La Fortezza dei Senza Nome
Il sentiero settentrionale non era crollato. Aveva semplicemente smesso di essere una strada.
Le mappe dello Scudo lo segnavano ancora come una linea sottile su per il fianco della montagna; in realtà il disgelo si era portato via interi tratti, gli alberi crescevano dove passavano i carri, e in certi punti si procedeva col corpo appoggiato alla parete e i piedi su una cornice di pietra larga meno di una mano.
Tomas saliva col ginocchio gonfio e non rallentava. Lassù, da qualche parte oltre le due gole, c’era Raukfall.
E dentro Raukfall, forse, sua madre.
Il sentiero
Eirik procedeva davanti, senza mappa: leggeva i segni dell’acqua e il modo in cui gli abeti si piegavano a valle, legava una corda, attraversava, e aspettava dall’altra parte. Non prometteva che fosse sicuro — mostrava che qualcuno era già arrivato oltre il pericolo. Tomas aveva capito che quello era il modo dell’Avanguardia di offrire fiducia.
«Stai appoggiando male il piede», gli disse Una, dietro di lui.
«Cammino.»
«È diverso.»
«Riesco a stare al passo.»
«Con chi?» Tomas indicò Eirik, e l’anziana sbuffò: «Quell’uomo considera il terreno un avversario personale. Non usarlo come misura.»
Mara camminava in fondo, tra due marinai, e durante una sosta Tomas colse frammenti della conversazione che Runa le stava facendo a voce bassa — sua madre veniva da Mork, la famiglia l’aveva ripudiata per aver sposato un uomo senza proprietà, clan o giuramento; e su suo padre, la frase che gli si piantò sotto le costole: «Hai scelto la sua ferita.» «Sì.» Mara non si difendeva più. Descriveva il meccanismo con cui aveva usato Edvin, con parole complete, e Una commentò che almeno quello era un inizio.
Alla seconda gola il ponte non c’era più: due pilastri, corde spezzate sopra il torrente. Eirik voleva passare lungo la parete — un’ora, disse. Poi guardò il ginocchio di Tomas, e il braccio di Una.
«Costruiamo il ponte», disse l’anziana, sedendosi su una pietra.
«Possiamo attraversare tutti.»
«Tomas no. E me?»
Il capitano guardò il braccio mancante, e Una alzò il bastone: «Non dire qualcosa che ti costringerà a scusarti.»
Costruirono il ponte. Eirik non lo fece volentieri — ed era proprio per questo, pensò Tomas, che la scelta valeva qualcosa.
Fu lì che Soren trovò le tracce: tre persone, forse quattro, passate nella notte. Mara si inginocchiò su un’impronta. «Ylva. Appoggia il piede sinistro verso l’interno.» E una traccia più piccola si staccava dal gruppo e scendeva tra gli alberi.
I marinai tornarono con un ragazzo che mordeva.
Kell
Aveva forse dodici anni, abiti sporchi di terra e un collare di ferro spezzato intorno al collo.
«Come ti chiami?» domandò Runa.
«Non ne ho uno.»
«Tutti hanno un nome.»
«Non a Raukfall.»
A Raukfall — raccontò, un pezzo alla volta, dopo che Mara si strappò dalla cintura la fibbia con l’albero e la gettò nella gola — nessuno si chiamava prigioniero: si chiamavano ospiti del passo. Trecento soldati, forse meno. E i registri di Rorik: villaggi, famiglie, signori che cercavano le persone. «Quando sanno chi sei, sanno chi può reclamarti.» Chi aveva un nome poteva essere scambiato — con cibo, prigionieri, passaggi. Chi non lo aveva, lavorava. Il collare glielo avevano messo per un furto di pane. «Avevi fame?» «Mia sorella.» Si chiamava Lysa, aveva nove anni, ed era ancora dentro. Lui era uscito da un condotto, e Ylva era entrata quella mattina.
«Elin», disse Tomas, e la voce non gli uscì dritta. «Conosci una donna chiamata Elin?»
Il ragazzo lo guardò. «La Madre delle Liste.»
«Che cosa significa?»
«Tiene i nomi veri.»
«Per Rorik?»
«No.» Kell si toccò il petto. «Per noi.»
