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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo I — Kjarkur

Nyx, 2947. Una squadra dell'UEE insegue per giorni un convoglio di armi destinate a XenoThreat. Ai comandi della Redeemer c'è un pilota di venticinque anni che ha ordinato di non sparare, e un torrettista che spara lo stesso. Nell'ultima stiva non ci sono armi: ci sono persone dirette a Levski.

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Il giorno in cui un nome smise di essere un'eredità

Nel 2947, nel sistema Nyx, una squadra dell'UEE inseguì per giorni un convoglio che non voleva arrendersi.

Non era normale. Quando li chiudi, i fuorilegge quasi sempre si arrendono: vendono i compagni, offrono favori, provano a comprarti. Questi no. Questi continuavano a spingere i motori anche quando non aveva più alcun senso, e nessuno, sulle navi militari, riusciva a spiegarsi il perché.

Ai comandi della Redeemer che li stringeva c'era un pilota di venticinque anni che in sei ore aveva dato un ordine solo, ripetendolo tre volte.

Non sparate.

Si chiamava Rogharh Kjarkur. Nella lingua della sua famiglia kjarkur significa forza di volontà indomita: la spinta che resta quando le energie fisiche e mentali sono finite. Era un'onorificenza, guadagnata da antenati lontani nelle guerre Tevarin, e i suoi genitori non ne erano mai andati fieri.

Quel giorno smise di essere un'eredità.

La coperta in più

Il ragazzo della valle

Era nato su microTech, in una casa piccola nella valle di Dunboro, e per capire come sia finito ai comandi di quella nave bisogna sapere due cose sui suoi genitori.

Suo padre, Ivan Kjarkur, aveva corso sui Razor. Bene, per qualche anno: abbastanza perché la scuderia diventasse la seconda casa del figlio. Poi arrivarono gli incidenti — quelli veri, quelli dopo i quali non si torna uguali — e Ivan passò dall'altra parte, a fare il meccanico per piloti più giovani di lui. Rogharh crebbe in mezzo ai pezzi smontati: imparò prima come si aggiusta una macchina, e soltanto dopo come la si guida.

Sua madre, Anna Kjarkur, era medico e ricercatrice al Brentworth Care Center. Il suo gruppo lavorava su tecnologie di soccorso sul campo, strumenti pensati per tenere in vita qualcuno su un pianeta che sta cercando di ucciderlo. Passò la vita a costruire cose perché la gente tornasse indietro.

Nessuno dei due amava il proprio cognome.

Kjarkur era arrivato dalle guerre Tevarin, quando qualcuno si era distinto in combattimento e qualcun altro aveva deciso di premiarlo con una parola. Ai genitori di Rogharh quella parola sapeva di guerra, e passarono l'infanzia del figlio a insegnargli l'opposto: la libertà invece del comando, la protezione invece della conquista.

Funzionò. In un modo che non avevano previsto.

Nel suo gruppo di amici, Rogharh era quello che portava la coperta in più. Quello con il kit di soccorso nello zaino anche quando andavano soltanto al fiume, quello che nelle discussioni faceva da paciere: lento all'ira e rapido al perdono. Non era il più forte, e non gli interessava esserlo. Gli interessava che tornassero tutti.

Poi, in città, vide i soldati.

Le squadre partivano per sistemi lontani e ogni tanto tornavano con storie incredibili. Quelle storie contenevano una parte della verità. La parte che mancava, Rogharh la scoprì molti anni dopo, quando ormai era tardi.

Si arruolò appena diplomato. I suoi lo accettarono senza esserne contenti.

Eccelleva in ogni corso — non perché fosse più bravo degli altri, ma perché era mosso da convinzioni che gli altri non avevano. Finì presto in una squadra di commando tattici: operazioni pulite, entrare e uscire, niente gloria, niente celebrazioni, niente discorsi. Tutto in silenzio e in ordine.

Fu lì che gli venne fuori il sangue di suo padre.

