Il Giuramento del Re
La mattina dopo la scheggia, Dagrheim si svegliò circondata da soldati.
Tomas sentì i corni prima di aprire gli occhi — un suono lungo, uno spezzato, poi le campane della porta — e quando raggiunse la soglia della sala vide Runa chiudere in fretta il fascicolo che stava confrontando.
«La Radice?»
«Non lo so.»
«Allora perché chiudi le pagine?»
La Custode guardò le proprie mani, come sorpresa dal gesto. «Perché non so chi sta arrivando.»
«È quello che faceva mio padre. Nascondeva ciò che aveva, prima di guardare chi fosse alla porta.»
Il cervo bianco
Sul crinale orientale, tra gli abeti, c’erano scudi rotondi, elmi, lance verticali, tende in costruzione ai lati della strada. Non abbastanza uomini per assalire la valle. Abbastanza per impedire a chiunque di fingere che fosse una visita. E sugli stendardi nessuna runa: un cervo bianco con le corna dorate.
Re Sigurd.
«Resta qui», disse Runa.
Tomas prese il bastone. «No.»
«Potrebbe esserci un combattimento.»
«Per questo non resto vicino alle pagine. Qualcuno potrebbe decidere di salvare loro.»
Uscì prima che lei trovasse una risposta, e dalla soglia vide la valle dividersi senza che nessuno desse un ordine. Lo Scudo formò tre linee davanti alla porta — ma Astrid non la chiuse: fece arretrare i carri, lasciando lo spazio perché una delegazione reale potesse entrare senza sentirsi in trappola. L’Avanguardia sparì sui pendii: Eirik non voleva combattere i soldati del re, voleva contarli prima che qualcun altro decidesse di farlo. Il Sostegno trasformò le tende vicine all’ingresso in un posto di cura, per entrambe le parti. La Forgia costruì barriere mobili — pesanti abbastanza da rallentare una carica, leggere abbastanza da sparire se l’incontro restava pacifico — e in mezz’ora la strada divenne un corridoio controllabile.
Quattro fazioni, insieme. Nessun Primo Custode nominato. Nessuno che aspettasse Vidar — che arrivò per ultimo, con la scheggia nella cassa stretta e quattro uomini di scorta, uno per fazione.
«Quanti?» domandò ad Astrid.
«Trecento visibili.»
«Altri cento nel bosco meridionale», disse Eirik, scendendo dal pendio. «Forse di più oltre il crinale. Nessuna macchina d’assedio. Provviste per cinque giorni.»
«Non è venuto per attaccare», disse Vidar.
«È venuto perché possiamo vedere che potrebbe farlo», disse Runa.
«Anche.»
Il prezzo esatto
La delegazione arrivò con dodici cavalieri: lo stendardo del cervo, una lancia senza punta, e dietro un uomo con una pelliccia grigia e una corona stretta di ferro annerito. Re Sigurd non era giovane — barba corta, capelli quasi bianchi, la faccia di chi ha passato più anni all’aperto che in una sala reale.
Guardò le barriere, i guaritori, le linee dello Scudo, gli esploratori sulle rocce. «Sembra che il Convegno abbia già imparato a collaborare.»
«Sembra che tu abbia portato un esercito a una riunione», disse Astrid.
«Ho portato una scorta attraverso territori dove alcune Tavole hanno impiccato i miei messaggeri.»
Sul numero degli uomini trattarono come mercanti: dodici, cinquanta, venti — «Trenta», sorrise il re, e trenta fu. Non era fiducia, capì Tomas guardandoli: era il prezzo esatto che entrambi consideravano accettabile.
Nella sala, Sigurd rifiutò di sedersi finché non vennero portati posti uguali per tutti: «Non ho attraversato tre passi per parlare da una panca mentre cinque persone siedono in seggi costruiti per sembrare troni.»
«Finalmente un re utile», disse Una.
«E tu sei?»
«Una.»
«Soltanto Una?»
«È già più di quanto molti re riescano a essere.»
I cinque seggi vennero spostati indietro, e il re sedette sopra lo stesso legno di tutti gli altri. Notò subito il posto vuoto della Forgia, e quando Brann disse che Torvald era «sotto cura», rispose senza alzare la voce: «Quando un uomo viene definito sotto cura da qualcuno che desidera il suo posto, di solito è molto malato o molto scomodo.»
Brann non rispose. Tomas cominciò a capire perché quel re avesse tenuto un trono così a lungo.
