Branco · LIVE
Nuova nave aggiunta al catalogoIl branco: 16 lupi · 206 navi in flottaVeglio sui miei fratelli, finché Wotan vegli su di me.Nuova nave aggiunta al catalogoIl branco: 16 lupi · 206 navi in flottaVeglio sui miei fratelli, finché Wotan vegli su di me.
Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo VI — Il Diario Spezzato

Il ritorno a Dagrheim: una Tavola costruita prima dell'unità, i Diari a confronto e la falsificazione scoperta anche a Isgard. Runa taglia la legatura, e una freccia annuncia che la cassa di Stenvik è già stata aperta.

← Wiki

Il Diario Spezzato

Quando rividero Dagrheim, la nuova Tavola era già stata costruita.

La valle comparve poco prima dell’alba, e qualcosa era cambiato nel modo in cui la gente si muoveva: niente discussioni davanti alle cucine, nessun artigiano con le assi tra un campo e l’altro, le persone senza runa allontanate dall’ingresso e raccolte alle sorgenti inferiori. Qualcuno, durante la loro assenza, aveva tracciato confini sopra un terreno che il Convegno aveva provato a rendere comune.

E sopra la porta della Sala della Radice, dove il giorno prima non c’era alcun simbolo, adesso erano appese cinque forme.

Quattro rune. E l’albero.

Quattro rune e l'albero

Cinque insegne

Tomas la vide per primo, tra le cinque insegne: la runa dello Scudo ricavata da una porta annerita, quella del Sostegno su una lastra bianca, il simbolo della Forgia in metallo piegato — e la quarta non era legno né ferro.

Era la vela. La parte ricucita dell’Oltrevento, tesa su un telaio, con la linea spezzata in mostra.

«L’hanno presa», disse.

Eirik non rispose, e fu peggio di qualsiasi urlo. Non era la rabbia rumorosa di Skallgard: era il silenzio di chi ha già scelto una direzione e sta solo decidendo quanto in fretta raggiungerla. Fu Runa a mettersi davanti: «Se entri gridando che ti hanno rubato il simbolo, dimostrerai che lo consideri tuo più di quanto consideri comune il Patto.»

«Hanno preso una parte dell’Oltrevento senza chiedere.»

«Sì. Voglio che tu decida se è una vela, una runa o una parte della storia del Nido.»

«È tutte e tre.»

«Allora non puoi essere l’unico a decidere.»

Alla porta, le guardie non portavano più i colori delle fazioni: mantelli grigi. Radice. Il responsabile si chiamava Lothar, e sciorinò le novità come ordini di servizio: la sala chiusa, Ylva da consegnare «alla custodia del Convegno», una Tavola provvisoria, un «Archivio comune» creato ieri — e a ogni domanda di Runa («Quali Custodi?» «Nomi») l’uomo esitava, finché Mara disse la frase che Tomas si scrisse in mente: «È così che comincia. Un ordine senza un uomo disposto a pronunciare chi lo ha scritto.»

Sulla cassa dei Diari, Runa piantò la distinzione come un paletto: «Raccogliere significa permettere alle pagine di incontrarsi. Consegnare significa che qualcuno decide se possano tornare indietro.»

Poi dall’interno arrivò una voce — «Lasciateli entrare» — e Vidar comparve sotto le cinque rune, con addosso la stanchezza di chi ha passato la notte a prendere decisioni che gli altri avrebbero giudicato al mattino.

«La vela viene giù», disse Eirik. «Prima della Tavola.»

Vidar provò le sue domande — e se lo Scudo chiedesse la porta? la Forgia il metallo? — e il capitano rispose colpo su colpo, fino in fondo: «Sono disposto a bruciarlo.» Tomas vide i marinai irrigidirsi: Eirik stava portando la runa fino al limite del proprio significato.

«Abbassatela», disse Vidar.

Eirik prese la vela tra le braccia. Non ringraziò. Entrò.

Un cerchio costruito prima dell'unità

La Tavola incompleta

immagine in arrivoInterno della Sala della Radice, luce di lampade. La Tavola circolare con l'incavo al centro: la scheggia di Yggdrasill sotto una lastra di vetro sottile. Intorno, incastonati nel legno come rami, tre frammenti: un pezzo di porta annerita (Scudo), una lastra bianca incisa (Sostegno), metallo piegato di Kjorn (Forgia). Il quarto spazio è VUOTO, in attesa della vela. Giunture di falegnameria precise, lavoro della Forgia fatto in una notte.

