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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo III — Gli Eredi della Runa

Dagrheim, la scheggia mostrata, e la frattura vera del Convegno: non sulla meta, sulla strada. E la Radice che non obbedisce.

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Gli Eredi della Runa

Il Convegno sorgeva in un luogo che nessuna delle quattro fazioni avrebbe scelto: una valle stretta fra montagne così alte che il sole raggiungeva il fondo solo per poche ore al giorno. I primi abitanti l’avevano chiamata Dagrheim, la Casa del Giorno — per ironia, forse, o perché quando la luce riusciva a superare le cime ogni pietra della valle sembrava trattenerla.

Tomas la vide dall’ultima curva della strada di legno, e avrebbe potuto vederla dal carro, disteso accanto alla cassa delle pagine.

Preferì zoppicare. Non voleva entrare a Dagrheim come un altro oggetto portato al Convegno.

Duemila persone, quattro spazi vuoti

La Casa del Giorno

Le rune si vedevano prima ancora della sala: quella dello Scudo sugli stendardi rettangolari, quella del Sostegno cucita su tende e casse di medicine, quella dell’Avanguardia sulle lance trasformate in pali da viaggio, quella della Forgia incisa sui carri e perfino sui ferri dei cavalli. Ogni gruppo procedeva separato. Nessuna regola lo imponeva — la strada era larga — eppure tra una fazione e l’altra restava sempre uno spazio vuoto.

«Quante persone?» domandò Tomas.

«Più di duemila», disse Runa.

«Tutti Lupi?»

«Tutti dicono di avere qualcosa a che fare con loro.»

«Non è la stessa cosa.»

«No.»

Davanti a loro Eirik camminava accanto al carro con la vela spezzata arrotolata sopra il carico — aveva rifiutato di ripararla prima di partire — e Una batteva il bastone ricavato da un remo, rifiutando ogni mano tesa. Soren procedeva tra due marinai, con le mani libere e la libertà finita lì. Tomas indicò alcuni uomini che non portavano alcuna runa.

«E quelli?»

«Comunità senza Tavola», rispose Soren. «Famiglie miste. Persone accolte dagli Eredi. Vidar ha invitato chiunque viva secondo il Patto.»

«Chi decide se lo fa?» domandò Eirik.

Soren non rispose, e la domanda li accompagnò fino alla porta.

Il simbolo dell'albero

La porta

La porta sbarrava la strada tra due pilastri di pietra: inutile contro un esercito, perfetta per costringere ogni carro a fermarsi. Sopra non c’erano rune di fazione — soltanto l’albero. La Radice. Le guardie portavano mantelli grigi e armi di tutte le tradizioni: spade dello Scudo, archi dell’Avanguardia, asce della Forgia, una borsa da guaritrice.

Al nome di Runa, la voce della guardia cambiò tono: «Vidar ti attende. La cassa dev’essere consegnata alla Sala della Radice.»

«La cassa entra con me.»

«Nessun documento entra senza essere registrato.»

«Registratela.»

«E consegnatela.»

«No.»

Le guardie si mossero, Eirik sorrise («Finalmente un’accoglienza»), e fu Una a piantare il bastone davanti al responsabile: chi aveva scritto quella legge? La Tavola provvisoria. Con quali nomi? L’uomo esitò. «Allora non è una Tavola», disse l’anziana. «È una porta che ripete ordini senza conoscere chi li ha scelti.»

La frase attirò gente da tutti i campi. E dall’interno della valle uscì un uomo in tunica chiara, senza armatura, con l’albero ricamato in filo scuro sul mantello.

Tomas non aveva bisogno che qualcuno glielo dicesse. Il modo in cui le guardie si spostarono bastava. Vidar non portava corona.

«Lasciateli entrare con la cassa», disse. E alla guardia che citava la legge: «Esiste per impedire che una testimonianza venga sottratta prima di raggiungere la Tavola. Non per sottrarla noi.»