La carta del re
Sigurd non era venuto a sciogliere il Convegno. Era venuto a offrirgli una forma — e prima ancora, a mostrare come ci fosse arrivato: una lettera dal sigillo spezzato, e sulla cera l’albero della Radice. Se la Corona non riconoscerà il nuovo Branco prima della conclusione, la valle diventerà il centro di un potere che nessun re potrà più attraversare senza consenso. Nessuna firma.
«Non ho inviato questo messaggio», disse Vidar.
«E lei?» Il re guardò Mara.
«No. Posso fidarmi?» «No.» La risposta agitò i soldati; Mara aggiunse: «Ma è la verità.»
Poi venne fuori Haldor — e Tomas si irrigidì sulla panca. Il Custode morto aveva incontrato due consiglieri del re. Per Mara, voleva consegnare i nomi della Radice. Per Sigurd, voleva una carta che proteggesse le Tavole locali da un comando centrale: «Voleva impedire che voi lo consegnaste a un uomo solo.» Le due possibilità potevano essere vere nello stesso momento, e nessuno nella sala poteva più chiederlo a lui.
«Edvin lo ha ucciso», disse Tomas.
Il re osservò il ragazzo. «Sei suo figlio. Sai perché tuo padre impedì a Haldor di raggiungere la mia corte?»
Tomas guardò Mara. «Credeva che il nuovo Branco valesse più di un uomo.»
«È ciò che dicono anche i re.»
E Tomas non capì se fosse un’accusa o una confessione.
Poi il consigliere aprì la seconda pergamena, e la carta entrò nella sala come acqua tra pietre già spaccate. La Corona avrebbe riconosciuto i Lupi di Wotan come un unico ordine: strade senza pedaggi, porti reali aperti, rifugi protetti dalle requisizioni, commerci liberi per la Forgia, fortezze riconosciute allo Scudo. Ogni promessa trovò qualcuno che ne aveva bisogno.
«In cambio?» domandò Runa.
«L’ordine giurerà fedeltà alla Corona.»
«Ecco il pedaggio», rise Eirik, senza allegria.
Svala si alzò sui profughi ricercati: «Una persona non è proprietà.» «Allora cambiate le leggi dei regni attraverso trattati», rispose Sigurd, «non attraversando le frontiere e decidendo da soli quali sentenze esistano.» «Se una sentenza ordina di restituire una donna all’uomo che la picchia, il Sostegno non aspetterà un trattato.» «Ed è per questo che alcuni signori vi considerano ribelli.» «Alcuni signori hanno ragione.»
Il re non provò a convincerla. Si rivolse a tutti: «Non vi offro purezza. Vi offro esistenza riconosciuta.»
«Esistiamo già», disse Eirik.
«Esistete finché ogni signore locale decide di tollerarvi.»
«E con la tua carta, finché lo decide un solo re.»
«Un re può essere vincolato da una pergamena.»
«Una pergamena che conserva nel proprio archivio», rise Una. E quando Sigurd notò la sua scarsa fiducia nei sovrani: «Sono abbastanza vecchia da averne conosciuti molti.» «Anch’io.» «Tu ne hai conosciuto uno per volta.»
Fu Runa a nominare la cosa vera: «Non stiamo discutendo il contenuto del giuramento. Stiamo discutendo chi abbia il diritto di chiedercelo.» E fu Tomas — dalla seconda fila, prima di decidere di parlare, come sempre — a mostrarne il fondo.
«Mio padre non aveva una runa. Eppure lavorava per Vidar, portava i vostri messaggi, conosceva le strade. Se fosse arrivato a una porta con me, quale sigillo avrebbe mostrato?»
«La carta potrebbe riconoscere anche le comunità senza runa», disse Sigurd. «Attraverso il rappresentante centrale.»
«Quindi per avere un posto dovremmo appartenere a lui.»
Vidar si irrigidì. «Non a me.»
«Al seggio.»
Nessuno rispose. Il ragazzo aveva detto ad alta voce ciò che Runa temeva da giorni: un centro creato per rappresentare gli esclusi poteva diventare la nuova porta da cui chiedere il permesso di esistere.
Il cavallo di Kjorn
La discussione la interruppe un cavallo morente.
Arrivò al galoppo, senza cavaliere, una freccia spezzata nel fianco e il marchio della Forgia sulla sella. Nella borsa di cuoio: una tavoletta di ferro annerita col simbolo dell’albero, e un messaggio macchiato di sangue.
La fucina inferiore è bruciata. Torvald è scomparso. Undici morti. La grande runa è stata tagliata durante la notte: una parte è stata portata via.