Accettò di riportarli dentro a modo suo, con le condizioni scandite una per una davanti al ponte che avrebbero potuto usare per fuggire e che nessuno gli impediva di prendere: «Se torno, non sono vostro.» «No.» «Non sono dello Scudo. Nemmeno di lei.» «No.» Poi guardò Tomas: «E tu non decidi per tua madre.»
Tomas serrò la mascella. «No.»
Soltanto allora il ragazzo li condusse al tunnel — uno stretto condotto sotto una lastra di roccia, scavato quando lo Scudo aveva costruito Raukfall. «Serviva per l’acqua?» domandò Freya. «Per i morti.» La fortezza non aveva terra per seppellire durante gli assedi. Una strada costruita per uscire senza essere visti.
«Da morti», disse Una.
«I progettisti non specificano sempre l’utilizzo migliore», disse Eirik.
Il deposito dei nomi
Il tunnel dei morti saliva verso camere basse sotto il cortile occidentale, e da una grata Tomas emerse in una stanza piena di legno.
Non assi. Tavolette. Migliaia.
Disposte sugli scaffali, legate in fasci, impilate nelle casse, e su ognuna un nome inciso: ALVA, FIGLIA DI RANN. TOR, FRATELLO DI MIKEL. SIRI, GUARITRICE DELLA COSTA BRUNA. HALD, NESSUNA CASA RICONOSCIUTA. Alcune portavano soltanto una descrizione: uomo con cicatrice sulla fronte, trovato presso il fiume. Bambina che canta durante il sonno.
«Il deposito dei nomi», sussurrò Runa, e per un momento dimenticò perfino il pericolo.
«Rorik ha i registri per venderci», disse Kell. «Elin tiene questi per restituirci ciò che togliamo dalle tuniche.»
Tomas percorse gli scaffali con il cuore in gola.
«Dov’è?»
Una voce arrivò dalla porta.
«Dietro di te.»
La donna portava un secchio d’acqua e un fascio di tavolette sotto il braccio. Capelli castani attraversati dal grigio, una cicatrice recente sul collo, un grembiule macchiato d’inchiostro. Guardò gli estranei.
Poi guardò lui.
Il secchio cadde. L’acqua attraversò il pavimento, e nessuno dei due si mosse.
Elin sollevò una mano e la lasciò sospesa a mezz’aria, come se completare il gesto potesse rompere qualcosa.
«Sei vivo.»
Tomas provò a parlare. Non uscì alcun suono. Fu lei ad attraversare la stanza: gli toccò il volto, la fronte, i capelli — verificando ogni parte, una per una — e poi lo strinse. Lui rimase rigido un istante. Poi le braccia gli cedettero, e si aggrappò a sua madre come non faceva da quando era bambino.
Runa si voltò dall’altra parte. Non per discrezione, avrebbe capito Tomas anni dopo: perché certe riunioni non devono cominciare sotto lo sguardo di un Custode pronto a trasformarle in memoria.
Parlarono senza ordine, domande sovrapposte — dov’eri, pensavo fossi morto, Edvin mi ha portato via, è tornato? No. Perché non è tornato? È morto. Elin chiuse gli occhi, e Tomas la tenne più forte. Quando lei vide il mantello scuro di Runa, disse soltanto: «Allora non scrivere ancora.» E la Custode annuì.
Poi vennero le cose difficili. Edvin sapeva che era viva, quando si erano separati: lei gli aveva detto di prendere il bambino, raggiungere il fiume, e tornare. Non era tornato.
«Perché?»
«Non lo so.»
La stessa risposta di tutti. Ma questa volta veniva dalla persona che aveva più diritto di pronunciarla, e suonava diversa. «Forse credeva che fossi stata presa. Forse tornò e non ci trovò. Forse scelse il messaggio. Forse ebbe paura.»
«Ha ucciso un uomo», disse Tomas.
Dolore, sul volto di sua madre. Non sorpresa. Sapeva del compito; non sapeva che l’avesse compiuto. E quando lui chiese perché non gli avesse mai detto niente della Radice, Elin guardò Mara, ferma davanti agli scaffali: «Tuo padre voleva che tu restassi fuori. Da questo.» Lei stessa era stata a Stenvik una volta sola: Vidar voleva ascoltare persone senza runa. «Ho chiesto chi avrebbe deciso chi potesse sedersi. Non mi invitarono alla seconda riunione.»