La sala non era più la stessa. La scheggia stava sotto una lastra di vetro sottile, e intorno all’incavo erano stati incastonati tre frammenti come rami: la porta dello Scudo, la lastra del Sostegno, il metallo di Kjorn. Il quarto spazio era vuoto — aspettava la vela.

Una Tavola costruita per raccontare l’unificazione. Prima che l’unificazione esistesse.

Nel seggio dell’Avanguardia sedeva Stenvar, e quando vide Eirik con la tela tra le braccia si alzò. «Hai interrotto il simbolo.»

«Tu hai consegnato qualcosa che non era tuo.»

«Apparteneva all’Avanguardia.»

«La nave porta persone. La runa serve loro.»

Eirik posò la vela — non nello spazio vuoto: sopra il seggio di Stenvar. «Allora siediti su di essa.»

Poi Runa passò al setaccio la Tavola provvisoria, un seggio alla volta. Brynja per lo Scudo — «Astrid ti ha scelta?» «Astrid era a Raukfall. Gli uomini mi hanno riconosciuta.» «Attraverso una Tavola?» «Attraverso necessità» — e la parola tornò come torna un debito. Olav per il Sostegno, senza voto. Brann per la Forgia, al posto dell’uomo che il suo Consiglio aveva imprigionato. E Vidar, coordinatore su mandato della Tavola che lui stesso aveva convocato.

Quando Runa lo incalzò sulle guardie grigie, l’uomo si alzò — senza gridare, e la sala tacque lo stesso — e raccontò la settimana: tre messaggeri uccisi, un ordine falso per arrestare i Custodi, due barili d’acqua avvelenati nel campo del Sostegno, un tentativo di portare la scheggia fuori dalla valle. «Ho costruito una guardia perché il Convegno stava crollando.»

«E ha funzionato?»

«Siamo ancora qui.»

«Non è la stessa cosa.»

Sull’Archivio comune, la Custode disse il suo no davanti a tutti: «Le pagine sono sopravvissute perché non si trovavano tutte nello stesso luogo. Devono incontrarsi, confrontarsi, e tornare alle proprie Tavole con le differenze ancora visibili.»

«Apri le pagine», disse infine Vidar.

E Runa lo fece.

Cinque versioni della stessa frase

I Diari a confronto

I Diari arrivarono uno alla volta: tre codici dello Scudo, cinque del Sostegno, due registri di bordo dell’Avanguardia, un volume della Forgia rilegato in metallo che servivano due uomini a spostare, le casse di Isgard — e i frammenti delle comunità senza runa: pagine ereditate, tavolette, canti trascritti, lettere che nessuna Tavola aveva mai giudicato abbastanza autorevoli da chiamare Diario.

Runa fece disporre tutto non per fazioni: per episodi. E cominciò dalla frase di Ivar.

La versione di Isgard: Quando le strade si divisero, credemmo che il Branco fosse diventato più grande. Non comprendemmo che ogni strada avrebbe cominciato a chiamare smarrite le altre. Quella dello Scudo parlava di confini da custodire. Quella dell’Avanguardia di un Branco che cresce solo finché avanza. La Forgia, di compiti da costruire. Il Sostegno, di nessuno lasciato senza qualcuno disposto a cercarlo.

Ogni versione era plausibile. Ogni fazione aveva trasformato un avvertimento in una legittimazione.

Poi venne il colpo che Tomas non si aspettava: Runa lo inferse alla propria casa. Da un fascicolo del Campo dei Senza Nome — conservato da una famiglia per tre generazioni come rinforzo del fondo di una cassa — lesse la pagina scritta dopo la morte di Arvid: Wotan ci mostrò la strada. Arvid ci insegnò che nessun dio può percorrerla al posto degli uomini. E nel Diario ufficiale dei Custodi, la stessa riga diceva: che gli uomini devono percorrerla insieme.

«Il significato è lo stesso», provò Oskar, il Custode anziano.

«No. La prima rifiuta l’idea che un dio possa agire al posto nostro. La seconda trasforma Arvid in colui che ci ordina l’unità.» E la modifica compariva soltanto nei Diari della Tavola maggiore. Per generazioni Isgard aveva accusato le fazioni di deformare la memoria; ora la sua versione risultava alterata, e la sala guardava i Custodi come si guarda un giudice a processo.