Guardò Runa: «Sei arrivata.»

«Non grazie alla Radice.»

Tomas avanzò prima di sapere di averlo deciso. «Hai ricevuto anche il nome di mio padre?»

Vidar lo osservò senza sorpresa. «Tomas, figlio di Edvin.»

«Lo conoscevi. Ha ucciso Haldor.»

La gente intorno tacque. Vidar non spostò la conversazione lontano dalla porta. «Lo so. Da diciotto giorni. Avevo convocato Edvin.»

«È morto sulla Eir.»

«L’ho saputo ieri.»

E allora Tomas fece la domanda che aveva attraversato il mare con lui, quella che non riguardava il Convegno e non avrebbe dovuto essere rivolta a quell’uomo — se non fosse stato che suo padre gli aveva negato ogni risposta, e lui era venuto fin lì a cercarle.

«Perché mio padre ha lasciato mia madre nel villaggio?»

Vidar si avvicinò. «Non lo so.»

«Tutti dite così.»

«Potrei inventare una ragione capace di rendere tuo padre migliore, o peggiore. Sarebbe più semplice. Ma non sarebbe sua.»

«Gli hai ordinato di prendere il messaggio. Sapevi che il villaggio sarebbe stato attaccato.»

«Sapevo che esisteva un rischio. Abbiamo avvertito la Tavola della costa: la messaggera è stata fermata dagli uomini di Hakon. Hanno esposto il suo corpo lungo la strada.» Una pausa. «Edvin doveva portare la lista a Torvald. Ha scelto suo figlio.»

«E mia madre.»

«Non so cosa credesse fosse accaduto a lei. Gli ho dato un ordine senza sapere che cosa avrebbe dovuto sacrificare per eseguirlo.» La semplicità dell’ammissione colpì più di qualunque difesa. «Mi dispiace.»

«Non serve.»

«Lo so.»

Vidar si scostò dalla porta: la cassa con Runa, Soren ascoltato dalla Tavola, Tomas libero di partecipare. «Non possiede un seggio», protestò la guardia.

«Nemmeno io ne possedevo uno quando ho cominciato a cercare la runa. Il Convegno esiste perché i seggi che abbiamo non bastano.»

Tomas entrò per primo, e non si accorse che Runa, dietro di lui, stava studiando l’uomo come si studia una corrente: Vidar non negava gli errori. Li incorporava. Apriva la porta prima che qualcuno potesse accusarlo di tenerla chiusa.

Una Tavola troppo perfetta

La Sala della Radice

La Sala era stata costruita sopra una sorgente: vapore dalle aperture del pavimento, la roccia viva dietro le travi. Al centro, la Tavola.

Perfettamente circolare. Troppo, pensò Runa ad alta voce, e Tomas capì cosa intendeva: ogni asse identica, le giunture nascoste, nessuna parte bruciata, nessun frammento di porta o di nave, niente che raccontasse da dove venisse il legno. Al centro, un incavo. Vuoto. Intorno, cinque seggi più larghi: le quattro rune, e l’albero.

«Una Tavola con posti migliori», disse Una.

«Posti di funzione», rispose Vidar.

«Le schiene dei rappresentanti hanno bisogno di più legno?»

Il seggio della Radice, disse Vidar, rappresentava il compito di unire ciò che le fazioni non condividevano più. Lo occupava lui. «Per quanto?» domandò Runa. «Finché esisterà il rischio che i Branchi tornino a separarsi.»

«Allora per sempre», disse Una, piano.

Fu lì che Runa nominò Torvald prigioniero del proprio Consiglio, e posò sul tavolo le parole della lista: la Radice è pronta. Tagliate i rami che rifiutano l’innesto.

Vidar non negò la frase. Disse un nome solo.

«Mara.»

La donna uscì dall’ombra vicino alla parete, e Tomas si alzò prima che finisse di attraversare la sala. Non portava armi; il mantello grigio senza simboli, fili bianchi nei capelli scuri, una cicatrice dal mento su per la guancia.