Infine Tomas guardò il deposito — l’opera di sua madre, migliaia di nomi sottratti al mercato di Rorik — e fece la domanda per cui aveva attraversato il mare.
«Vieni via con me.»
Elin gli prese il volto tra le mani. «Voglio te.»
«Non è ciò che ho chiesto.»
«Non posso abbandonare queste persone nel momento in cui due eserciti arrivano alle mura.»
«Io sono tuo figlio.»
«Sì.»
«Allora vieni.»
«Non posso.»
Tomas arretrò. Aveva attraversato il mare credendo che ritrovarla avrebbe risolto qualcosa: era viva, lo amava — e non era pronta a lasciare tutto perché lui era arrivato. Uscì dalla stanza prima che qualcuno vedesse la sua faccia. Sentì Una fermare Runa con il bastone — «Non riempire il silenzio» — e fermare anche sua madre: «Lascialo camminare finché la gamba glielo permette.»
«È ferito.»
«Non abbastanza da non essere arrabbiato.»
La sala di Rorik
Rorik li ricevette nella vecchia sala dello Scudo, con la runa sopra la Tavola coperta da una pelle di cervo e alle pareti gli stendardi suoi e di Hakon: una torre spezzata attraversata da una lancia. Il figlio del re sconfitto aveva poco più di trent’anni, capelli rossi, una cicatrice sul naso, e nessun oro addosso.
Al quarto posto della sua Tavola sedeva Ylva.
Tomas mise la mano sotto il mantello, dove teneva il coltello del padre. Runa gliela afferrò senza guardarlo, e lui non estrasse l’arma.
Il colloquio fu una lezione su come si tiene una fortezza. Ylva aveva promesso a Rorik che il Convegno avrebbe impedito alla Corona di prendere Raukfall — in cambio della liberazione dei profughi, «dopo la guerra». «Dici sempre dopo», disse Elin, entrata dietro il gruppo. «Perché prima dobbiamo sopravvivere.» «Chi è “noi”?» «Tutti.»
Rorik conosceva ogni persona abbastanza da usarne i legami — chiamò Kell per nome, e nominò Lysa senza minaccia e senza bisogno di farne una. Quando Runa gli chiese come sapesse che Sigurd avrebbe separato gli uomini in età da combattere, rispose: «Perché farei lo stesso.» Era una risposta terribile. Era anche onesta.
Voleva il riconoscimento dei Lupi: Raukfall territorio protetto, cibo, il ritiro del re. «E tu?» domandò Una. «Resterò al comando.» «Naturalmente. Anche Harek aveva preso Isgard.» Il nome era antico, ma Rorik lo conosceva: «Harek perse perché i villaggi lo tradirono.»
«Harek perse perché aveva cominciato a chiamare tradimento ogni scelta che non coincidesse con la propria.»
«Non sono Harek.»
«Nessuno lo è, prima di diventarlo.»
Tomas fece un passo avanti. «Mia madre viene con me.»
Rorik si rivolse a Elin: «Lo hai deciso?»
«Non ancora.»
«Non devi chiederglielo», scattò Tomas — e sentì la frase in bocca, e riconobbe l’errore che aveva imparato a vedere in tutti gli altri. Sua madre lo guardò.
«Scusa», disse.
E su una cosa Rorik non si piegò: nessuno avrebbe lasciato la fortezza prima del ritiro dell’esercito. «Allora non è una scelta», disse Runa. «È una necessità.» Tomas vide Mara chiudere gli occhi: quella parola ormai era un filo che legava tutti gli errori del libro.
Cinque Tavole
Ciò che accadde dopo, Tomas lo avrebbe raccontato per anni: dentro una fortezza assediata, sotto il naso di un comandante che vietava le assemblee, nacquero cinque Tavole in un’ora. Nel deposito dei nomi, nella cucina, nella stalla, sotto la torre orientale, accanto alla cisterna. Niente messaggeri ufficiali: bambini e anziani che attraversavano il cortile portando domande e numeri. Chi voleva uscire subito? Chi restare fino alla fine dell’inverno? Chi temeva la Corona più di Rorik? Chi aveva una casa a cui tornare?