Per un motivo o per l'altro si ritrovò più volte a pilotare i mezzi durante le operazioni, e non c'era campo di battaglia, asteroide o mischia in cui non si facesse notare: rapido, elegante, preciso, con quel modo di prendere le curve che nessun manuale insegna. Punta di lancia Rog, presero a chiamarlo. Arrivava sempre a bersaglio. Lo sceglievano per le estrazioni e le infiltrazioni ad alto rischio, quelle in cui il pilota conta più della nave.

Sul fianco di ogni mezzo che pilotava incideva a mano una piccola lancia.

A terra faceva un altro mestiere. Teneva in piedi la squadra: si spostava da una zona calda all'altra portando cure, munizioni, fuoco di copertura, scansioni mirate. Anche lì il soprannome funzionava, ma girato al contrario — una lancia messa davanti a qualcuno, non contro. Arrivava rapido e in silenzio, diceva due parole con voce calma e passava al compagno successivo.

Per qualche anno gli bastò. A ventiquattro anni basta poco per sentirsi a posto.

Armi destinate a XenoThreat

Una parola comoda

Nel 2947 XenoThreat diventò la spiegazione universale.

Era nata come reazione: uomini con un addestramento militare vero, un odio duro verso le corporazioni e verso tutto ciò che non fosse umano, cresciuti nella rabbia per gli accordi commerciali che l'UEE aveva firmato con gli Xi'an. Quell'anno presero Ruin Station e diventarono di fatto i padroni di Pyro, un sistema intero fuori dalla portata dell'ordine.

Un nemico così è comodo.

È comodo perché spiega qualunque cosa, e perché chiunque gli somigli anche solo per un dettaglio — chi parla male delle corporazioni, chi non vuole essere registrato, chi se ne va senza chiedere il permesso a nessuno — può finire scritto nella stessa riga. Non serve mentire. Basta scegliere la parola giusta quando si compila il rapporto.

Il convoglio che la squadra di Rogharh inseguiva a Nyx era stato descritto così: armi destinate a XenoThreat.

Nessuno chiese chi lo avesse scritto.

L'inseguimento durò giorni. Il convoglio non si fermava, non trattava, non rispondeva alle intimazioni; e più andava avanti, più a Rogharh quella ostinazione sembrava sbagliata. Aveva visto arrendersi bande vere, gente con qualcosa da perdere davvero. Nessuno si fa ammazzare per una stiva di fucili.

Diede l'ordine di non sparare e si mise a lavorare di fino: colpi chirurgici sui componenti, un motore alla volta, per fermare la nave senza aprirla. Ci vollero ore. Nella cabina il silenzio si fece pesante, e dietro di lui, alle torrette, due uomini cominciarono a spazientirsi.

Uno dei due, a un certo punto, non resse più.

Ve lo meritate, bastardi

Il colpo che nessuno aveva ordinato

Aprì il fuoco sul fianco del mercantile.

La raffica non colpì un componente: colpì lo scafo, e nello scafo si aprì un buco.

Quello che succede dopo, in una nave che si apre, dura pochi secondi. L'aria esce tutta insieme e si porta via quello che trova.

I corpi cominciarono a uscire nel vuoto.

Sul canale interno qualcuno rise. «Ve lo meritate, bastardi», disse una voce, e altri risero appresso.

Rogharh non rideva. Rogharh non stava dicendo niente.

Uno dei corpi passò vicino alla cabina, girando piano su se stesso come fanno le cose che non hanno più peso.

Era una bambina.

Aveva il viso fermo in una smorfia di terrore, e il sangue le si era ghiacciato addosso nell'istante esatto in cui era uscita. Passò a pochi metri dal vetro, alla velocità con cui passano le cose che non si possono fermare, e sparì dietro la prua.

Rogharh sentì il freddo arrivargli dentro, come se fosse uscito anche lui.

Poi il freddo si trasformò in un'altra cosa.

«Non doveva essere un convoglio di armi?»

Gli rispose il caposquadra, senza nemmeno voltarsi verso di lui.

«E che te ne importa. Un futuro XenoThreat in meno. Zitto e portaci vicino: entriamo.»