E sotto, di un’altra mano: Il Maestro ha tradito la Forgia. Nessuno lasci il cantiere. Nessuna nave raggiunga Dagrheim.
«Non è un ordine del Consiglio», disse Brann, il colore sparito dal volto.
«Quante persone possono usare il sigillo?» domandò Astrid a Mara.
«Troppe.»
Sigurd offrì il proprio esercito — tre giorni a Kjorn — e Brann lo rifiutò, e la sala si spaccò di nuovo, e il re osservava senza bisogno di difendere la propria proposta: ogni disputa dimostrava quanto fosse difficile agire senza un’autorità riconosciuta. Fu Una a battere il bastone: «Mandiamo persone a cercare Torvald. Non servono sette anni di comando per scegliere chi parte domani.»
Poi, da fuori, arrivò un grido. E metallo contro legno.
Frecce dal crinale
La prima freccia colpì lo stendardo reale. La seconda un soldato. La terza il collo di un uomo dello Scudo.
Sparavano dall’alto, dalle rocce occidentali, col sole ormai dietro le montagne — e qualcuno conosceva i turni delle sentinelle, perché quelle dell’Avanguardia erano state sostituite durante la riunione. «Scudi!» gridò Astrid, e quando il comandante reale esitò a portare al riparo il re — «Non dai ordini al re» — fu Sigurd stesso a estrarre la spada: «In questo momento sì.»
Le tende vicine all’ingresso presero fuoco. Il Sostegno corse ai feriti, la Forgia trascinò le barriere, e Astrid fece la cosa che Tomas non si aspettava da lei: non prese il comando della montagna. «I tuoi esploratori conoscono i sentieri», disse a Eirik. «Guidaci.» Riconobbe chi vedeva meglio quella parte del problema, e il gruppo partì senza aspettare un voto.
Tomas avrebbe dovuto restare vicino ai feriti.
Ma nel caos, tra il fumo delle tende, aveva visto una donna coi capelli rossi sotto un cappuccio scivolare verso il lato occidentale della valle — e sulla guancia sinistra, inciso, il simbolo dell’albero. Una della Radice. Una che sapeva.
Lasciò il bastone accanto alla panca e la seguì.
La gamba urlava a ogni passo, ma Mara aveva ragione su una cosa che Tomas non le aveva mai sentito dire: quando una persona insegue qualcosa che desidera, ricorda il dolore soltanto dopo. La donna sparì dietro la Sala della Radice, dove una catasta di legna nascondeva l’imbocco di un vecchio canale della sorgente. Tomas entrò nel buio dietro di lei, con l’acqua alle caviglie.
Il canale sbucava sopra la valle, in un bosco di pini dove il rumore dell’attacco arrivava già spento.
Fu lì che la lama gli toccò la gola.
Ylva
«Fermi», disse la donna, quando Runa, Mara e Soren emersero dal canale — lo avevano seguito, e Tomas non seppe mai se esserne umiliato o grato.
«Ylva», disse Runa, le mani alzate.
«Hai portato la Custode», disse Ylva a Mara.
«Hai portato il ragazzo.»
«Conosce mia madre», disse Tomas, col respiro corto e la lama sotto il mento.
«So dove è stata condotta.» La voce di Ylva era calma. «Raukfall. La fortezza del passo occidentale. Dopo l’incendio, alcuni superstiti della Costa Bruna sono stati presi dagli uomini di Rorik. Tua madre era tra loro.»
Il mondo si strinse a una domanda sola. «È viva?»
«Lo era dodici giorni fa.»
«Perché non me lo avete detto?»
«La richiesta di ricerca è arrivata questa mattina.»
Tomas sentì Runa capire prima di lui: Vidar aveva affidato il nome alla rete dichiarata sciolta, e la rete aveva risposto in un giorno. Il potere funzionava. Era questo il suo prezzo d’ingresso.
Poi Ylva disse cosa voleva. L’attacco al re era suo: Sigurd doveva credere che il Convegno avesse tentato di ucciderlo — «un re offeso porta un giuramento» — e le fazioni dovevano trovarsi con l’unità come unica alternativa alla guerra. «Ulfrheim è bruciata perché tutti aspettavano», disse a Mara. «Una valle può bruciare, se impedisce a cento città di fare lo stesso.»
«È ciò che diceva mio padre?» domandò Tomas.
«Edvin comprendeva.»
«Ha lasciato degli appunti a Stenvik.»