Runa impose una sola regola: nessuno avrebbe pronunciato il nome vero di un’altra persona senza consenso.
Le risposte non fecero due gruppi puliti. Molti volevano lasciare Raukfall ma non consegnarsi al re; alcuni restare, ma non sotto Rorik; altri avrebbero seguito chiunque garantisse pane ai bambini. Ventisette uomini pronti a combattere Sigurd, diciannove Rorik, dodici entrambi. Cinquantatré persone che non volevano scegliere con le mura circondate.
Tomas restò nel deposito con sua madre, a guardarla incidere il conto su una tavola grande. «Centottantasei vogliono uscire», disse lei.
«Tu?»
«Non ho ancora deciso.»
Le chiese di venire al Nido del Vento, e si scoprì a offrirle luoghi che non conosceva e persone che non aveva mai visto. «Potremmo scegliere insieme», disse infine.
Elin gli toccò il volto. «Sì. Ma insieme non significa che sceglieremo la stessa cosa.»
Fu allora che Tomas le raccontò di Ari — la cesta, la corda, la scelta di Eirik — e sua madre ascoltò fino in fondo. «Il capitano ha salvato persone?» «Sì.» «E ha perso un bambino?» «Sì.» «Le due cose possono essere vere.»
«Tutti dicono così.»
«Perché il mondo non diventa semplice quando ti fa male.»
«Allora come si decide se qualcuno ha sbagliato?»
Elin guardò le tavolette. «Chiedendo se, dopo aver visto il dolore causato, ha cambiato il modo di scegliere.»
Tomas pensò a Eirik che tornava indietro nei Denti di Njord. Poi a suo padre, e alla chiave sotto la tunica, e a tutto quello che non sapeva ancora.
«Farò uscire chi lo desidera», disse Elin. «Sarò l’ultima.»
«Allora resto.»
«Non usarlo contro di me. Non trasformare il fatto che io voglia aiutare gli altri nella ragione per cui tu debba rimettere in pericolo la tua vita.»
«Non sei tu a decidere.»
Sua madre sorrise, triste. «No.»
Questa è la mia fortezza
Rorik scoprì le Tavole quando un bambino consegnò per errore una tavoletta a una guardia, ed entrò nel deposito con dodici uomini. Lesse le prime incisioni. Prese in mano KELL, FRATELLO DI LYSA.
«Questa è la mia fortezza.»
«Ecco la frase», rise Una dal fondo. «Ho già sentito uomini chiamare proprio ciò che hanno preso.»
«Ho nutrito queste persone.»
«Con il loro lavoro.»
«Ho dato loro un luogo.»
«Hai dato mura», disse Elin. «Il luogo lo abbiamo costruito noi.»
Rorik la guardò a lungo, e chiese quanti volessero uscire. «Centottantasei.» «Non possono.» Le guardie si mossero, Eirik e i suoi estrassero le spade, la stanza divenne troppo piccola — e fu Runa a mettersi in mezzo con una sola frase: «Se combatti qui, i nomi bruceranno.»
Tomas vide il comandante guardare gli scaffali e capire, per la prima volta, il potere di quella stanza: non una minaccia contro di lui — una memoria che avrebbe registrato esattamente chi aveva iniziato.
«Avete fino al tramonto», disse Rorik. Se Sigurd avesse ritirato l’esercito oltre il secondo ponte, avrebbe aperto la postierla. Senza collari. Sui registri resistette — «contengono anche assassini» «allora ascolteremo ogni accusa dopo che saranno liberi» — e cedette su una cosa sola, quella di Elin: i nomi veri sarebbero partiti per primi. Ogni tavoletta.
«Rallenteranno l’evacuazione.»
«Sono persone.»
«Sono legno.»
«È la differenza tra la tua lista e la loro», disse Runa.
Il messaggio volò ad Astrid legato a una freccia senza punta, e in fondo Runa aggiunse una riga che non riguardava l’assedio: Elin, madre di Tomas, è viva.