Siamo ricercatori, agricoltori, meccanici

L'ultima stiva

Portò la nave accanto alla falla e mise i sistemi in attesa.

Lo fece perché era ancora un soldato e quello era ancora un ordine, ma soprattutto lo fece per una ragione che non disse a nessuno: dentro quella nave c'era rimasto qualcuno, e lui voleva esserci quando la squadra fosse entrata.

Attraversarono la breccia, raggiunsero una camera di decompressione e proseguirono nei compartimenti interni.

Nessuna cassa di armi. Nessuna postazione difensiva. Nessuna resistenza armata.

«Cercate dappertutto!» L'ordine aveva dentro una nota di odio che i comandi di quel caposquadra, di solito, non avevano.

Arrivarono all'ultimo vano di carico.

Dentro non c'erano armi. C'erano persone: ammassate contro la paratia di fondo, strette, in silenzio, con quello sguardo che ha la gente quando ha già capito.

«Rifugiati», disse Rogharh, e lo disse piano.

«Dissidenti!» urlò il caposquadra. «Traditori!»

Un uomo si staccò dal gruppo e parlò. Aveva una voce ferma, di quelle abituate a spiegare.

«Queste persone sono scappate dal proprio governo. Stavamo cercando di raggiungere Levski. Siamo ricercatori, agricoltori, meccanici. Siamo stufi di usare quello che sappiamo per arricchire le corporazioni: vogliamo essere utili alle persone, e sotto le catene dell'UEE non possiamo farlo.»

Il calcio del fucile lo colpì in pieno viso.

«Silenzio, feccia! Dovresti ringraziare! Hai uno stipendio da capogiro, una vita bella e felice, al sicuro, non ti manca niente!»

L'uomo si tirò su su un gomito. Aveva la faccia coperta di sangue e parlò lo stesso.

«Non sono quelle le cose importanti. Non sono quelli i miei valori.»

Rogharh, in piedi a due passi, si accorse di una cosa che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita: quell'uomo, disarmato e a terra, stava dicendo esattamente quello che gli avevano insegnato i suoi genitori.

Poi il caposquadra spiegò come sarebbe finita.

Chi avesse rinunciato e fosse tornato a lavorare per le corporazioni sarebbe stato risparmiato. Gli altri sarebbero rimasti coinvolti nello sfortunato incidente che aveva portato all'esplosione di una nave carica di pericolose armi destinate a XenoThreat.

Era tutto già pronto. Mancava soltanto di scriverlo.

Quando le energie sono finite

Kjarkur

Rogharh si mise in mezzo.

Non fu una scelta ragionata, e lui stesso, dopo, non riuscì mai a ricostruire l'ordine esatto delle cose: una colluttazione, degli spari, delle grida, il caos di un compartimento chiuso in cui troppa gente si muove insieme.

Si ritrovò a faccia in giù sul pavimento, con la pistola di un proprio compagno appoggiata alla testa.

Fu allora che qualcosa uscì da un condotto.

Un cucciolo di kopion della tundra — un animale da compagnia, quasi certamente, che una di quelle famiglie non aveva voluto lasciare indietro. Attraversò il vano correndo e morse il braccio che teneva la pistola. Il soldato cadde.

«Dannato bastardo!»

In due si misero a prenderlo a calci. Continuarono finché il cucciolo non smise di muoversi: costole rotte, respiro spezzato. Poi uno dei due estrasse un pugnale e, ridendo, glielo piantò nel fianco.

L'animale emise un ultimo guaito.

Kjarkur significa forza di volontà indomita. Indica la spinta a continuare quando le energie fisiche e mentali sono finite.

Rogharh non perse tempo a pensare alle proprie possibilità, perché non ne aveva. Sfilò il pugnale e mise fine alle risate. Prese l'arma dal fianco di uno dei due e uccise un terzo che stava arrivando.

Non fu coraggio, e non fu addestramento. Fu istinto e volontà, nell'unico ordine in cui potevano ancora servirgli.

Raccolse il cucciolo sanguinante sotto il braccio e corse verso il pod di salvataggio che aveva individuato entrando, perché individuare le vie d'uscita era il suo mestiere da sei anni.