Le pagine più antiche non conoscevano quattro Stirpi. Usavano verbi: Proteggere. Sostenere. Aprire. Costruire. E in una lettera di Ivar: Non chiamatevi per ciò che fate, perché un giorno crederete di non poter fare altro — che l’Avanguardia aveva riscritto in Chiamatevi attraverso la strada che avete scelto.

«La conoscevi?» chiese Eirik a Stenvar.

«Conoscevo la nostra versione.»

«E ti bastava.»

Il duello finale fu tra Vidar e Runa, e Tomas lo ascoltò capendo che non discutevano più strumenti: discutevano quale pericolo fosse più grande. «Senza una versione comune, ogni bambino crescerà credendo che il proprio ramo sia quello autentico.» «Allora insegniamo le differenze.» «Tu preferisci tollerare le menzogne piuttosto che rischiare un’autorità.» «Tu preferisci rischiare un’autorità piuttosto che tollerare che qualcuno scelga male.»

«Sì», disse Vidar, senza esitazione.

Per lui il pericolo era la dispersione. Per lei, il centro.

Se gli appunti dicono che hai ordinato tu

La domanda di Tomas

Tomas aveva ascoltato tutto in silenzio, con la chiave di Stenvik calda in mano — non per magia: perché la stringeva.

Quando Runa mostrò la falsificazione di Isgard, si alzò.

«Allora gli appunti di mio padre potrebbero essere una versione diversa. Potrebbero dimostrare che Mara ha mentito. O che lui ha mentito.»

«Sì», disse Runa, a ogni frase.

«E se non sapessimo quale?»

«Conserveremo entrambe.»

Poi il ragazzo si voltò verso Vidar, e fece la domanda per cui, forse, era entrato nella sala.

«Se gli appunti dicono che hai ordinato tu la morte di Haldor, che cosa farai?»

La sala tacque. Vidar non scappò: li avrebbe presentati al Convegno; se falsi, confrontati; nessuna persona avrebbe deciso da sola; e se tutti li avessero creduti veri — «Risponderò. Lasciando il seggio, se esisterà.»

«E se il seggio ti servisse per impedire che la Radice faccia altro?»

Vidar esitò. «Allora la Tavola dovrebbe scegliere tra il danno della mia permanenza e quello della mia uscita.»

«Potrebbe chiederti di restare. Anche se avessi fatto uccidere Haldor.»

«Sì.»

Tomas abbassò lo sguardo. «Allora rispondere non significa perdere il potere.»

«Non sempre.»

«Mio padre ha perso la vita.» Guardò Mara. «Tu hai ammesso ciò che hai fatto: sei ancora qui. Ylva ha quasi bruciato Raukfall: è ancora viva. Haldor no.» E la frase successiva, Runa l’avrebbe scritta nei Diari con le stesse parole: «Le Tavole ascoltano sempre chi sopravvive abbastanza da spiegare.»

«Per questo servono le testimonianze dei morti», disse la Custode.

«Allora andiamo a Stenvik.»

«Andremo. Dopo aver impedito che le pagine vengano chiuse qui.»

«È sempre dopo.»

La parola apparteneva a Elin, a Rorik, a ogni autorità che chiedeva tempo a chi rischiava di perdere qualcuno — e Tomas vide Runa sentirla arrivare addosso.

«Hai ragione», disse la Custode. «Partiremo oggi.»

Vidar sollevò le strade insicure, la Radice che conosceva la chiave, la scorta comune — ed Eirik disse no, e Tomas disse la cosa che chiuse la discussione. «Hai quindici anni», aveva obiettato Vidar.

«Ivar ne aveva tredici.»

«Ivar sedeva in una Tavola che conosceva la sua storia.»

«Voi non conoscete la mia perché mio padre la nascondeva per voi.»

Vidar abbassò il capo. «Hai ragione.»

Ancora una risposta giusta. Cominciavano a pesare anche quelle.

Non permettete ai morti di decidere

L'ultima pagina di Arvid

Prima di partire, Tomas chiese la lettura che Runa non aveva ancora mostrato: la pagina tenuta separata. L’ultima di Arvid.

Oskar si oppose — non certificata, grafia irregolare, forse frasi aggiunte. «Arvid stava morendo», rispose Runa. «Era un uomo che aveva paura di morire.» Il santo dei cantori non poteva tremare, e alcuni nella sala si offesero per lui.

Poi lesse, e nessuno respirò.

Non permettete ai morti di decidere chi dovete essere.

Se una legge vi impedisce di proteggere, cambiatela.

