Fratelli contro Fratelli
Stenvik era stata abbandonata dagli uomini, non dalle loro decisioni.
Le case senza tetto seguivano ancora il pendio. I pali degli attracchi uscivano dal fiordo come ossa nere, e nessuno aveva rimosso le porte, recuperato il ferro, ricostruito. Ogni fazione aveva la propria versione dell’abbandono — lo Scudo aveva ordinato l’evacuazione, l’Avanguardia salvato le famiglie via mare, il Sostegno curato i feriti, la Forgia avvertito del disgelo — e nessuna spiegava perché, dopo aver previsto, evacuato, salvato e curato, Stenvik fosse rimasta vuota.
«Tutti avevano una ragione», disse Tomas, guardando le rovine dalla cima della strada. «E nessuno aveva Stenvik.»
La sala della Tavola
Tomas non guardava le case. Guardava la costruzione più grande al centro del villaggio: la vecchia sala, il tetto crollato da un lato, e sopra l’ingresso una runa consumata dal tempo che non era Scudo, né Sostegno, né Avanguardia, né Forgia.
Soltanto un lupo inciso nel legno.
Voleva entrare con i primi, e Eirik disse no con la franchezza che ormai conosceva: «Non conosci il villaggio, hai una gamba ferita e stai pensando a tuo padre invece che alle finestre.» E quando Vidar gli disse di aspettare con loro, Tomas gli rispose a brutto muso — «Non sei il Primo Custode. Non comandarmi» — e vide l’uomo fermarsi prima di rispondere: ogni sua frase, ormai, portava il peso del seggio che aveva cercato di costruire. Anche quando consigliava, gli altri sentivano un ordine possibile.
«Hai ragione», disse Vidar. «Aspetterò con te.»
L’Avanguardia trovò il villaggio vuoto di uomini e pieno di tracce: almeno dodici persone, alcune dal mare, ieri o quella mattina. E sangue nella sala.
Dentro, la Tavola era spezzata in tre parti, e un’asse centrale era stata sollevata su una cavità.
Vuota.
Tomas corse, si inginocchiò, infilò la mano. «La cassa non c’è.» Il legno era tagliato di fresco: era stata lì, e qualcuno l’aveva presa. Il ragazzo si strappò la chiave dal collo e la scagliò contro la Tavola. «Allora non serve.»
Runa non la raccolse.
Fu Freya a trovare l’uomo, dietro una trave in fondo alla sala, coperto da un mantello della Forgia, con una ferita alla testa e sangue secco nella barba. Per un istante — lo odiò, quell’istante — Tomas si aspettò suo padre. Edvin era sepolto a Skallgard, e una parte di lui continuava ad aspettarselo da ogni stanza.
Torvald aprì gli occhi.
«Avete impiegato molto.»
«La cassa», disse Tomas, buttandosi accanto a lui.
«La chiave?»
«L’ho lasciata. Non c’è più niente.»
«Prendila.» Il Maestro provò a sollevarsi, e il dolore lo piegò. «Quella cassa era un’esca.»
Tomas corse a riprendere la chiave dalla polvere.
La gamba della Tavola
«Avete guardato dove qualcuno voleva che guardaste», disse Torvald, e indicò una delle gambe della Tavola.
Tomas trovò la fessura quasi invisibile, inserì la chiave, e il meccanismo scattò: dentro il sostegno c’era un tubo di metallo lungo e stretto. La Forgia aveva costruito il nascondiglio dentro la gamba.
«Perché due casse?»
«Edvin non sapeva più di chi fidarsi. La Radice avrebbe cercato sotto la Tavola, perché era il luogo più simbolico: gli uomini cercano i segreti dove credono che dovrebbero essere.»
«E dentro la gamba?»
«Nessuno guarda ciò che sostiene il simbolo.»
Quanto agli uomini che lo avevano ferito e portato via l’esca: alcuni della Radice — e altri no. «Un uomo dell’Avanguardia. Due dello Scudo. Un guaritore. Tre artigiani.» Vidar chiuse gli occhi: la Radice aveva smesso di essere separata dalle fazioni.
«Non lo è mai stata», disse Mara.
Le pagine di Edvin
Il tubo conteneva quattordici fascicoli — lettere, copie di ordini, mappe, elenchi, pagine strappate da registri diversi. Tomas prese il primo con le mani che tremavano.