Gli spari riempirono l'aria. Fu colpito più volte.

Entrò nel pod pesantemente, con tutto il peso del corpo, e premette il pulsante di eiezione.

Poi ci fu il silenzio.

Il segnale che qualcuno stava ascoltando

Due cadaveri in una bara

Non seppe mai quanto tempo passò là dentro.

Sanguinava lui e sanguinava il cucciolo, uno accanto all'altro, in un guscio grande abbastanza per una persona sola. Ci fu un momento — se lo ricorda ancora — in cui pensò a se stesso e all'animale con le stesse parole: due cadaveri in una bara.

Dietro di lui, intanto, si stava già scrivendo l'altra versione.

Il rapporto di quella missione esiste. Dice che un convoglio di armi destinate a XenoThreat è stato intercettato e neutralizzato nel sistema Nyx. È un documento breve, corretto in ogni sua parte, e non contiene una sola bugia — perché non ne aveva bisogno. Bastava la parola scelta all'inizio.

Non compare nessun rifugiato. Non compare nessuna bambina. Non compare il nome del pilota che si è messo in mezzo, perché quel pilota, ufficialmente, non è mai uscito da quella nave.

A raccoglierlo furono degli scrapper di Levski.

Captarono un segnale vitale debole in un pod alla deriva e andarono a vedere, che è una cosa che nessun manuale operativo impone di fare. A Levski ci si arriva quasi sempre da un'altra parte: è la città dentro una roccia vagante, la casa della People's Alliance, il posto dove nessuno ti chiede chi sei stato prima.

Era la stessa destinazione che quelle persone avevano provato a raggiungere.

Lo tennero in vita. Tennero in vita anche il cucciolo, che a giudizio di tutti non avrebbe dovuto farcela e ce la fece lo stesso, e che da quel giorno non lo lasciò più.

Lo chiamò Argo.

Le aveva già scritte qualcun altro

Tre righe

La convalescenza fu lunga, e in una convalescenza lunga si ha tempo di rifare i conti.

Rogharh non ne uscì con un progetto, né con una vendetta. Ne uscì con tre righe, arrivate una alla volta, che da allora hanno retto tutto quello che ha fatto.

Protezione, non conquista.

Libertà di scegliere, non obbedienza cieca.

Fiducia, non grado.

Sull'armatura, sulla piastra della spalla dove stava lo stemma dell'UEE, ci passò sopra qualcosa di appuntito finché non restarono soltanto graffi. Non lo fece con calma. Si vede ancora, ed è la parte di quell'armatura che non ha mai voluto sostituire.

Quelle tre righe non erano nuove.

Qualcuno le aveva già scritte — non in quella forma, non in quella lingua, ma dicevano la stessa cosa — su una tavola di legno, mille anni prima, in un tempo in cui non esistevano né l'UEE né le corporazioni né i sistemi da attraversare. Erano sopravvissute a un impero, a una persecuzione e a una guerra, e nel frattempo si erano incise su tavoli, su porte e su pareti di navi.

Rogharh non ne sapeva niente.

Le aveva ricavate da solo, da un pavimento sporco di sangue in fondo a una stiva, che è l'unico modo in cui certe cose si imparano davvero.

Nessun manuale lo impone

Un pod alla deriva

Degli anni che vennero dopo non è questo il capitolo.

Rogharh li passò per conto proprio, senza bandiere e senza gradi: spostava gente, portava cose dove non arrivava nessuno, e ogni tanto si trovava esattamente dove non avrebbe dovuto trovarsi, perché qualcuno aveva bisogno che ci fosse. Argo cresceva. La lancia continuava a comparire sul fianco di ogni scafo che gli passava fra le mani.

Poi una notte i suoi sensori presero un segnale vitale debole.

Era un pod di salvataggio alla deriva, di quelli che si staccano da una nave che non c'è più. Rogharh cambiò rotta e andò a vedere — che è una cosa che nessun manuale operativo impone di fare.