Il volto della donna cambiò, e la lama si mosse appena. «Vieni con me a Raukfall», disse. «Da tua madre. Conosco la strada. Se resti qui, il Convegno discuterà finché lei morirà. Vieni con chi agisce.»
E Tomas guardò Runa — la stessa scelta di sempre, aspettare una Tavola o seguire chi promette di arrivare in tempo — e poi fece la domanda giusta.
«Mia madre è davvero a Raukfall?»
«Sì.»
«Allora andrai comunque. Non hai bisogno di me.»
Ylva esitò. «So che cosa ha lasciato tuo padre a Stenvik.»
«Vuoi la chiave.»
La portava sotto la tunica — l’aveva ripresa dalla cassa senza dirlo a nessuno, e sentì lo sguardo di Runa pesargli addosso. Ylva sorrise: «Tuo padre ha nascosto nomi che potrebbero distruggere il Convegno. Aveva cominciato a dubitare.»
«Di voi.»
«Di se stesso.»
Tomas abbassò gli occhi un istante. Poi li rialzò.
«Allora non ti darò la chiave.»
La lama si avvicinò. «Tua madre—»
«Non usare lei.» La voce gli tremò, e non si spezzò. «Mio padre ha usato me per scegliere chi lasciare. Tu non userai lei.»
Vide Ylva capire di aver perso — non la presa: il ragazzo. La donna lo spinse verso Soren, arretrò, e scagliò contro un tronco una piccola sfera di terracotta. Fumo nero. Passi tra gli alberi.
Quando l’aria tornò limpida, Ylva era scomparsa, e Tomas era in ginocchio nel muschio con due certezze nuove: sua madre era viva dodici giorni fa.
E lui valeva una chiave.
La colpa condivisa
Eirik tornò con tre prigionieri: uno dello Scudo, un portatore del Sostegno, un artigiano di Kjorn. Nessuno con l’albero addosso — e tutti sapevano del canale, dei turni, dello stendardo reale. Quando Astrid spezzò l’asta della freccia nella coscia di uno, Svala la fermò: «Non durante la cura.» «Ha ucciso uno dei miei uomini.» «E continuerà a vivere abbastanza da rispondere.» Due funzioni opposte sulla stessa persona, e nessuna delle due eliminabile.
Il prigioniero parlò a ferita chiusa: «Dovevamo colpire il re. Non ucciderlo. Un re morto avrebbe portato un esercito. Un re offeso porta un giuramento.»
Sigurd guardò i tre uomini e le loro rune diverse. «La tua rete mi ha invitato, ha attaccato il mio stendardo e ora spera che io costringa il Convegno ad accettare la tua proposta», disse a Vidar. «Dimostrami che puoi controllare ciò che vuoi guidare.» E davanti al corpo del guerriero dello Scudo: «Se lascio la valle senza un accordo, ogni signore dirà che il re è stato attaccato dai Lupi ed è fuggito.»
«Non siamo stati noi», disse Eirik.
«Portano le vostre rune.»
«Appartenevano a fazioni diverse.»
«È ciò che significa essere un solo Branco.»
La frase colpì più della carta: l’unità non avrebbe condiviso soltanto strade e protezione. Avrebbe condiviso la colpa. E il re volle una risposta entro il tramonto.
Ogni fazione votò per conto proprio, perché era l’unico sistema che il Convegno possedesse. Lo Scudo disse sì, di misura — Astrid presentò la carta senza difenderla, ricordando sia le fortezze esposte sia le due Tavole che Sigurd aveva distrutto. Il Sostegno disse sì con una condizione che la cambiava: nessun rifugio avrebbe consegnato schiavi, perseguitati o persone non ascoltate da una Tavola. La Forgia sì, purché nessun cantiere producesse per una guerra non approvata. L’Avanguardia disse no quasi senza discutere — «Una rotta può avere un capitano», chiuse Eirik. «Il mare non può avere un re.»
Le comunità senza runa si riunirono intorno a Tomas, Soren e alcuni anziani, e per discutere dovettero prima costruirsi una Tavola con casse, pietre e due porte smontate da una tenda. Votarono no. Non per odio verso il re: perché la carta le avrebbe riconosciute soltanto attraverso un rappresentante centrale che non avevano ancora scelto. Tomas, seduto su una cassa con la gamba distesa, pensò che quella Tavola di fortuna era la cosa più vera che avesse visto al Convegno.
I Custodi si divisero. Runa votò contro.