«È la sua scrittura.»
«Non leggere da solo», disse Runa.
«Sono le parole di mio padre.»
«E riguardano persone che sono ancora vive.»
«Tu vuoi soltanto controllare come verranno usate.»
Era dura, e non del tutto sbagliata, e la Custode annuì: «Sì. Voglio evitare che il dolore della prima pagina decida ciò che farai con la seconda.»
«E chi controlla te?»
Runa indicò gli altri. «Loro.»
Così Tomas lesse ad alta voce, davanti a tutti, con la scrittura del padre che si inclinava sotto gli occhi — parole cancellate con tanta forza da strappare la pergamena, inchiostri di giorni diversi.
«Ho ucciso Haldor presso il ponte di Venn.»
Nessuna introduzione. Nessuna giustificazione.
«Mara disse che il suo silenzio era necessario. Non disse che dovessi ucciderlo. Non disse neppure come avrei potuto impedirgli di raggiungere il re senza farlo. Io compresi ciò che voleva, e lei comprese ciò che avrei fatto.»
«È vero?» domandò Tomas.
«Sì», disse Mara.
«Allora perché hai continuato a dire di non aver ordinato l’omicidio?»
«Perché non pronunciai quelle parole.»
«E pensavi che la differenza importasse.»
Mara guardò la pagina. «Volevo che importasse.»
Tomas continuò a leggere, e la sala si fece più fredda a ogni riga. Haldor che estraeva la spada e diceva che avrebbe consegnato solo i nomi di chi aveva minacciato, falsificato e comprato voti. «Lui rispose che un Convegno costruito sul silenzio meritava di fallire.» Il colpo prima che salisse a cavallo. E poi la riga che Tomas dovette leggere due volte perché la voce gli tenesse: «Haldor respirava ancora. Avrei potuto chiamare aiuto. Mi sedetti accanto a lui finché smise.»
E il perché, che non era Mara: «Lo feci perché Vidar mi aveva guardato come se fossi già seduto alla Tavola che ancora non esisteva. Credevo che, se avessi protetto quel futuro, nessuno avrebbe più potuto chiamarmi uomo senza casa.»
Tomas abbassò la pagina.
«Tu gli avevi promesso un seggio.»
«Avevo promesso che le persone senza runa avrebbero partecipato», disse Vidar.
«Lo sapevi?» E quando l’uomo tardò: «Lo sapevi?»
«Sapevo che avrebbe fatto molto per dimostrare di appartenere.»
«E gli hai dato compiti. Hai scelto la sua ferita.»
Le stesse parole che Runa aveva scagliato contro Mara. Vidar non cercò l’uscita: «Sì.»
Tomas lasciò cadere il fascicolo sulla Tavola spezzata. «Allora siete uguali.»
«No», disse Vidar. «Abbiamo scelto parti differenti dello stesso errore.»
La seconda pagina
Afferrò il secondo fascicolo prima che qualcuno potesse fermarlo — «Mia madre ha aspettato. Haldor ha aspettato aiuto. Tutti aspettano finché chi ha il potere decide che sia il momento giusto» — e lo aprì.
Era stato scritto dopo l’incendio della Costa Bruna.
«Elin era viva quando presi Tomas.»
Il ragazzo smise di respirare, e lesse lo stesso.
«Mi disse di portarlo al fiume e tornare. Raggiunsi il fiume. Il messaggio era ancora sotto la tunica. Gli uomini di Hakon si trovavano tra me e il villaggio. Avrei potuto nascondere Tomas e tentare.»
«Non lo feci.»
«Dissi a me stesso che Elin era stata presa. Dissi che tornare avrebbe lasciato nostro figlio solo. Dissi che il messaggio avrebbe salvato più persone.»
«La verità è che avevo paura.»
Nessuno parlò. E c’era ancora una riga, la peggiore: quando aveva saputo dei superstiti portati a Raukfall, avrebbe potuto cercarla — e Mara aveva detto che la lista doveva raggiungere Torvald. «Scelsi di nuovo il messaggio. Ogni giorno successivo chiamai quella scelta necessità, perché chiamarla paura avrebbe significato tornare.»
Tomas piegò la pergamena, e le mani cominciarono a piegarla ancora, verso la rottura. Runa lo fermò.