«Tu hai dato l’ordine a mio padre.»

«Ho detto che il silenzio di Haldor era necessario.»

«Sapevi cosa avrebbe fatto.»

«Sapevo di cosa era capace.»

«È la stessa cosa.»

«No.»

Eirik fece per fermarlo; Runa sollevò la mano — il ragazzo non aveva estratto armi. «Perché Haldor doveva tacere?»

«Perché aveva deciso di consegnare i nomi della Radice a re Sigurd. Sigurd ha già distrutto due Tavole e impiccato uomini soltanto per una runa al collo. Con quei nomi, sarebbero morte centinaia di persone.»

«Quindi mio padre ne ha ucciso uno.»

E poi Mara si voltò verso Vidar e fece la cosa che Tomas non si aspettava: lo accusò. Lui sapeva che Haldor era un rischio, disse, e non aveva chiesto quale ordine fosse partito — «perché non volevi saperlo. Volevi risultati senza costruire una legge capace di ottenerli. Mi hai affidato il compito e ti sei tenuto abbastanza lontano da poter dire che non avevi ordinato ogni gesto.»

Vidar non si difese subito, e Tomas guardò i due — l’uomo che apriva le porte e la donna che puliva le strade — e cominciò a capire che non erano un capo e una serva. Erano le due metà di un progetto che si erano scelte per non doversi guardare.

Quando Runa chiese di Ulfrheim, Mara raccontò con voce piatta: tre richieste d’aiuto, quattro rifiuti motivati — le mura fuori rete per lo Scudo, la strada insicura per il Sostegno, l’Avanguardia oltre il mare, la Forgia che vendeva ferro a entrambi gli eserciti — e lei, a diciassette anni, sotto la Tavola, ad ascoltare persone vive bruciare sopra di lei. «Quando uscii, ogni fazione aveva una ragione per non essere arrivata. Non mi interessa più se le ragioni sono corrette. Mi interessa costruire qualcosa che impedisca loro di essere sufficienti.»

«Uccidendo chi rischia di fermarti?» disse Tomas. «Mio padre ha consegnato mia madre al fuoco. Il Branco che vuoi costruire salverà persone come lei?»

«Sì.»

«Anche quando portano qualcosa che ti serve?»

Mara comprese la domanda. Non rispose.

Vidar annunciò che la Radice sarebbe stata sciolta, e la donna sorrise senza gioia: «Hai costruito una rete di uomini convinti che l’unità sia più importante di qualsiasi ordine. Ora credi di poterla sciogliere pronunciando una frase.»

«Quanti sono?» domandò Eirik.

«Non lo so più.»

Una appoggiò il bastone alla Tavola. «Allora non è una Radice. È una pianta infestante.»

«Le piante infestanti», disse Mara, «crescono dove il terreno è già stato abbandonato.»

La trave di Kjorn

I campi

Nei giorni prima dell’assemblea, Tomas imparò la valle coi suoi quattro mondi: le file perfette dello Scudo, dove ogni fuoco aveva un responsabile; il campo del Sostegno senza file, disposto secondo il terreno, pieno di gente che non apparteneva a nessuna delegazione — Svala era arrivata con quasi cento profughi non invitati; le tende dell’Avanguardia lungo la strada; e al tramonto, il ritorno della Forgia.

Senza Torvald.

Brann guidava i carri, e dietro di lui veniva trasportata una trave della grande runa di Kjorn: metallo piegato, lungo tre uomini. La fece deporre davanti alla Sala e accusò: l’Avanguardia aveva violato il cantiere, liberato un incapace, distrutto il simbolo di generazioni.

«Sembra ancora qui», disse Una, toccando il metallo col bastone.