Se la Tavola diventa un luogo nel quale alcuni non possono entrare, spezzatela e costruite qualcosa che non riconoscereste.

Cercate le pagine che nessuno ha scritto. Sono quelle che appartengono a chi non aveva ancora un seggio.

Tomas guardò il seggio delle comunità senza runa. Vidar guardò quello del Primo Custode che ancora non esisteva.

Su quella pagina Runa costruì la sua proposta: la scheggia a rotazione tra le Tavole, mai più di un inverno nello stesso luogo; e la Tavola comune smontata dopo ogni Convegno. La Forgia insorse — giorni di lavoro — e Runa rispose con la frase che avrebbe fatto il giro dei campi: «Il lavoro non rende qualcosa sbagliato. Ma rende più difficile rinunciarvi.»

E lì la sala si spaccò sui frammenti. Perché la porta dello Scudo veniva da una fortezza abbandonata, la lastra del Sostegno era stata offerta da alcuni guaritori ma non da tutti, il metallo di Kjorn forse rubato nell’incendio, e la vela consegnata da Stenvar senza il consenso di nessuno.

La Tavola comune era fatta di parti il cui significato nessuno condivideva.

La prima vera pietra

Il vetro incrinato

«Basta.»

Vidar non aveva mai comandato, fino a quel momento. Chiesto, proposto, convinto — mai comandato. La sala gli obbedì, e Tomas vide sul suo volto l’attimo esatto in cui l’uomo capì quanto fosse facile.

La Tavola non sarebbe stata completata. Ma quando Eirik prese la vela e Brann si mosse verso il metallo, Vidar alzò la mano: «Nessun frammento lascia la sala finché non avremo stabilito a chi appartiene.»

«La vela viene con me.»

«No.»

La parola era piccola. Fu la prima vera pietra.

Eirik attraversò la sala, Lothar e le guardie grigie si misero davanti alla porta, Freya estrasse la spada, lo Scudo di Brynja si preparò — dentro la sala, non contro un nemico — e Svala si piantò tra le linee. Poi Brann afferrò il frammento di Kjorn, una guardia gli mise una mano sul braccio, e il capo della Forgia la colpì col pugno.

La guardia cadde contro la Tavola.

Il vetro sopra la scheggia si incrinò.

Il suono fu sottile, e la sala intera lo udì. Tomas guardò l’incavo: la crepa attraversava il riflesso dell’albero. Nessuno si mosse — finché Lothar estrasse la spada, «Arrestate Brann», e tutto ricominciò a precipitare.

Fu Runa a fermarlo, con gli occhi sulla pagina di Arvid.

«Aprite la porta.»

«Non finché le armi sono alzate», disse Vidar.

«Le armi sono alzate perché la porta è chiusa.» E davanti al suo elenco — il re in attesa, Raukfall, la Radice, Torvald — la Custode disse la frase per cui Tomas, molti anni dopo, avrebbe giurato di essere rimasto: «Sono disposta a perderlo, perché il primo gesto del nuovo Branco non sia impedire a qualcuno di uscire.»

Tomas sentì la frase toccare Raukfall, i nomi, la postierla. E la sentì toccare anche Vidar, che seguì lo sguardo del ragazzo e comprese.

«Aprite la porta.»

Eirik uscì con la vela. Brann col metallo. Brynja con la porta annerita. Solo la lastra del Sostegno rimase — Svala fermò Olav che la prendeva: «È stata offerta.» «Da chi?» «Dai guaritori presenti.» «Allora chiedi di nuovo.»

La Tavola rimase così: la scheggia al centro, sotto il vetro incrinato, e una sola runa intorno. Non perché il Sostegno fosse più fedele.

Perché non aveva ancora deciso.

E nei campi, quella sera, giravano già cinque versioni della stessa porta — ognuna con abbastanza verità da essere creduta.

L'Avanguardia si divide

Due capitani

Al campo dell’Avanguardia, Stenvar aspettava Eirik davanti alla vela distesa.

«Hai umiliato l’Avanguardia.»

«Tu l’hai consegnata senza chiedere.»

«Qualcuno doveva dimostrare che accettavamo un solo Branco.»

«Allora avresti potuto consegnare la vela della Saetta.»

«L’avrei fatto.»

«Ma non l’hai fatto.»

Il colpo entrò esatto, e Tomas lo vide arrivare a segno: Stenvar aveva offerto un simbolo già spezzato, potente proprio perché raccontava una trasformazione a cui non aveva partecipato. Aveva consegnato la storia di altri.