«È sua.»
«È mia.»
«No.» La Custode indicò il nome di Elin. «Appartiene anche a lei.»
Il ragazzo strinse la pagina. Poi la distese. Non la distrusse.
«Mia madre aveva ragione. Non devo diventare l’opposto di lui in ogni cosa.» Guardò il fascicolo. «Ma non voglio diventare questo.»
Vidar si inginocchiò dall’altra parte della Tavola, non abbastanza vicino da toccarlo. «Non devi.»
«Tu hai costruito il luogo in cui ha creduto di doverlo fare.»
«Sì.»
La risposta non cancellava nulla. Almeno non lo nascondeva.
Il metodo
Gli altri fascicoli raccontavano una storia più grande. Dopo Haldor, Edvin aveva cominciato a raccogliere prove — non per distruggere la Radice: per capire se l’omicidio fosse un’eccezione o il risultato inevitabile del metodo. Ordini volutamente ambigui. Minacce vestite da avvertimenti. Denaro ai signori delle strade. E una nave dell’Avanguardia sabotata prima del Convegno: il capitano contrario alla Tavola centrale, Jorund, arrivato due giorni dopo il proprio rivale — con una lettera firmata Stenvar che chiedeva soltanto di trattenere la nave «per una verifica». La perdita da verificare l’aveva creata la Radice.
C’era lo Scudo: Brynja aveva segnalato quali comandanti avrebbero potuto «ostacolare una risposta unitaria» — due trasferiti, uno arrestato per un’accusa improvvisa. C’era il Sostegno: Olav e i registri medici usati per sapere chi fosse malato, vulnerabile, ricattabile. C’era la Forgia: Brann e il denaro accettato per un simbolo comune. Non tutte le azioni erano crimini — ed era proprio questo a rendere l’insieme irrespingibile: ogni persona aveva compiuto un piccolo gesto plausibile, e insieme quei gesti avevano costruito una direzione che nessuna Tavola aveva scelto apertamente.
Poi Tomas aprì il fascicolo più sottile. Sopra c’era il nome di Vidar.
«Leggilo», disse l’uomo.
La lettera di Mara: La resistenza di Haldor non può essere superata attraverso il confronto pubblico senza esporre l’intera Radice. Chiedo autorità per garantire il suo silenzio fino al Convegno. E sotto, la risposta:
Il Convegno non deve essere distrutto prima che le persone possano scegliere.
Non desidero conoscere mezzi che appartengono alla tua responsabilità.
«L’hai scritto?» domandò Tomas.
«Sì.»
«Sapevi cosa significava.»
«Sapevo che Mara avrebbe fatto qualcosa che non volevo ordinare.»
«E non hai chiesto. Per poter dire che non lo sapevi.»
«Sì.»
Tomas gli mise la pagina davanti e disse la frase che Runa avrebbe copiato senza cambiare una parola: «Allora il seggio esisteva ogni volta che ti serviva, e scompariva quando qualcuno chiedeva chi ti avesse scelto.»
Vidar non rispose. E in fondo al tubo, sotto una lamina che la chiave aprì, c’era un’ultima pagina, scritta prima di salire sulla Eir.
La Radice non può essere sciolta. Non perché sia troppo forte, ma perché non è più un gruppo. È il nome che abbiamo dato al modo in cui ognuno di noi evita di chiedere apertamente ciò che desidera.
Vidar vuole un solo Branco. Mara vuole che nessuna Ulfrheim bruci ancora. Brann vuole che la Forgia non venga trattata come serva. Stenvar vuole che l’Avanguardia smetta di essere una somma di capitani. Olav vuole che il Sostegno attraversi ogni confine. Brynja vuole che lo Scudo risponda a un solo comando.
Io volevo un seggio.
Nessuno di noi ha chiesto agli altri se fossero disposti a pagare il prezzo.
Se queste pagine verranno trovate, non usatele per dimostrare che l’unità è impossibile. Usatele per dimostrare che un Branco non può essere costruito da persone che preparano in segreto la scelta che offriranno agli altri.
E sotto, l’ultima aggiunta:
Non so se tornerò da Elin. Non scrivo che non posso. Scrivo che ho ancora paura.
Tomas tenne la pagina tra le mani. Non la piegò. Non la strappò. La lesse di nuovo, in silenzio, e la posò accanto al nome di suo padre.