La disputa montò — la Forgia esigeva di giudicare Eirik, Runa rispondeva colpo su colpo — finché Vidar uscì dalla sala e la chiuse con due mosse che Tomas si segnò a memoria. Se Torvald non aveva firmato la posizione della Forgia, il seggio non poteva essere occupato soltanto da Brann. E se Torvald non poteva viaggiare: «Allora porteremo il Convegno a lui. Tu hai portato una parte di Kjorn per mostrare il danno. Noi porteremo una parte del Convegno per ascoltare chi accusi.»

«E la runa?» domandò Brann. «La Forgia è arrivata per vederla.»

«La vedrà. Quando saremo capaci di guardare un simbolo senza dimenticare le persone che vivono sotto di esso.»

Brann non poté opporsi senza confermare l’accusa, e Tomas vide ancora una volta quanto fosse difficile combattere un uomo che sapeva pronunciare la verità.

La sera, al fuoco, sentì Runa riferire il resto a Eirik. Astrid credeva alla scheggia — un Custode dello Scudo l’aveva toccata e aveva ricordato la porta della casa dov’era nato, bruciata quando aveva sei anni: «un ricordo non dimostra l’origine di un oggetto», aveva detto Runa, e Astrid: «Credo che lui creda». E Svala avrebbe testimoniato contro il proprio stesso Sostegno — i profughi consegnati ai signori delle strade in cambio del passaggio, il segreto che Mira aveva scoperto e per cui era scomparsa — perché era «stanca di un Sostegno che si chiama innocente perché le sue colpe vengono commesse per aiutare più persone». Ma voleva, in cambio della nuova struttura, una cosa precisa: una Custode che non appartenesse al centro.

«Mi ha chiesto di farlo?» aveva domandato Runa.

«Non ancora. Ma lo farà.»

La Radice era diventata un metodo

L'assemblea nella notte

La prima assemblea non era prevista: cominciò quella notte davanti alla sala, perché troppa gente aveva sentito frammenti delle accuse e nessuna fazione era disposta ad aspettare che le altre costruissero la propria versione. Torce, panche, un grande cerchio irregolare. Vidar non occupò il centro: sedette tra gli Eredi.

Runa cominciò dai nomi della Eir — Ari figlio di Helga e Sten, Ketil il pescatore, Dagna che faceva reti, l’uomo rimasto senza nome — e poi lesse le quattro versioni del soccorso, e nessuna fazione riuscì a negare la propria: Astrid non negò l’attesa, Eirik non negò la corda, Svala non negò la prudenza, il rappresentante della Forgia confermò le chiatte. «Non siamo qui per stabilire quale fazione possa conservare la propria innocenza», disse la Custode, e lasciò che il cerchio litigasse — e Tomas notò che Vidar non interveniva: il caos lavorava per lui, ogni contrasto dimostrava che serviva un centro.

Poi venne la lista, e Mara si alzò davanti a duemila persone.

Non chiese perdono. Raccontò Ulfrheim, Stenvik, la nascita della Radice, l’ordine su Haldor. «Hai ordinato un omicidio», disse Astrid. «Ho pronunciato parole che rendevano l’omicidio possibile e utile.» «È la stessa cosa.» Mara guardò Tomas: «Per lui sì.»

Il ragazzo si alzò. «Non soltanto per me. Mio padre avrebbe potuto rifiutare.»

«Sì.»

«Tu sapevi che probabilmente non lo avrebbe fatto.»

Un silenzio. «Sì», ammise Mara.

«Allora hai usato ciò che sapevi di lui.»

«Sì.»

Le mani gli tremavano, ma la voce tenne. «Perché mio padre aveva bisogno che Vidar lo riconoscesse?»

Mara guardò Edvin attraverso il volto del figlio. «Perché aveva passato la vita a entrare nelle sale dalle porte secondarie. I Lupi lo chiamavano quando servivano strade, informazioni o uomini senza insegne. Poi gli chiedevano di uscire prima che la Tavola cominciasse. Vidar gli aveva promesso un seggio. Io gli ho dato un ordine. E lui ha creduto che obbedire dimostrasse di meritarlo.»