Quando le tavolette arrivarono nella sala — sì, sì con condizioni, sì con condizioni, no, no, divisi — Sigurd disse: «Non è un giuramento.»
«È la prima risposta onesta che il Convegno abbia prodotto», rispose Vidar.
«Non posso riconoscere metà di un ordine. Posso riconoscere le tre fazioni che accettano.»
«E chiamarle Lupi di Wotan», disse Eirik, alzandosi.
«Se loro scelgono quel nome.»
«E noi?»
«Sarete capitani indipendenti.»
La stanza si irrigidì. In un solo momento l’Avanguardia rischiava di perdere non le navi: il diritto al nome. «Non puoi decidere chi siamo.»
«No. Posso decidere chi riconosco nel mio regno.»
Fu allora che Vidar scelse — e Tomas, che ormai lo osservava come si osserva il tempo prima di una tempesta, vide il momento esatto. «Nessuna fazione giurerà da sola», disse. Niente carta: un accordo di un anno. Collaborazione su strade, porti e soccorsi per le Tavole che accettavano; nessun giuramento di fedeltà; nessun diritto esclusivo sul nome; un nuovo Convegno alla scadenza.
«E chi garantisce l’accordo?» domandò Sigurd.
«Io.»
Tomas sentì Runa chiudere gli occhi accanto a lui. Vidar non aveva ottenuto il titolo di Primo Custode.
Si era appena offerto di svolgerne la funzione.
Raukfall
Sigurd accettò l’anno a una condizione: una prova immediata.
Raukfall — la fortezza del passo occidentale, costruita dallo Scudo due generazioni prima, la runa antica ancora sopra la porta — era stata presa dodici giorni prima da Rorik, figlio maggiore di Hakon, con quattrocento uomini, famiglie della Costa Bruna e prigionieri di guerra. Il re voleva il passo prima che la guerra risalisse le valli.
Tomas si fece avanti dalla porta. «Mia madre è dentro.»
«Come lo sai?»
«La Radice.»
Sigurd guardò Mara, poi il ragazzo. «Allora avrai un motivo per collaborare.»
«Non collaboro con te.»
«Non importa. Se andiamo nello stesso luogo, il risultato può servire a entrambi.»
Tomas cercò gli occhi di Runa, e per un istante la differenza tra un re e Vidar gli parve sottile come un filo: entrambi sapevano trasformare un bisogno personale in parte di una struttura più grande.
Sul comando, Vidar disse no al generale reale e fece un nome solo: Astrid. La comandante pose i suoi limiti come pietre: comando fino alla liberazione e al ritorno dei profughi, poi termina — prima della consegna del passo alla Corona. «Non giurerò fedeltà.» «Non ancora», disse Sigurd. «Mai, se non lo scelgo.» Il re accettò con un cenno.
Eirik studiò la mappa e indicò il versante nord: un sentiero crollato che aveva attraversato tre inverni prima — «Perché?» «Era crollato» — abbastanza per aprire una via ai profughi, non per prendere le mura.
«Non lavoro per te», disse al re.
«Ma andrai.»
«Sì.»
«Perché?»
Il capitano indicò Tomas.
«Perché qualcuno è ancora dentro.»
Sigurd annuì, senza deriderlo. «È una ragione che comprendo.»
Il giuramento al tramonto
Il giuramento venne pronunciato al tramonto, fuori dalla sala — Una aveva rifiutato di assistere a un accordo temporaneo dentro una stanza costruita per renderlo permanente.
Vidar non si inginocchiò, e il re non lo pretese. Un anno di collaborazione contro un anno di riconoscimento; nessuna Tavola obbligata a una guerra non discussa; nessuna persona consegnata senza essere ascoltata — «Accetto», disse Sigurd a Svala; nessun cantiere costretto a produrre armi, «tranne durante un’invasione del regno». «Chi stabilisce che sia un’invasione?» domandò Runa. «Lo discuteremo quando accadrà.» Non era una risposta: era il punto lasciato aperto perché l’accordo potesse esistere.
Poi Vidar tese l’avambraccio e Sigurd lo afferrò. Nessun dio invocato, nessuna runa mostrata, nessun sangue — eppure Tomas sentì che qualcosa era cambiato nell’aria della valle. Astrid pose la mano sulla Tavola. Svala anche. Brann esitò, e seguì.
Eirik rimase indietro. Una accanto a lui. Tomas tra le persone senza runa. E Runa non si avvicinò — Vidar la guardò senza rabbia, con delusione, che era peggio.
«I Custodi non garantiscono l’accordo?» domandò il re.