La prima freccia
La freccia col filo rosso arrivò dal tetto di una casa e si piantò nella Tavola, esattamente tra la lettera di Vidar e l’ultima pagina di Edvin.
Poi dalla strada arrivò una voce: «Vidar!» — ed era Lothar, senza più il mantello grigio: portava la runa dello Scudo sopra una corazza. Dietro di lui, uomini di tutte le fazioni. E tra loro Stenvar, che avrebbe dovuto essere in viaggio verso il re.
La Tavola provvisoria ordinava il ritorno di Vidar, la consegna delle pagine all’Archivio, l’arresto di Mara e Soren. Sulla tavoletta, quattro segni — Brynja, Olav, Brann, Stenvar — il marchio di Oskar per i Custodi, e il quinto spazio, quello delle comunità senza runa, vuoto. «Non hanno scelto un rappresentante», disse Lothar. «Allora avete deciso senza di loro», disse Runa.
«E io?» domandò Tomas.
«Sei libero di tornare al Convegno.»
«Con gli appunti di mio padre?»
«Appartengono all’indagine.»
«A chi appartiene mio padre?»
La guardia esitò. «Non è ciò che ho detto.»
«È ciò che fate.»
Stenvar tentò la via di mezzo — tornare, leggere tutto a Dagrheim, rispondere davanti a tutti — e incassò da Torvald l’accusa del sabotaggio di Jorund, e da Eirik il marchio del metodo: «Volevi non saperlo.» Quando Lothar diede l’ultimo avvertimento e ordinò l’arresto di Mara, Vidar le si mise davanti — «Non riconosco una Tavola formata senza una delle parti che pretende di rappresentare» — e Lothar lo inchiodò: «Sei stato tu a creare i sei seggi. Ora li rifiuti perché hanno deciso senza di te.» Le due cose potevano essere vere, pensò Tomas. Come sempre.
Poi arrivò la notizia che cambiava tutto: Halden aveva ricevuto rinforzi, il re considerava finita la tregua. «Mia madre è dentro», disse Tomas, e a Lothar che pretendeva Vidar subito, da solo, si mise davanti alle pagine.
«Spostati.»
«No.»
«Non voglio ferirti.»
«Nemmeno mio padre voleva uccidere Haldor, quando ha cominciato a seguirlo.»
Gli archi si tesero, le spade uscirono, lo Scudo alzò gli scudi — e in mezzo alle due linee entrò l’unico uomo senza un’arma. Oswin, il giovane guaritore, quello di Raukfall. «Siamo venuti per impedire che il Convegno si spezzi. Guardate cosa state facendo.» Provò a mediare — le copie, il tempo che non c’era, Raukfall che poteva cadere — e quando disse che Vidar doveva raggiungere Sigurd, Tomas chiese l’unica cosa che contava: «Mia madre sarà salva?» Oswin non rispose. «Allora non state offrendo uno scambio. State usando lei.»
Si spostò comunque. Non perché avesse accettato: perché Oswin era l’unico, in mezzo alle spade, senza un’arma.
Fu allora che qualcuno scoccò.
Nessuno vide da quale lato. La freccia attraversò l’ingresso, Oswin si voltò al rumore, e il ferro gli entrò sotto la clavicola. Il guaritore cadde — e ogni fazione vide un uomo colpito e guardò il lato opposto. «Scudo!» gridò Lothar. «Copertura!» gridò Eirik.
La guerra tra i Lupi cominciò senza che nessuno sapesse chi avesse lanciato la prima freccia.
Fratelli contro fratelli
Fu breve, e fu la cosa peggiore che Tomas avesse mai visto, perché ognuno continuava a fare ciò che sapeva fare — contro gli altri. Lo Scudo avanzava a protezioni alzate per prendere le pagine. L’Avanguardia colpiva ai fianchi, tra le travi. La Forgia bloccava le uscite — finché Torvald gridò di fermarsi, e alcuni obbedirono al Maestro, altri riconoscevano solo Brann. Il Sostegno cercava i feriti.
Mara trascinò Oswin dietro una trave; Soren si chinò sulla ferita.
«Porta le pagine via», disse a Tomas.
«No.»
«Tomas.»
«Nessuno viene lasciato indietro.»