Dentro c'era una donna. Sull'armatura portava un segno che lui non sapeva leggere: quattro cose diverse tenute insieme, una specie di artiglio.

La tirò fuori. Le tenne aperte le vie respiratorie con un apparecchio che sua madre aveva contribuito a progettare vent'anni prima, la stabilizzò e la portò allo scalo abitato più vicino, che vicino non era.

La consegnò a qualcuno che sapeva curarla e ripartì prima che si svegliasse.

Non lasciò il nome. Non gli venne nemmeno in mente che servisse.

Sull'altra nave, quella notte, avevano fatto la conta.

I Lupi la fanno sempre, dopo: si chiama l'appello, e chi risponde viene scritto. È l'abitudine più antica che hanno — più vecchia delle navi, vecchia quanto il Patto — e serve a una cosa sola: sapere chi manca, per andarlo a prendere.

Quella volta il conto tornò per eccesso.

Mancava una donna del Sostegno, e la donna del Sostegno tornò viva tre giorni dopo, riportata indietro da qualcuno che non era dei loro e che non aveva voluto dire come si chiamasse.

Galimar scrisse nel Diario l'unica cosa che aveva.

Non un nome: un disegno. Una piccola lancia, ricopiata a mano dall'immagine sgranata del fianco di una nave che si stava allontanando.

Poi lo cercò.

Fu più facile di quanto sembri. Un uomo che non lascia il nome è difficile da trovare; un uomo che firma le proprie navi, molto meno.

L'incontro

«Vieni a vedere dove lo scriviamo»

Si incontrarono qualche mese più tardi, in uno di quegli scali dove a nessuno viene chiesto il cognome.

Rogharh vide venire verso di sé un uomo che non aveva l'aria di uno arrivato per comprare o per vendere, e la prima cosa che fece fu contare le uscite.

«Hai riportato indietro una dei miei», disse Galimar. «E non hai lasciato il nome.»

«Non serviva.»

«A te no. A noi sì.»

«Perché?»

«Perché contiamo chi risponde.»

Rogharh non rispose subito. Era la prima volta, da quel giorno, che sentiva dire in una frase sola una cosa che lui aveva ricavato per conto proprio, con molta più fatica, in fondo a una stiva.

Galimar non gli offrì un posto. Non gli offrì un grado, non gli chiese che cosa avesse fatto prima e non gli domandò perché avesse graffiato via lo stemma dalla spalla.

Gli offrì una cosa sola.

«Vieni a vedere dove lo scriviamo.»

La Mist non somigliava a nessuna delle navi da guerra su cui Rogharh era salito, e pure lo era: lunga, corazzata, con l'odore di metallo caldo che hanno le navi che lavorano davvero.

Ma nella stanza più protetta dello scafo, dove su qualunque altra nave ci sarebbe stata la cabina del comandante, non c'era nessuna cabina.

C'era un pannello di legno appeso alla paratia, una mensola con sopra un libro, e una radio accesa che non trasmetteva niente.

Quella stanza era l'alloggio del Custode. Galimar dormiva lì sotto, e la cabina del comandante non l'aveva mai usata.

Il pannello era quadrato, e non era un pezzo solo: quattro assi accostate, di legni di epoche diverse — certe parti scure e profondamente segnate, altre sostituite nei secoli da mani che avevano cercato di rispettarne la forma — tenute insieme da una culla di metallo che qualcuno aveva fuso mille anni prima. Nessun capotavola, perché un quadrato non ce l'ha.

Al centro, dove i quattro angoli tagliati si incontravano, restava un vuoto a forma di rombo largo quanto una mano.

Dentro non c'era niente. Si vedeva la paratia.

Sul legno correvano dei segni incisi. Rogharh ne riconobbe qualcuno — li aveva visti sulle casse, in giro per la nave — e non aveva mai chiesto che cosa volessero dire.

Poi Galimar prese il libro dalla mensola, lo aprì, girò le pagine finché non arrivò dove voleva, e si spostò per lasciarlo leggere.

Rogharh lesse due volte.

Non erano le sue parole. Erano le sue tre righe.