Ciò che accadde là fuori, Tomas lo seppe dopo, e lo raccontò sempre con le parole di chi c’era. Halden, il generale del re, rifiutò il ritiro; Astrid gli tenne testa — «Il mio comando termina quando l’ultimo civile che desidera uscire è al sicuro» — e quando il generale minacciò di sciogliere l’accordo, la comandante si rivolse ai propri uomini: chi riteneva che il giuramento li obbligasse a obbedire al generale poteva restare, senza essere giudicato traditore. Una parte rimase con Halden.
La maggioranza la seguì oltre il secondo ponte.
«Stai dividendo lo Scudo», disse il generale.
«No. Sto impedendo che l’unità diventi il nome dato alla paura di dissentire.»
E la Forgia non mosse gli arieti: «Gli strumenti erano destinati ad aprire una via, non a distruggere la porta», disse Dagny, la rappresentante degli artigiani. «Dietro ci sono persone.» Il primo accordo con la Corona aveva trovato il proprio limite in meno di un giorno.
L'evacuazione
L’evacuazione cominciò al tramonto, dalla postierla orientale: dieci persone per volta, una guida davanti e una dietro, i bambini legati agli adulti con corde separate — abbastanza lunghe da camminare senza essere trascinati.
Tomas guardò i nodi e capì. Nessuna cesta. Nessuna corda unica da cui dipendesse una famiglia intera. Ari era presente in ogni nodo, anche se nessuno ne pronunciò il nome.
Elin usciva e rientrava: accompagnava un gruppo, consegnava le tavolette, tornava. Tomas la seguì finché la gamba non cedette, alla terza volta, e sua madre gli disse di restare fuori, e lui rispose «Non sei tu a decidere», e lei chiuse gli occhi: «No.»
Fu Una a fermarlo davvero, porgendogli il bastone.
«Non trasformare la libertà di scegliere nell’obbligo di compiere sempre la scelta più dolorosa. Chiediti se servi davvero tornando — o se vuoi soltanto dimostrare di non essere stato lasciato indietro.»
Tomas guardò sua madre rientrare nella fortezza. Quella volta rimase.
Non fu vigliaccheria. Fu più difficile.
Poi, al settimo gruppo, Ylva agì.
Il fumo salì dal cortile interno — il granaio — e la campana suonò l’attacco, non l’incendio; le porte meridionali si spalancarono da sole vomitando fumo dai carri incendiati, e da lontano parve una sortita coperta dalle fiamme. Frecce corte caddero davanti agli uomini della Corona, misurate apposta per provocare una risposta. Halden ordinò di avanzare; lo Scudo di Astrid si mise in mezzo, scudi alzati non contro Raukfall — tra gli arcieri reali e la fortezza. «Quanti uomini devono morire perché tu ne sia certa?» «Uno è già troppo», disse Astrid. «Non lo userò per ucciderne cento.»
Dentro, Tomas era rientrato nonostante Una — perché dalle parole di un uomo della Radice catturato aveva sentito le uniche che contavano: Ha la Madre delle Liste.
Corse col ginocchio in fiamme fino al cortile. Il granaio bruciava, il vento spingeva il fuoco verso il deposito, e sopra la passerella Ylva teneva Elin davanti a sé, una torcia nell’altra mano, i registri di Rorik accatastati sotto — le liste coi nomi veri, i villaggi, i valori di scambio.
«Apri la postierla completamente!» gridava. «Tutti fuori!»
«Non vogliono tutti uscire», disse Elin, col sangue sul viso.
«Lo vorranno quando la fortezza brucerà.»
«È sempre così», rise sua madre nonostante la lama. «Gli uomini dicono che ti costringono per la tua salvezza, e sembrano sorpresi quando non li ringrazi.»
Tomas arrivò sotto la passerella. «Lasciala.»
Ylva vide la chiave sotto la sua tunica. «Dammela. Gli appunti di Edvin possono provare che Vidar sapeva tutto.»
«Se dicono la verità, devono essere letti.»
«La verità senza il momento giusto può uccidere un progetto necessario.»
Tomas estrasse il coltello del padre e avanzò, e la donna sorrise: «Edvin avrebbe compreso.»
«Non lo so.»
«Io sì.»
«È questo il tuo errore.»