Soren lo guardò — non disse che Oswin era venuto ad arrestarli, non disse che le pagine potevano perdersi — e spezzò l’asta della freccia.
Intorno, Runa divideva i fascicoli tra le mani e strappava a Vidar la sua stessa lettera («Porta la mia firma.» «Riguarda Haldor.»); un guerriero spinse Tomas con lo scudo e lo fece cadere sulla gamba malata, e Eirik lo stese col pomo della spada; poi le lame di Eirik e Stenvar si incontrarono — «Non abbiamo ucciso Oswin!» «Non lo so.» «Nemmeno io!» — e nell’attimo in cui avrebbero potuto abbassarle, un artigiano lanciò un martello contro Eirik.
Fu Stenvar a deviarlo.
Aveva appena salvato l’uomo contro cui combatteva. «Non voglio ucciderti», disse. «Allora ordina ai tuoi di uscire.» «Non sono tutti miei.» E in quella frase, capì Tomas, c’era l’intera tragedia: nessuno controllava più il gruppo che aveva condotto.
Poi il tetto parlò. Il legno indebolito gemette sotto i colpi e il peso, e Torvald — inascoltato quando gridava «Fuori!» — afferrò un martello e colpì una colonna. Una volta. Due. «Che cosa fai?» «Creo una scelta che comprenderanno.» La colonna si spostò, il tetto gemette più forte, e tutti si fermarono.
«Prendete i documenti!» gridò Lothar.
«Prendete i feriti!» gridò Runa.
E le due autorità si scontrarono dentro le stesse persone. Un guerriero guardò un fascicolo, poi Oswin — e scelse il guaritore. Un marinaio raccolse le pagine invece dell’uomo con cui aveva combattuto, e fu Tomas a fermarlo: «Lasciale!» «Sono di Edvin.» «Lui è vivo», disse il ragazzo, indicando il ferito.
La prima trave cadde sulla parte centrale della Tavola e il legno antico si spezzò — non in tre parti: in molte. La gente corse alle porte.
Soren era ancora inginocchiato accanto a Oswin quando la seconda trave lo prese alla schiena.
Tomas si gettò verso di lui, e Runa lo trattenne. Il corriere era vivo, il petto schiacciato, sangue scuro alla bocca. «Portate Oswin», disse. Mara si buttò sulla trave, e Vidar, ed Eirik: non si mosse. «Non c’è tempo», disse Torvald, guardando il soffitto.
Tomas si liberò e gli prese la mano.
«Hai promesso di dirmi ciò che sapevi.»
«L’ho fatto.»
«Non tutto.»
«Nessuno racconta tutto.»
«Mio padre parlava di me?»
Soren respirò a fatica. «Sempre.»
«Che cosa diceva?»
Un’altra parte del tetto cedette. Polvere e neve entrarono nella sala.
«Che eri… la sola cosa… che aveva salvato… senza chiedersi… se meritasse un seggio.»
Tomas chiuse gli occhi. Soren guardò Mara, che ancora spingeva contro la trave, e pronunciò il suo nome per la prima volta senza paura e senza obbedienza.
«Mara. Lascia.»
La donna che per anni aveva ordinato agli altri il necessario guardò l’uomo che le chiedeva di accettare ciò che non poteva impedire. Lasciò la trave. Sollevò Oswin insieme a Vidar.
Runa trascinò Tomas fuori, e il ragazzo resistette fino all’ultimo passo.
La sala crollò. Il rumore coprì l’ultimo respiro di Soren.
Il Richiamo
Fuori, la battaglia continuava per inerzia: chi non aveva visto il crollo credeva a un attacco dalle uscite. Tomas uscì col sangue di Soren sulla faccia, gridò «Fermi!» e nessuno lo udì.
Allora raccolse il corno caduto di un uomo dello Scudo, e suonò.
Una nota lunga. Due brevi. Una lunga.
Il Richiamo del Perduto — che lo Scudo chiamava Richiesta senza Rifugio, il Sostegno Voce di Chi Attende, la Forgia Colpo del Ritorno. Quattro nomi. Lo stesso suono. Le armi rallentarono; Tomas suonò ancora; le spade si abbassarono. Non tutte. Abbastanza.
«La sala è crollata!» gridò Runa da sopra una pietra. «Ci sono persone sotto.»