Tomas si voltò verso Vidar. «Il seggio esiste ancora?»

«Sì. Per le persone che nessuna fazione rappresenta.»

«Mio padre non potrà occuparlo.»

«No.»

«Allora non usare il suo nome per dimostrare che le accoglierai.»

«Non lo farò.»

Dopo Mara testimoniò Soren — aveva consegnato le parole sul silenzio necessario senza chiedere cosa significassero: «volevo arrivare al Convegno senza sapere quali strade erano state pulite per permettermelo» — e poi la diga si ruppe: una donna che aveva falsificato lettere, un uomo che aveva pagato mercenari per fabbricare una richiesta di protezione, un guaritore che aveva sottratto pagine, un capitano che aveva sabotato una nave. Nessuno sapeva più dove finisse il progetto e cominciassero le iniziative dei singoli.

La Radice non aveva un solo volto. Era diventata un metodo.

Infine parlò Vidar. «Ho creato la Radice» — e disse perché, e scelse Mara «perché Ulfrheim le aveva insegnato ciò che la divisione poteva costare», e quando Astrid chiese con quali limiti, rispose: «Nessuno abbastanza chiaro.» Non aveva ordinato la morte di Haldor; aveva costruito un compito in cui qualcuno poteva considerarla necessaria. «Allora perché dovremmo affidarti un comando più grande?» domandò Eirik, e fu la domanda di tutti.

«Non dovreste affidarlo all’uomo che sono stato quando ho creato la Radice.»

«E a quello che sei adesso?»

«Dovrete decidere dopo aver ascoltato ciò che propongo.»

La proposta arrivò come una costruzione di pietre ben tagliate: una Tavola centrale a sei seggi — le quattro funzioni, le comunità senza runa, i Custodi — un Primo Custode eletto per sette anni, un comandante comune per le crisi, leggi valide per chiunque portasse il nome dei Lupi, contributi obbligatori, e il diritto di sospendere una Tavola locale che tradisse il Patto. Ogni passaggio giustificato da un errore vero: Skallgard, la Eir, i profughi consegnati, Kjorn.

Tutto sembrava necessario. E Tomas, che ascoltava con la gamba distesa, sentì la sala scaldarsi di qualcosa che nessuna accusa era riuscita a spegnere — la speranza — prima ancora di capire che cosa lo inquietasse.

La frattura vera

Due strade

Fu Runa ad alzarsi.

«La scheggia non appartiene a questa Tavola.»

«A quale appartiene?» domandò Vidar.

«A nessuna. Il Branco non è un luogo.» La scheggia andava custodita in movimento — mai abbastanza a lungo nello stesso posto da trasformarlo nel centro della Stirpe. Potrebbe essere perduta, protestarono. «Sì.» Distrutta. «Sì.» Rubata. «Sì.» Runa guardò il legno scuro. «Tutto ciò che amiamo può essere perduto. È per questo che non dobbiamo costruire il Patto sopra qualcosa che, se scompare, ci convince di non esistere più.»

«Senza un luogo comune torneremo a dividerci», disse Vidar. «La Eir potrebbe accadere ancora.»

«Accadrà.» La sala reagì, e lei non arretrò di un passo. «Anche con un Primo Custode, leggi comuni e una runa al centro: qualcuno arriverà tardi, qualcuno userà un ordine per non pensare, qualcuno trasformerà una necessità in una scusa. Dobbiamo tentare — ma non costruendo un’autorità così grande da convincerci che, quando sbaglia, la colpa appartenga alla struttura e non alle nostre scelte.»

La controproposta prese forma davanti a tutti: le quattro rune come funzioni, sì — ma nessun Primo Custode. Comando a rotazione, per crisi: lo Scudo negli assedi, il Sostegno nelle evacuazioni, l’Avanguardia sulle rotte, la Forgia nella ricostruzione. Accordi, segnali comuni, Tavole periodiche. Non un uomo sopra di esse.