La Saetta sarebbe partita con Vidar — no: verso Sigurd, che aveva convocato il garante dell’accordo. «Assedieranno la fortezza», disse Tomas, gelido. «Mia madre è dentro.»

«Vidar cercherà di impedirlo», rispose Stenvar. «E se il re non ascolta, il Branco dovrà scegliere se rispettare l’accordo.»

«Senza un centro continueremo a perdere persone», disse ancora, prima di andarsene.

«Con un centro sapremo soltanto chi incolpare dopo», rispose Eirik.

La Saetta non era nella valle: il suo equipaggio si preparava al porto sul fiordo, e Stenvar lasciò il campo con metà dei capitani presenti. L’Avanguardia si divise — non con un voto: con partenze diverse. Una parte dietro Vidar e l’accordo. L’altra dietro Eirik, verso Stenvik.

E la runa spezzata sulla vela non raccontava più soltanto una riparazione. Raccontava una fazione che non sapeva più quale linea seguire.

Il Diario non era mai stato intero

La legatura tagliata

immagine in arrivoInterno di una tenda dei Custodi, luce di lampada. Runa, con due dita della mano destra steccate, taglia con una lama il filo che lega un grande volume di pergamene dai bordi anneriti. Sul tavolo quattro fascicoli separati; Svala e Eirik ne ricevono uno ciascuno. Oskar, Custode anziano, osserva come davanti a una ferita. Nessuna distruzione: le pagine restano intere, diventano trasportabili.

Prima della partenza, nella tenda dei Custodi, Tomas assistette a una cosa che Oskar avrebbe chiamato sacrilegio e Runa manutenzione.

La Custode annunciò che avrebbe diviso i fascicoli: una parte a Isgard, una con lei, una al Sostegno, una all’Avanguardia — e ogni copia, da allora, avrebbe viaggiato con una lista delle versioni che contraddiceva. «Creerai confusione.» «Sì.» «Le persone non sapranno cosa credere.» «Dovranno imparare a confrontare.» «Non tutti sono Custodi.» «Non tutti devono dipendere da noi per sapere che una pagina può mentire.»

«Non c’è tempo per copiare», provò Oskar.

«Copieremo durante il viaggio.»

«Con la mano rotta?»

«Tomas sa scrivere.»

Il ragazzo, vicino all’ingresso, si sentì gelare. «Poco», disse.

Runa lo guardò. «Imparerai.»

Poi consegnò un fascicolo a Svala — «Non appartiene al Sostegno.» «Esatto.» — e uno a Eirik — «Non appartiene all’Avanguardia.» «Bene.» — e tagliò la legatura del grande volume. Il suono della lama sul filo parve più grave di quanto fosse. Le pagine si separarono: non distrutte. Trasportabili.

Oskar la guardò come se avesse ferito una persona. «Hai spezzato il Diario.»

«No. Ho smesso di fingere che fosse intero.»

Sulla strada li raggiunse Vidar. Solo, per la prima volta senza la forma invisibile del proprio progetto dietro le spalle. «Vengo con voi.» Eirik disse no; Runa ricordò che gli appunti lo riguardavano; e l’uomo spiegò con una franchezza che sorprese perfino Mara: «Ho trascorso anni ascoltando versioni portate da altri. È così che ho creato la Radice. Ho affidato a lei ciò che non volevo vedere direttamente. Ora voglio essere presente.»

Eirik dettò le condizioni come nodi: sulla rotta comando io; se tenti di prendere la chiave, ti lascio sulla strada. «Sì», a tutto. Mara si aggiunse per riconoscere gli uomini della Radice. E Ylva rimase a Dagrheim, per essere giudicata — «Da quale Tavola?» chiese Mara, e Vidar improvvisò: una formata per quel compito. «Ylva potrà parlare?» «Sì.» «E lasciarla se la considera già decisa?» «No.» «Allora è un processo», disse Runa. «Non chiamarlo Tavola.»

«Processo», disse Vidar. Le parole complete. Prima di andarsene, Tomas si fermò davanti alla prigioniera.

«Tu resti.»

«Hai paura che legga ciò che tuo padre pensava davvero?»

«No. Hai già usato abbastanza persone per raggiungere luoghi in cui non eri stata invitata.»

Ylva sorrise. «Impari.»

«Non da te.»