«Le pagine?» gridò qualcuno.
«Persone.»
E per un’ora le fazioni smisero di essere eserciti e tornarono funzioni. Torvald, ferito, guidò travi e leve — e gli artigiani obbedirono al compito, non a Brann. Lothar mise lo Scudo a sostenere le pareti. Oswin, vivo, con la freccia rimossa e il sangue nella fasciatura, indicava chi curare per primo. Eirik e Stenvar entrarono insieme dalle aperture laterali. Nessuno chiese a quale parte appartenesse un corpo prima di salvarlo.
Sette vivi. Quattro morti. Soren fu l’ultimo.
Tomas rimase accanto alle macerie finché lo portarono fuori. Non pianse. Tolse dalle spalle dell’uomo il mantello della Radice — sotto, Soren non portava alcuna runa — e lo coprì con la vela ricucita dell’Oltrevento.
Eirik lo vide, e non protestò. La tela aveva salvato una nave, era stata usata come insegna senza consenso; ora copriva un uomo che aveva servito la Radice, tradito i suoi ordini e cercato di salvare un guaritore venuto ad arrestarlo.
Forse era il primo uso su cui nessuno avrebbe discusso.
I morti vennero disposti lungo la strada: quattro dello Scudo, tre dell’Avanguardia, due della Forgia, un uomo senza runa, Soren. Un guaritore morì nella notte. E la freccia che aveva colpito Oswin venne recuperata: legno di una foresta comune a mezzo settentrione, punta della Forgia venduta a ogni fazione. Ognuno ricordava l’arco dalla parte opposta. Runa registrò ogni testimonianza senza cercare una conclusione, e scrisse:
Oswin venne colpito mentre si trovava tra i due gruppi. La freccia non fu attribuita con certezza. Le persone agirono come se lo fosse.
«È così che cominciano le guerre», disse Vidar.
«No. Cominciano prima. La freccia permette soltanto a tutti di smettere di fingere.»
E quando l’uomo provò a caricarsi tutta la colpa — la Radice, i seggi, il luogo in cui le fazioni avevano creduto di parlare per tutti — Runa lo fermò con la frase che Tomas si portò via da Stenvik insieme alle pagine: «Non ti concederò il potere di possedere anche tutta la colpa.»
«Non sto cercando assoluzione.»
«No. Stai cercando un modo per rendere la tua responsabilità abbastanza grande da permetterti di decidere anche come riparare. Non sarai tu a stabilire da solo ciò che accadrà.»
«Nemmeno tu.»
«Esatto.»
Fu la prima frase su cui non ebbero bisogno di discutere.
Il Parlamento
L’ultimatum arrivò per bocca di Lothar: Sigurd esigeva Raukfall aperta e Rorik consegnato — domani al tramonto — o avrebbe dichiarato ribelli le Tavole che proteggevano la fortezza. Due giorni di strada con i feriti. Uno partendo subito.
«Puoi fermare Sigurd?» domandò Tomas a Vidar.
«Posso parlargli.»
«Non è ciò che ho chiesto.»
«No.»
Nessuno possedeva l’intera soluzione — Rorik la porta, Astrid il generale, Svala il campo, la Forgia le macchine, l’Avanguardia il passo — ed era esattamente ciò che Vidar aveva voluto correggere, ed esattamente ciò che impediva a un solo uomo di trasformare la propria risposta nell’unica.
«Torniamo a Dagrheim», disse Runa. «Non per attendere. Per chiamare tutti.»
E davanti allo scetticismo di Stenvar — le delegazioni sono già lì — rovesciò il tavolo: quelle erano rappresentanze nate da assenze, emergenze e strade preparate dalla Radice. «Ogni Tavola. Ogni nave. Ogni rifugio. Ogni cantiere. Il Campo dei Senza Nome. Raukfall. Le famiglie di chi è morto. Tutti invieranno una voce.»
«Migliaia di persone», rise Stenvar. «Quanto tempo servirà?»
«Abbastanza da impedire che cinque seggi parlino per loro.»
«Sigurd attacca domani.»
«Allora il primo compito del Parlamento sarà Raukfall.»