«E quando le funzioni si sovrappongono?» domandò Vidar.

«Scelgono insieme chi vede meglio l’intero problema.»

«Quanto tempo impiegheranno?»

«A volte troppo.»

«E qualcuno morirà.»

«Sì.»

Vidar indicò la scheggia. «È ciò che non sono disposto ad accettare.»

«Allora finirai per accettare qualunque potere prometta di impedirlo.»

Rimasero l’uno di fronte all’altra, e Tomas capì che stava guardando la frattura vera del Convegno — non tra fazioni: tra due modi di immaginare l’unità. «Tu accetti troppo facilmente l’imperfezione», disse Vidar a voce bassa. «Tu credi troppo facilmente che possa essere governata», rispose Runa. Nessuno vinse.

«Discuteremo entrambe le proposte», disse infine Vidar, e alla domanda sul perché: «Se la mia struttura è necessaria, dovrà sopravvivere alla tua domanda.»

Era ancora la risposta giusta. Tomas vide Runa provarne quasi rabbia.

Per la guardia temporanea contro la Radice, Vidar fece un solo nome: Astrid. «Non ho accettato», disse la comandante — e accettò, con le sue condizioni: fino alla fine del Convegno, poi la restituzione, davanti alla Tavola. Era un buon inizio. Proprio per questo la struttura di Vidar divenne ancora più convincente.

Jorund e Harek

La notte dei Custodi

Quella notte Tomas dormì dentro la sala, vicino alla Tavola, con la gamba distesa — e quattro fazioni fecero la guardia alle stesse pagine, perché nessuna si fidava abbastanza da lasciarle sole e nessuna abbastanza da lasciarle alle altre.

Lo svegliò a metà una voce che conosceva. Vidar era entrato senza guardie e sedeva dall’altra parte della cassa, di fronte a Runa. Tomas tenne gli occhi chiusi e ascoltò a frammenti, come si ascolta da bambini.

«Hai scelto Tomas invece delle pagine. Questo ti rende adatta. Un Custode centrale dovrà sapere quando la memoria va rischiata per una vita.»

«E dovrà sapere quando una vita verrà rischiata per la memoria. Edvin non lo sapeva. Mara nemmeno. Tu?»

«Sto cercando di impararlo. Aiutami a cambiare la struttura.»

«Nessun Primo Custode.»

Le voci si abbassarono e risalirono, argomento contro argomento, finché arrivò la frase che Tomas non avrebbe mai dimenticato.

«Hai paura che io diventi Jorund», disse Vidar.

«Ho paura che tu diventi Harek.»

«Harek bruciò le case di chi non accettava la sua libertà.»

«Dopo aver salvato quelle stesse persone durante una carestia.»

Un silenzio lungo. «Ogni tiranno è stato una volta un uomo che aveva ragione?»

«Non tutti.»

«Io sì?»

«Hai ragione sul problema. Non sulla soluzione. Non ancora.»

Prima di uscire, Vidar disse un’ultima cosa, e la voce gli cambiò: nella scheggia aveva visto un uomo seduto sotto un albero, senza volto, che non aveva detto nulla. «E tu hai interpretato il silenzio come un ordine di unire il Branco?» «No. Come la prova che nessuna voce sarebbe arrivata a dirci cosa fare.»

«Buonanotte, Runa di Isgard.»

«Buonanotte, Vidar senza seggio.»

Tomas, nel buio, pensò che l’uomo non aveva costruito il Convegno perché un dio glielo avesse chiesto. Lo aveva costruito perché aveva capito che nessun dio sarebbe intervenuto.

Ciò che ognuno vide

La scheggia

immagine in arrivoIl momento della rivelazione: la sala nella montagna, vapore dalle aperture nel pavimento, centinaia di persone sedute senza rune né mantelli di fazione. Vidar al centro posa una tavola sottile di legno scuro, lunga un avambraccio, spezzata a un'estremità, con l'albero inciso. La luce delle torce sembra fermarsi dentro le venature invece di riflettersi.

