aprì una storia che nessuno dei due si aspettava: Mara era stata una Custode. Della Tavola di Ulfrheim — la città distrutta trent’anni prima, tre richieste d’aiuto, e tutte e quattro le fazioni che avevano fallito: lo Scudo rifiutò perché il territorio non era alleato, il Sostegno arrivò tardi, l’Avanguardia era oltre il mare, la Forgia aveva venduto armi a entrambi gli eserciti. Mara aveva diciassette anni. Sopravvisse sotto la Tavola, protetta dal fuoco dai corpi degli altri.

«E ora vuole un solo Branco», disse Tomas. «Perché nessuno possa più dire che una città apparteneva alla fazione sbagliata.»

«Questo è ciò che dice», rispose Soren.

«Sarà al Convegno?»

«Sì.»

«Voglio parlarle.»

«Potrebbe considerarti una minaccia.»

«Sono un ragazzo con una gamba ferita.»

«Gli uomini hanno sottovalutato persone per ragioni peggiori», disse Runa.

Tomas guardò il mare nero oltre la baia.

«Non voglio ucciderla.» Nessuno aveva detto che lo volesse, e proprio per questo gli credettero. «Voglio che mi dica perché il Branco che voleva costruire valeva più di mia madre.»

Più tardi, mentre fingeva di dormire, sentì Una parlare piano con la Custode, dall’altra parte del fuoco.

«Non trasformare lui nel prossimo Diario. Lo guardi come se ogni sua domanda fosse una pagina da proteggere.»

«Non lo sto usando.»

«Non ancora. Ogni fazione ha un modo elegante per trasformare le persone in ciò che le serve. Lo Scudo le chiama protette. Il Sostegno pazienti. La Forgia risorse. L’Avanguardia equipaggio, o peso.»

«E i Custodi?»

«Testimonianze.» La voce dell’anziana si fece più bassa. «Chiedi il nome prima del racconto. E poi ricorda che il nome esiste anche quando la persona non ha nulla da raccontarti.»

Tomas si addormentò senza sapere se essere arrabbiato o grato. Forse era quella, la sensazione di avere qualcuno che discute su come proteggerti.

Verso il Convegno

La vela ricucita

immagine in arrivoL'immagine simbolo del capitolo: la vela riparata con tele di tre navi diverse — una striscia rossa della Figlia dell'Alba, un triangolo grigio, una sezione bianca del Sostegno. La runa dell'Avanguardia interrotta dalla giuntura, visibilmente spezzata e ricomposta. La nave passa lo stretto varco fra le rocce, la Saetta dietro.

L’Oltrevento partì all’alba, e Una salì a bordo prima che ritirassero le passerelle, con un piccolo sacco e la tavoletta del seggio.

«Che cosa fai?» domandò Eirik.

«Vengo al Convegno. Le decisioni che riguardano il Nido verranno prese lì.»

«Non eri nell’elenco delle delegazioni.»

«Neppure Tomas.»

Il ragazzo sorrise, e il capitano si arrese: «La nave è già sovraccarica.»

«Ti ho liberato di quattro uomini.»

«Tre. Soren viene con noi.»

«Allora prenderò il posto di una delle tue certezze. Ne porti troppe.»

Dal molo, Stenvar annunciò che la Saetta sarebbe partita un’ora dopo di loro. «Avete deciso di scortarci?» «Abbiamo deciso di non affidare il futuro dell’Avanguardia a un capitano che considera i Denti di Njord una rotta notturna.»

Le corde vennero liberate, la nave attraversò il varco, e la vela ricucita si gonfiò nel vento del mattino. La runa dell’Avanguardia apparve interrotta — una linea scura tagliata dalla tela rossa della Figlia dell’Alba — spezzata e ricomposta senza nascondere la frattura.

«La ridipingerai?» domandò Runa.

«Quando avremo deciso cosa deve significare», disse Eirik.

Tomas, seduto a poppa con la gamba distesa, guardò le persone su quella nave: una Custode di Isgard con le pagine bruciacchiate e un nome nuovo da inseguire — Mara di Ulfrheim; un corriere della Radice sotto custodia; una donna che il Branco del Mare aveva chiamato Ferma; un capitano che aveva appena cominciato a chiedersi chi rendesse possibile ogni sua partenza. E lui: un ragazzo senza runa, con una chiave di ferro al collo.

Era ancora una nave senza re.

Non era più una nave convinta di poter viaggiare da sola.

Davanti, oltre il limite del mare, il Convegno aspettava: Vidar con la scheggia, le quattro fazioni con le loro rune intere — e l’Avanguardia, per la prima volta da quando i Branchi si erano divisi, sarebbe arrivata col proprio simbolo spezzato sulla vela. Non come segno di sconfitta. Come prova che aveva potuto continuare soltanto accettando parti appartenute ad altre navi.

La prossima cosa

Il Convegno attende

Dagrheim, la Casa del Giorno: duemila persone, quattro rune, e una scheggia di legno scuro che ognuno guarderà con i propri occhi.

Capitolo III — Gli Eredi della Runa