Poi le fiamme raggiunsero la paglia sotto la passerella, il legno cedette, e tutto accadde insieme: Elin che perde l’equilibrio, Ylva che tenta di trattenerla e lascia cadere la torcia, il fuoco che esplode tra i registri, il crollo. Tomas corse. Sua madre cadde nel cortile, e lui la raggiunse mentre Runa e Freya lo aiutavano a trascinarla lontano dal fuoco.
Ylva era rimasta appesa a una trave, una mano sul legno e l’altra sospesa sopra le fiamme.
Gridò.
Tomas guardò sua madre, al sicuro. Poi la donna che l’aveva usata, che aveva minacciato il Convegno, che aveva cercato di incendiare Raukfall. Per un istante nessuno gli ordinò che cosa fare. Suo padre, davanti a una scelta così, aveva visto un figlio, una moglie e un compito.
Tomas afferrò una corda.
«No», disse Elin. Non era un ordine. Era paura.
La lanciò verso la trave. «Prendila!»
Ylva lo guardò, incredula.
«Prendila!»
La donna afferrò la cima, la trave cedette, e il peso trascinò Tomas verso le fiamme — poi Runa fu sulla corda dietro di lui, e Freya, e Mara, e insieme tirarono Ylva fuori dal fuoco.
Tomas le tolse il coltello di mano. Non la colpì.
«Mio padre avrebbe compreso?» domandò.
Ylva tossì fumo. «Non lo so.»
Era la prima risposta vera che gli avesse dato.
Mara la legò. «La Radice è finita.»
«No.»
«Per me sì.»
I registri bruciano
Rorik arrivò quando i registri erano cenere. Vide bruciare le pergamene su cui aveva costruito il proprio potere e gridò ai nomi — e fu Elin a mettersi davanti alle fiamme.
«I nomi veri sono al sicuro.»
Il comandante la guardò, e comprese. «Tu.»
«Ho salvato ciò che apparteneva alle persone.»
«Quei registri contenevano crimini, debiti e accordi.»
«Contenevano prezzi.»
La fortezza era ancora sua. Ma le persone dentro avevano smesso di essere convertibili in valore, e quando ordinò di uccidere Ylva, Mara gli si parò davanti, e Runa disse che sarebbe stata giudicata da tutti coloro che aveva coinvolto. Dai bastioni arrivavano i corni del generale.
Rorik guardò le mura, il fumo, i volti. Per anni aveva potuto dire che il suo potere era necessario perché la gente aveva bisogno delle sue porte. Ora quella gente gli chiedeva di lasciarle attraversare.
Rinfoderò la spada.
«Due squadre alla postierla. Tutti i bambini fuori per primi.»
«Famiglie insieme», disse Elin.
Il comandante la guardò. «Famiglie insieme.» E ai suoi uomini: «Chi non desidera combattere deponga le armi e si unisca all’evacuazione. Nessuno verrà chiamato disertore.»
Non tutti posarono le lance. Abbastanza. Rorik non aveva rinunciato al comando: aveva smesso, per un momento, di usarlo per impedire una scelta.
Al secondo ponte, Halden aveva attraversato con la spada in pugno, e Astrid gli si era piantata davanti con trenta uomini. Fu un corno a fermare tutto — non quello di Rorik: quello dell’Avanguardia. Eirik apparve sulla torre orientale, e accanto a lui Runa sollevò una tavoletta verso l’esercito.
Sopra c’era inciso il nome di Elin. Poi quello di Kell. Lysa. Ogni persona che scendeva dalla postierla portava la propria tavoletta — non un registro controllato da un comandante: il proprio nome.
La fila scese lentamente, e i soldati reali guardarono. Non vedevano un esercito nemico. Vedevano persone. Un generale può trasformare una comunità in obiettivo finché resta abbastanza lontana da non distinguere i volti — e la distanza si stava riducendo.
«Aspettiamo», disse Halden.
«Fino all’ultimo», disse Astrid.
«Fino al tramonto.»
«Fino all’ultimo.»
Il generale fece arretrare gli arcieri. «L’accordo verrà giudicato.»
«Anch’io.»