La scheggia venne portata all’alba, e non ci furono canti.

Vidar aveva vietato le armi e ordinato che ogni simbolo di fazione restasse fuori. Le persone entrarono senza insegne, e per molti fu la prima volta accanto a membri di altre fazioni senza poterli riconoscere dal mantello — anche se le identità sopravvivevano lo stesso, nelle cicatrici, nelle posture, nei modi di legare i capelli. Il seggio della Forgia rimase vuoto: Brann non aveva il diritto di occuparlo finché Torvald non fosse stato ascoltato. Una rifiutò il posto dell’Avanguardia e sedette tra le comunità senza Tavola.

Quattro persone, una per fazione, portarono una cassa stretta e lunga. Vidar non pronunciò il nome di Wotan. Aprì il coperchio.

La scheggia era più piccola di quanto Tomas avesse immaginato: una tavola sottile, lunga un avambraccio, scura quasi come carbone, spezzata a un’estremità. Sull’altra, inciso, non una delle quattro rune e nemmeno il simbolo della Radice: una linea verticale attraversata da rami incompleti. L’albero. Vidar la sollevò — il legno non brillò, non produsse suoni, ma la luce delle torce parve fermarsi dentro le venature invece di riflettersi — e la posò nell’incavo.

Entrò perfettamente. Troppo.

«Hai costruito l’incavo per lei», disse Runa.

«Sì.»

«Non è tornata al proprio posto.»

«No.»

Eppure, quando il legno toccò la Tavola, qualcosa attraversò la sala. Un odore — neve, fumo, terra bagnata — e Tomas vide.

Vide sua madre.

Portava un secchio. C’era fumo intorno, ma camminava. Viva. L’immagine durò meno di un respiro, e quando svanì il ragazzo si accorse di piangere davanti a duemila persone, e non gliene importò niente.

Intorno a lui ognuno era rimasto agganciato a qualcosa: Eirik fissava il legno, Astrid aveva chiuso gli occhi, Svala stringeva le mani in grembo. Runa aveva la mano sopra la cassa e la faccia di chi ha appena visto un uomo tremare mentre scrive. Solo Una sembrava indenne.

«È soltanto un pezzo di legno», disse.

«Non hai sentito?» protestò un uomo.

«Ho sentito centinaia di persone trattenere il respiro nello stesso momento.»

«Nessuna visione verrà usata come voto», disse Vidar — una frase necessaria, pensò Tomas anni dopo, e impossibile da applicare: ognuno avrebbe portato ciò che aveva visto dentro la propria decisione.

Poi Vidar fece la cosa più astuta che il ragazzo gli avesse visto fare: tolse alla reliquia i miracoli facili. Era stata esaminata da dodici maestri. Si poteva tagliare. Bruciava. «Non è indistruttibile. Non dimostra che Wotan ci abbia scelti, né che Arvid fosse un profeta, né che la mia proposta sia giusta. Dimostra soltanto che qualcosa portato alla Prima Tavola è sopravvissuto alla gola, al fiume e alle generazioni in cui abbiamo dimenticato di appartenere alla stessa storia.»

Indicò i quattro seggi — lo Scudo aveva conservato la protezione, il Sostegno la cura, l’Avanguardia il ritorno verso chi è lontano, la Forgia ciò che permette agli altri di continuare — e le panche: «Ognuna di queste virtù, separata, ha prodotto anche dominio, controllo, abbandono e calcolo. Non vi chiedo di cancellare le rune. Vi chiedo di smettere di usarle per dichiararvi Branchi separati.»

«Un solo Branco.»

Le parole vennero ripetute — prima da pochi, poi da molti, poi anche da Tomas. Runa lo guardò, e lui sostenne lo sguardo senza vergogna. Non desiderava un comandante.