«Lo registrano.»
Runa scrisse i termini, i nomi, le condizioni, le frasi lasciate senza risposta. E dove un cantore avrebbe scritto che il Branco aveva giurato, scrisse: Tre fazioni, una parte dei Custodi e le Tavole che aderirono riconobbero un accordo della durata di un anno. L’Avanguardia, le comunità senza runa e altri presenti rifiutarono. Vidar offrì la propria parola come garanzia. E sotto: Nessuno stabilì che cosa sarebbe accaduto se la sua parola non fosse bastata.
Sigurd lesse sopra la sua spalla. «Non scrivi in modo favorevole.»
«Scrivo ciò che potrà essere contestato.»
«Comincio a comprendere perché i Custodi siano più pericolosi dei guerrieri.»
«Un guerriero può uccidere un uomo.»
«E una pagina un regno.»
«Soltanto se il regno ha fatto qualcosa che teme di vedere scritto.»
La partenza
Quella notte Dagrheim preparò la marcia: lo Scudo distribuì mappe, il Sostegno scorte, la Forgia trasformò le barriere in scale e slitte. L’Avanguardia preparò equipaggi separati — non avrebbe marciato sotto lo stendardo reale: stessa fortezza, altra strada, altre ragioni.
Tomas sedette accanto alla cassa dei Diari. Aveva ripreso il coltello del padre, ma non lo portava alla cintura: lo teneva avvolto nella stoffa.
«Ylva raggiungerà la fortezza prima di noi», disse. «Potrebbe prendere mia madre. Potrebbe ucciderla.»
Runa non mentì. «Sì.»
«Allora perché non partiamo ora?»
La vide guardare la cassa — il Convegno non era finito, la scheggia restava nella valle, Vidar aveva appena stretto la mano a un re, Mara e la Radice potevano muoversi durante l’assenza delle delegazioni. Le pagine avevano bisogno di una Custode. Poi la vide toccare il legno, e ritirare la mano.
«Vai da Eirik. Chiedigli se può partire prima, con un gruppo piccolo.»
«Tu vieni?»
«Sì.»
«E le pagine?»
«Resteranno con altri Custodi.»
«Ti fidi?»
«Non abbastanza.»
«Allora perché?»
«Perché tua madre ha un nome anche se non diventa una pagina.»
Tomas non sorrise. Ma qualcosa nella rabbia che portava addosso da Skallgard si allentò di un giro, come una corda che finalmente si può sciogliere invece di tagliare.
Eirik poteva partire con dieci uomini entro un’ora — Astrid sarebbe stata informata, Sigurd no: «L’accordo non è il mio.» Una arrivò col bastone e un sacco: «Vengo.» «Il sentiero è difficile. Hai un braccio.» «Tu ne hai due e continui a compiere scelte peggiori.» Soren ottenne il suo posto perché conosceva gli ingressi della Radice. E per ultima venne Mara, senza armi: Ylva non avrebbe agito da sola, a Raukfall c’era una cellula della Radice.
«Vidar ha bisogno di me qui», provò a dire.
«Vidar ha appena dichiarato sciolta la Radice», rispose Runa. «Raukfall è il luogo in cui può dimostrarlo.»
Il piccolo gruppo lasciò Dagrheim prima della mezzanotte, senza stendardo — la runa sarebbe stata troppo visibile sul sentiero. Dietro, l’esercito reale e tre fazioni preparavano una marcia ordinata. Davanti, Ylva correva verso la fortezza con l’albero inciso sulla guancia.
Salendo verso il passo, Tomas sentì Runa dire piano una cosa che avrebbe capito per intero soltanto molto dopo: il primo vincolo non era nato dalle parole davanti alla Tavola. Era nato nel momento in cui tre fazioni avevano accettato di essere riconosciute dal re, e le altre avevano rifiutato. Per la prima volta da quando i Branchi si erano separati, non portavano soltanto rune differenti.
Portavano obblighi incompatibili.
Avrebbero raggiunto la stessa fortezza. Avrebbero trovato le stesse persone da salvare. Ma se il re avesse ordinato di chiudere le porte con i profughi ancora dentro, alcuni Lupi avrebbero dovuto obbedire all’accordo.
Gli altri al Patto.
La guerra tra le fazioni non era ancora cominciata. Aveva già trovato il luogo in cui farlo.
La fortezza sul passo
Il sentiero settentrionale non è crollato: ha smesso di essere una strada. In cima c'è Raukfall, dove nessuno si chiama prigioniero.