Lasciato andare
L’ultima persona a uscire prima di Elin fu Lysa. Kell l’aspettava oltre il ponte, e la bambina gli corse incontro stringendo il collare spezzato del fratello come una cosa preziosa; il Sostegno li avvolse nella stessa coperta.
Poi, davanti alla postierla, rimase soltanto sua madre.
Dietro di lei il deposito era vuoto: le tavolette distribuite alle persone o caricate su tre slitte della Forgia. Dentro le mura restavano Rorik, centocinquanta soldati, e più di duecento civili che avevano scelto di non uscire — chi non si fidava di Sigurd, chi non aveva altro luogo al mondo. Non erano tutti prigionieri. Non erano tutti liberi.
«Vieni», disse Tomas.
«Le persone che restano hanno bisogno di qualcuno che conservi i nomi.»
«Avevi detto che saresti stata l’ultima.»
«L’ultima di chi desiderava uscire.»
«Scegli sempre gli altri.»
Elin gli prese la mano. «Quando eri bambino, ti scelsi ogni giorno. Ora sei qui davanti a me, e puoi andare dove io non posso.»
«Potresti morire.»
«Sì.»
Tomas lasciò la sua mano. «Allora non ti ho salvata.»
Sua madre gli toccò il petto.
«Non ero una cosa perduta che dovevi riportare a casa.»
Il ragazzo pianse senza nascondersi. «Non abbiamo una casa.»
«Allora costruiscine una dove io possa raggiungerti quando avrò finito qui.»
Si strinsero — e Tomas sentì la differenza da quell’altro abbraccio, nel deposito: allora si erano aggrappati per impedire agli anni di separarli ancora; adesso si tenevano sapendo che avrebbero scelto strade diverse. Elin si sciolse lentamente e gli mise in mano una tavoletta.
ELIN, MADRE DI TOMAS. CUSTODE DEI NOMI DI RAUKFALL PER PROPRIA SCELTA.
«Non mostrarla a chi vuole reclamarmi.»
«A chi?»
«A nessuno.»
«Tornerò», disse Tomas.
«Allora assicurati che sia una scelta, e non una promessa con cui imprigionarti.»
Attraversò la postierla. La porta si chiuse.
Tomas rimase fuori, con la tavoletta in mano, e ci mise un po’ a riconoscere quello che sentiva.
Questa volta non era stato lasciato indietro.
Era stato lasciato andare.
Il Campo dei Senza Nome
Quando l’evacuazione terminò, Astrid depose il comando davanti al secondo ponte — la spada sopra uno scudo rovesciato — e a Halden che reclamava lo Scudo rispose che lo Scudo avrebbe deciso da sé. Il generale non ordinò l’assalto quella sera. Forse per la stanchezza dei soldati. Forse perché non voleva combattere lo Scudo.
Forse perché aveva visto i nomi attraversare il ponte.
Gli evacuati rifiutarono Dagrheim — troppo vicina al re, alla Radice e alle fazioni che già discutevano chi potesse rappresentarli — e si accamparono nella valle sotto la fortezza. La Forgia costruì ripari, il Sostegno distribuì cibo, l’Avanguardia tracciò sentieri di fuga, lo Scudo tenne la linea verso l’esercito reale. Le quattro funzioni, insieme, senza un Primo Custode. Ma nessuno degli evacuati accettò di portare una runa.
Quando chiesero un nome per il campo, Kell rispose: «Nessuno.» E fu Tomas a trovare quello giusto: «Raukfall ci chiamava persone senza nome perché non poteva venderci. Chiamiamolo Campo dei Senza Nome, finché ognuno non avrà scelto quale usare.»
Quella notte le tavolette vennero appese alle porte delle tende. Non come registri: come dichiarazioni. KELL, FRATELLO DI LYSA. LYSA, CHE HA SCELTO DI USCIRE. ALVA, CHE NON TORNERÀ DAL PROPRIO SIGNORE.
Il campo aveva nomi ovunque. Proprio per questo nessuna autorità ne possedeva la lista.
Al fuoco, Runa gli portò una ciotola, e Tomas fece la domanda che non riusciva a mandare giù: «Pensi che mia madre abbia sbagliato?»
«Non lo so.»
«Tu sai sempre quando qualcuno non deve decidere per gli altri.»