Desiderava che nessun altro padre dovesse uccidere per ottenere un seggio.

Il potere cambia nome

Il nome di mia madre

Dopo l’assemblea, quando le fazioni ripresero le insegne — e per qualche ora, notò Tomas, nessuna delegazione sollevò la propria runa sopra le altre — il ragazzo rimase davanti alla Tavola a guardare la scheggia.

«Ho visto mia madre», disse. «Portava un secchio. C’era fumo, ma camminava.»

«Potrebbe essere un ricordo», disse Runa.

«Non ero con lei durante l’incendio.»

«Potrebbe essere ciò che desideri.»

«O la runa potrebbe sapere.»

Runa non gli disse che era impossibile, e non gli permise di costruirci sopra una certezza: «Dobbiamo cercarla attraverso persone, strade e nomi. Non attraverso ciò che speriamo di aver visto.»

«Vidar potrebbe aiutarmi. La Radice conosce le strade dei profughi. Il suo potere può servire.»

«Certo.»

«E tu vuoi impedirgli di averlo.»

«Voglio impedire che sia soltanto suo.»

Tomas guardò l’uomo dall’altra parte della sala. «Se mia madre fosse viva e lui la trovasse, non mi importerebbe chi occupa il seggio.»

Era la verità, ed era esattamente il modo in cui ogni potere diventava accettabile: bastava avere bisogno di qualcosa che soltanto quel potere sembrava capace di offrire.

«Chiedigli aiuto», disse Runa.

«Non ti opponi?»

«No.»

«Potrebbe usarlo per convincermi.»

«Sì.»

«E mi lasci andare?»

«Non sei mio.»

Tomas attraversò la sala. Vidar lasciò subito le persone con cui parlava, ascoltò senza promettere nulla, chiamò uno scriba e fece annotare tutto — il nome, il villaggio, l’età, ogni particolare che il ragazzo ricordava di sua madre.

Poi consegnò la richiesta a una donna con l’albero ricamato sul mantello.

Tomas lo vide, e capì anche questo, e lo tenne insieme alla speranza, perché a quindici anni si impara in fretta a tenere in mano cose che non stanno insieme: il potere non scompariva perché veniva dichiarato sciolto.

Cambiava nome.

La Radice non aveva obbedito

Tre ordini

immagine in arrivoChiusa del capitolo: notte fonda, la valle illuminata dai fuochi dei quattro campi alle spalle. Un messaggero solitario esce da un passaggio secondario fra le rocce, non dalla porta principale. In mano o alla cintura, tre tubi da messaggi; in evidenza il sigillo di cera con l'albero della Radice.

Quella notte la valle dormì con quattro campi e nessuna runa più alta delle altre.

Al centro della montagna la scheggia rimase nell’incavo costruito per accoglierla. Vidar aveva promesso che non sarebbe diventata un trono. Runa aveva promesso che non avrebbe permesso a un luogo di possederla. Mara aveva uomini ancora fedeli alla Radice. E Tomas aveva affidato il nome di sua madre alla stessa rete che aveva trasformato suo padre in un assassino.

Quattro fazioni, nate da un unico Patto, avevano finalmente visto la possibilità di tornare insieme.

Non erano divise sulla meta. Erano divise sulla strada.

Fuori, nel buio oltre la valle, un messaggero lasciò Dagrheim senza passare dalla porta principale. Portava tre ordini: il primo verso Kjorn, il secondo verso re Sigurd, il terzo verso una fortezza dove nessuno sapeva ancora che il Convegno aveva cominciato a decidere chi avesse il diritto di portare il nome dei Lupi.

Sul sigillo non c’era la runa di Vidar.

C’era l’albero.

La Radice non aveva obbedito.

La prossima cosa

Il re alla porta

La mattina dopo la scheggia, Dagrheim si sveglia circondata da soldati. Sugli stendardi nessuna runa: un cervo bianco con le corna dorate.

Capitolo IV — Il Giuramento del Re