Non disse niente a nessuno, e nessuno gli chiese niente — che a bordo della Mist è il modo in cui si dà il benvenuto.

Nove anni dopo

Valle Imperatore

immagine in arrivoAlba invernale su microTech, veduta larga da un pendio: abeti carichi di neve a sinistra, sotto i quali è parcheggiata una cyclone; accanto una piccola tenda scura. Al centro, di spalle, un uomo avvolto in un mantello pesante seduto davanti a un fuoco basso. A destra, sdraiato sulla neve a qualche metro da lui, un kopion adulto con il muso sulle zampe. Sullo sfondo una valle che scende verso un lago ghiacciato e una catena di montagne innevate, con il sole che sorge basso fra le cime. Luce fredda e azzurra ovunque, tranne il fuoco e la striscia dorata dell'alba.

Nove anni dopo, su microTech, sorgeva l'alba.

Il vento era gelido e portava cristalli di ghiaccio che prendevano fuoco appena toccavano la luce. Sapeva di resina e di legno. Rogharh aveva passato la notte all'aperto, come faceva sempre dopo una missione: aveva caricato il necessario sulla cyclone, era partito con Argo sfruttando le ultime luci su quel lato del pianeta e aveva messo più chilometri possibile fra sé e New Babbage. Voleva stare solo.

Dopo un paio d'ore e diversi valichi aveva ritrovato la valle che amava, e ci aveva montato la tenda a notte fonda.

Adesso era seduto nel vento davanti a un fuoco ormai basso, avvolto in una coperta, con una tazza fra le mani. Argo stava sdraiato qualche passo più in là, sulla neve, il muso appoggiato alle zampe e le orecchie che si muovevano da sole.

«E poi venne quel giorno», disse Rogharh piano. «Quel maledetto giorno.»

L'animale alzò la testa.

I cani da compagnia non capiscono le parole. I kopion non sono cani, e comunque non c'era niente da capire: gli bastava il tono.

Si alzò, attraversò i pochi metri di neve e gli si sedette accanto.

Rimase così per un po', con lo sguardo perso in una stiva lontana nel tempo. Che cosa ho fatto. Le lacrime gli scesero senza che se ne accorgesse, e Argo gliele asciugò con una leccata, abbastanza brusca da scuoterlo.

«Tranquillo, bello. Sto bene.»

Guardò la cyclone sotto gli alberi, e la vecchia corazza appoggiata sul sedile del passeggero — quella che continuava a usare, con lo stemma graffiato via.

«Certe cose non si cancellano del tutto, eh, Argo?»

Passò la mano lungo il ventre dell'animale finché le dita non incontrarono, sotto il pelo, il rilievo della cicatrice.

«Neanche per te fu una bella giornata.»

Finì il tè in silenzio.

Quel pomeriggio doveva fare rapporto alla Mist.

«Eccoci qui, Argo», disse mentre smontava la tenda. «Tornati a casa tutti e due. Nuove identità, nuovo branco, vecchi valori.»

Il kopion gli camminò accanto fino alla cyclone e salì al posto del passeggero, sopra la vecchia corazza con lo stemma graffiato via.

Sul fianco del mezzo, sotto la matricola, c'era una piccola lancia incisa a mano.

Di quel giorno esistono due versioni. La prima sta in un archivio dell'UEE, è breve, ordinata, e non contiene una sola bugia. La seconda è questa. Noi teniamo la seconda — non perché la prima sia falsa, ma perché è stata scritta da qualcuno che non c'era, e da mille anni sappiamo che cosa succede quando l'unica versione rimasta è quella di chi non c'era.

Il Diario · sul perché il Diario esiste
La prossima cosa

E l'uomo che è andato a cercarlo?

Galimar non ha reclutato Rogharh, e non ha reclutato nessuno: si è seduto fuori dalle loro porte e ha aspettato che decidessero.

Per capire da dove gli venga quel modo di fare bisogna tornare indietro di trent'anni, a un ragazzino che impara a memoria tredici nomi e non sa che cosa vogliano dire.

Capitolo II — Abbandonato