Copiare senza correggere

Il fuoco e la parola bruciata

La prima notte si accamparono vicino a un fiume, e Vidar aiutò a montare le tende senza che nessuno glielo chiedesse. Non bastava a cancellare la sala, la guardia grigia, la porta chiusa. Era qualcosa.

Tomas copiava accanto al fuoco — le prime righe storte della sua vita da copista — e mezzo dormiva quando Vidar si sedette davanti a Runa e chiese una tavoletta.

«Sai copiare senza correggere?» domandò lei.

«È una domanda o un’accusa?»

«Una prova.»

Dopo poche righe l’uomo si fermò: il bordo della pagina era bruciato — l’attacco all’Oltrevento — e della frase restava: …nessuno… prima… merita… salvato. Tutti la conoscevano intera: Non domandate prima chi merita di essere salvato.

«Posso ricostruirla.»

«No.»

«Sappiamo cosa diceva.»

«Crediamo. La annoteremo accanto: il fuoco fa parte della storia di questa copia.»

«Un bambino potrebbe leggerla senza conoscere le altre.»

«Allora saprà che deve cercarle.»

Vidar posò la penna. «Costruisci una memoria che obbliga chi legge a dipendere da altre persone.»

«Sì.»

«È intenzionale.»

«Sì.»

E nel dormiveglia Tomas sentì il seguito, che si portò dietro per sempre: «E se qualcuno rifiutasse? Se tenesse una pagina incompleta e costruisse una legge sopra ciò che manca?» «Gli altri conserveranno le versioni.» «Senza poterlo obbligare.» «Sì.» «Continui a credere che le persone possano scegliere il confronto.» «No. Credo che il diritto di scegliere male sia parte del prezzo di non appartenere a qualcuno.»

«È un prezzo alto», disse Vidar.

«Anche il potere lo è.»

«Almeno il potere promette un risultato.»

«È per questo che lo scegli.»

«Sì. E per questo che lo temo.»

Poi l’uomo riprese a copiare. Lasciò lo spazio bruciato vuoto, e accanto scrisse: Altre tre versioni riportano: “Non domandate prima chi merita di essere salvato.” Questa copia non conserva tutte le parole.

Runa lesse. Non corresse nulla.

Stenvik è vuota

La freccia nella notte

Poco prima dell’alba, una freccia si conficcò nel terreno accanto alla cassa.

Non aveva colpito nessuno. Non doveva. Alla punta era legata una striscia di pelle con una sola frase:

STENVIK È VUOTA. LA CASSA È GIÀ STATA APERTA.

Sotto, l’albero.

Tomas strappò la pelle dalle mani di Runa. «Ylva è a Dagrheim.»

«La Radice non è Ylva», disse Mara.

«Chi possiede un’altra chiave?» domandò Eirik.

Tomas strinse quella di Edvin. «Nessuno.»

«Forse non serviva una chiave», disse Vidar. «O Torvald ha mentito», disse Soren. «O mio padre ne ha data una a qualcun altro», disse Tomas, e odiò ogni parola della propria frase.

Chiunque avesse tirato quella freccia voleva che accelerassero, o tornassero indietro, o sospettassero l’uno dell’altro. Forse tutte e tre le cose.

«Proseguiamo», disse Runa.

«Se la cassa è stata aperta, gli appunti potrebbero essere stati sostituiti», disse Vidar. «Non potremo fidarci.»

«No.»

«Allora perché andare?» domandò Tomas.

«Per vedere che cosa qualcuno ha voluto lasciarci.»

«Non la verità.»

«Forse una parte.»

«E il resto?»

Runa indicò le persone intorno al fuoco spento.

«Lo cercheremo gli uni negli altri.»

Ripresero la strada. Dietro, a Dagrheim, le fazioni custodivano frammenti di rune che nessuno era più disposto a consegnare. Davanti, a Stenvik, li aspettava una cassa aperta.

Il Diario era stato spezzato. Non soltanto in pagine: in fiducia.

E Tomas, camminando con la chiave al collo, capì la cosa che Runa avrebbe scritto quella sera: la guerra imminente non sarebbe cominciata quando un Lupo avesse alzato la spada contro un altro.

Sarebbe cominciata nel momento in cui ciascuno avesse creduto che la propria versione fosse l’unica ancora degna di essere salvata.

La prossima cosa

Stenvik

Il villaggio che nessuna fazione riprese, la Tavola spezzata in tre parti e una cavità vuota sotto l'asse centrale. Ma nessuno guarda ciò che sostiene il simbolo.

Capitolo VII — Fratelli contro Fratelli