Parlamento. Tomas vide Runa stessa sorprendersi della parola: non Tavola centrale, non Convegno delle fazioni — un luogo dove molte parti potessero parlare senza fingere di essere già una. La Tavola circolare sarebbe stata smontata. La scheggia fuori dalla sala, dove tutti potessero vederla e nessuno sedersi più vicino degli altri. Le rune fuori. I rappresentanti non per fazione. «Potrebbero inviare re, assassini o uomini comprati.» «Sì.» «Allora non risolverai nulla.» «No. Ma nessuno potrà più dire che la scelta era comune perché cinque persone hanno firmato la stessa tavoletta.»
Eirik sarebbe partito subito verso Raukfall con chi poteva viaggiare, portando a Sigurd le pagine dell’accordo e della Radice. «Io non parlo per il Convegno», disse. «Esatto.» «Allora cosa gli dico?» «Che nessuno può ancora promettergli obbedienza.»
Sulle pagine, Runa stabilì la regola e la distribuzione: cinque parti — a lei, a Vidar, a Mara, a Torvald, a Lothar. «Perché a lui?» domandò Mara. «Perché non si fida di noi.» «E questo lo rende adatto?» «Lo rende necessario.» Lothar prese il fascicolo — avrebbe potuto consegnarlo alla Tavola provvisoria, distruggerlo — e Runa: «Se lo faranno, tu saprai cosa hanno distrutto.» La memoria divenne il suo peso. Non il suo possesso.
E su ciò che Edvin aveva scritto, Tomas ricevette la sentenza più giusta del libro: la morte di Haldor, pubblica; il messaggio, pubblico; «la paura di tornare?» — «Tua e di Elin, finché non scegliete diversamente.» Per la prima volta la memoria di suo padre non apparteneva automaticamente ai Custodi, al Convegno o alla storia comune. Ripose il fascicolo sotto la tunica, accanto alla tavoletta della madre. Un padre che non era tornato. Una madre che aveva scelto di restare. Entrambi vicini al cuore. Nessuno dei due abbastanza da decidere chi sarebbe diventato.
Seppellirono i morti a Stenvik, senza dividerli per fazione, con targhe fatte dal legno della Tavola spezzata. Quando toccò a Soren, Tomas cominciò «Soren della Radice» — e si fermò, e scosse il capo.
«Soren, che tornò indietro.»
Runa incise le parole. Eirik lasciò nella tomba un frammento bianco della vela — quello della vecchia nave del Sostegno: «È morto cercando di salvare un guaritore» — e Stenvar posò accanto un pezzo di legno della Saetta. «Non lo conoscevi.» «I miei uomini erano tra quelli che lo hanno costretto dentro quella sala.» Non era perdono. Era un inizio più utile. E Oswin, in piedi nonostante tutto, chiuse la conta delle versioni: «La freccia mi ha attraversato. Non ha chiesto a quale versione appartenessi.»
All’alba si divisero: Eirik, Tomas, Freya e i più veloci verso Raukfall — con Stenvar, che alla domanda di Eirik («Per il re o per le persone dentro?») diede infine la risposta giusta; Vidar, Runa, Mara, Torvald e Lothar verso Dagrheim.
Prima di partire, Tomas chiamò Runa dalla strada occidentale, con la tavoletta di Elin in mano.
«Quando torni a Dagrheim, non lasciare un seggio vuoto per noi.»
Nel Libro di Arvid, il posto vuoto era stato di chi non aveva ancora voce. Il ragazzo scosse il capo.
«Costruiscilo soltanto quando arriviamo.»
E partì verso sua madre. Runa rimase un istante ferma sulla strada, e comprese: anche un seggio vuoto poteva diventare un modo elegante per affermare di avere rappresentato chi non era presente. Il Parlamento non avrebbe atteso simbolicamente gli assenti. Avrebbe dovuto fermarsi davvero.
Dietro, Stenvik restava vuota — ma ora custodiva i nomi di uomini di fazioni diverse, morti nella stessa sala per versioni diverse dello stesso Branco. La prima guerra tra i Lupi era durata meno di un’ora.
Era bastata.
E per la prima volta Vidar non cercò di costruire un centro capace di essere ovunque. Camminò accanto agli altri.
E portò soltanto una parte delle pagine.
Il ritorno a Dagrheim
La Tavola circolare è ancora intatta: incompleta, non spezzata. In attesa. È questo a renderla pericolosa.