«È più semplice riconoscere l’errore quando lo compie un nemico.»
«E se muore?»
«La sua scelta non diventa sbagliata soltanto perché ha un costo.»
«Nemmeno giusta.»
«No.»
Il ragazzo odiava ancora quella complessità. Sospettava che l’avrebbe odiata per tutta la vita — e che questo non l’avrebbe resa meno vera.
Le quattro rune
Fu Ylva, interrogata da Mara in una tenda dello Scudo, a consegnare la ragione per tornare in fretta.
L’incendio di Kjorn non era suo: «la cellula locale». La Radice non obbediva più a nessuno. E il pezzo tagliato della grande runa era in viaggio verso Dagrheim — perché «la scheggia ha bisogno delle quattro rune». Una dalla Forgia, rubata. Una che sarebbe stata presa allo Scudo. Una che il Sostegno avrebbe offerto. E l’Avanguardia…
Ylva guardò Eirik.
«L’ha già consegnata.»
La vela ricucita. Era rimasta a Dagrheim, affidata agli uomini del campo, quando erano partiti per Raukfall.
«Che cosa vogliono farne?» domandò Runa.
«Mostrare che le quattro fazioni sono diventate una.»
«Prima che abbiano scelto.»
«La scelta è già stata compiuta. Da chi comprende che non possiamo permetterci di fallire.»
E su Vidar: conosceva il progetto, non aveva ordinato i furti. «Li fermerà?» «Quando vedrà la nuova Tavola, non vorrà distruggerla.»
Partirono prima dell’alba — «La Custode impara», sorrise Eirik quando Runa rifiutò di aspettare il giorno. Una restò col Campo («qualcuno dovrà ricordare all’Avanguardia che queste persone esistono anche quando le navi saranno partite»), Astrid con lo Scudo, in attesa che Halden scegliesse tra ascoltare e assediare.
Ma prima della partenza, Elin fece scendere una corda dalla torre orientale, e madre e figlio si parlarono da pochi metri — abbastanza per vedersi, non abbastanza per toccarsi.
«Andiamo a Dagrheim. Poi Stenvik», disse Tomas. «Gli appunti di mio padre.»
«Potresti trovare cose che non desideri sapere.»
«Sono già lì anche se non le leggo.»
Elin annuì. «Hai ragione.»
«Hai paura?»
«Sì. Che tu creda di dover diventare l’opposto di tuo padre in ogni cosa.»
«Non voglio essere come lui. Ha ucciso Haldor. Ha scelto il messaggio. Non è tornato per te.»
«No.» Sua madre si appoggiò alla merlatura. «Era anche l’uomo che tornò dentro una casa in fiamme per cercarti. Quello che portava cibo a famiglie che non conosceva, e si fermava a ogni carro rotto lungo la strada. Non cancellare questo per rendere più semplice condannare il resto.»
Tomas abbassò lo sguardo. «Le due cose possono essere vere.»
«Sì.»
E per la prima volta la frase non gli sembrò una scusa. Gli sembrò il peso reale di un nome.
«Tornerò.»
«Trova prima te stesso. Poi decidi dove tornare.»
La corda risalì. Rimasero a guardarsi finché la distanza non divenne soltanto pietra.
Lasciarono Raukfall nella notte — Eirik in testa, Freya su Ylva, Mara accanto a Soren senza più l’albero addosso, Tomas con la tavoletta di Elin e la chiave di Stenvik, Runa coi Diari. Prima del ponte provvisorio, il ragazzo si fermò.
«Non ho chiesto a mia madre se vuole diventare una Lupa.»
Runa guardò le mura. Elin aveva custodito nomi che nessuno poteva reclamare, era rimasta con chi restava, e aveva lasciato partire il figlio senza trasformare l’amore in una catena.
«Forse non le serve il nome», disse.
Dietro di loro, sopra la porta di Raukfall, la runa dello Scudo restava incisa nella pietra. Sotto, dentro la montagna, la stanza delle tavolette era vuota.
I nomi avevano lasciato la fortezza.
Le mura erano rimaste sole.
Le cinque insegne
A Dagrheim la nuova Tavola è già stata costruita: quattro rune e l'albero sopra la porta. Manca solo il consenso di chi le portava.
