La notte in cui la Mist entrò a Nyx con un posto vuoto
La torretta di prua era vuota, e sulla Mist nessun posto vuoto faceva più rumore.
La grande nave uscì dal salto come la nebbia da cui prendeva il nome: prima un chiarore sbagliato contro il buio di Nyx, poi una massa di metallo lunga abbastanza da nascondere le stelle. Le luci di posizione si accesero una dopo l'altra lungo lo scafo, mentre i propulsori correggevano l'inerzia e portavano la prua verso la stazione incastonata nell'asteroide.
Da quella distanza la stazione QV sembrava immobile. Soltanto ingrandendo l'immagine si distinguevano i bagliori delle batterie difensive e le scie sottili dei caccia che si inseguivano tra le rocce.
La battaglia era già cominciata.
E dentro quella battaglia, da qualche parte, un uomo aspettava di sapere se qualcuno avesse sentito la sua chiamata.
La sala di controllo
Nella sala di controllo della Mist, Storm Fury X aveva smesso di scherzare da almeno trenta secondi — un tempo sufficiente perché due degli ufficiali presenti cominciassero a preoccuparsi.
Seguiva le traiettorie sul tavolo olografico con entrambe le mani appoggiate al bordo. La Tranquility, l'Idris della People's Alliance, era stata scortata in posizione e ora andava difesa. Più avanti, la stazione estrattiva che tutte le mappe davano per abbandonata da anni si stava dimostrando tutt'altro che abbandonata: la Shattered Blade l'aveva occupata, fortificata, e armata di batterie anti-capitale pesantemente schermate — di un disegno che non somigliava a niente di umano.
Finché anche una sola di quelle batterie restava attiva, la Mist non poteva avvicinarsi alla Tranquility senza offrirle il fianco.
Per questo il Perseus era già là fuori, e le stava spegnendo una alla volta.
Il piano era di quelli che si spiegano in fretta e si pagano con calma: proteggere la Tranquility, abbattere le difese, aprire i tunnel di servizio. E in fondo ai tunnel, oltre i relè e il nucleo, raggiungere un pilota abbattuto che la Shattered Blade tratteneva da giorni. Sul tavolo olografico il suo nome occupava una riga sola: Gabe Windell, People's Alliance.
Non era un Lupo.
Nessuno, nella sala di controllo, aveva considerato il dettaglio degno di discussione.
Sul tavolo, tre punti si staccarono dal ventre della Mist e presero il largo.
«Mando fuori.»
«Sigm4.»
«Harlock, con voi.»
I caccia di scorta. Storm li riconosceva dal suono della voce prima che dall'identificativo, e sapeva già chi dei tre avrebbe parlato troppo e chi non avrebbe parlato affatto.
Poi uno dei contatti nemici si staccò dagli altri e cominciò ad avvicinarsi.
«Quello è innamorato di noi», disse Storm.
Nessuno rispose.
«Va bene. Vedo che oggi preferiamo un ambiente professionale.»
Il canale interno si aprì prima che potesse aggiungere altro.
«Storm, lascia la sala di controllo.»
La voce di Galimar non era più alta delle altre comunicazioni. Non aveva bisogno di esserlo.
«Hai trovato qualcuno più bello?»
«Torretta di prua.»
«La mia è quella dell'ala est.»
«Oggi no.»
Per la prima volta da quando erano entrati nel sistema, Storm non ebbe una risposta pronta.
Sul modello della Mist, davanti a lui, l'indicatore della torretta di prua pulsava in attesa di un operatore. Non era l'arma più potente della nave: quella dormiva più in basso, nel ventre dello scafo — il cannone a rotaia, che quando si carica lo sente l'intera nave e quando spara la sposta. Ma il rotaia chiede tempo, e concede un colpo solo.
La torretta di prua no. Si armava in un respiro, sparava a raffiche e non smetteva. Nel suo settore, nessuno poteva permettersi di ignorarla.
E quella postazione apparteneva a Mista.
Non ufficialmente. Nessun registro della nave riportava il suo nome accanto al cannone. Ma nessuno si sedeva lì senza prima cercarlo, allo stesso modo in cui nessuno entra nella cabina di un comandante pensando che sia soltanto una stanza libera.
«Galimar…»
«Il Perseus apre il corridoio fra quattro minuti.»
«Lo so.»
«Allora muoviti.»
Storm affidò la sala al primo ufficiale, raggiunse la porta, poi tornò indietro di due passi e indicò il contatto in avvicinamento.
«Se quello ci colpisce prima che io sia arrivato, ditegli che è scorretto.»
Questa volta qualcuno rise. Poco.
Abbastanza.
Il nome sul pannello
Le paratie interne si stavano chiudendo per isolare le sezioni di combattimento, e le luci bianche passarono al rosso. L'allarme generale attraversò lo scafo con la calma impersonale delle cose progettate per annunciare una possibile morte senza spaventare nessuno.
La torretta di prua era un ponte più in alto e quasi duecento metri più avanti. Dalla sala di controllo non partiva nessun ascensore: due rampe di scale, poi il corridoio dorsale che correva verso prua. Storm salì i gradini a tre alla volta e si buttò nel corridoio, evitando per un soffio due tecnici che arrivavano in direzione opposta.
«Il corridoio è largo!» gli gridò uno dei due.
«E io sono in ritardo!»
«Tu sei sempre in ritardo!»
«Per questo ho esperienza!»
La Mist virò senza preavviso. Storm urtò una spalla contro la parete, non cadde, riprese a correre col rumore dei propulsori laterali che saliva dal pavimento.
Davanti all'infermeria rallentò.
La porta era chiusa. Sul pannello esterno compariva il nome dell'unico paziente della sezione intensiva.
MISTACOR DRACOS
Storm rimase fermo il tempo necessario perché il pannello registrasse la sua presenza. Il comunicatore al polso vibrò.
«Non pensarci nemmeno», disse la voce di Mista.
Era debole, impastata dai sedativi, e ancora abbastanza irritata da sembrare viva.
«Stavo soltanto passando.»
«Stavi per entrare.»
«Non posso salutare un amico?»
«Non prima di aver raggiunto la mia torretta.»
«Tecnicamente è della Mist.»
«Storm.»
«Va bene. È tua.»
«Non toccare il secondo correttore verticale.»
«Quale dei diciassette?»
Una pausa breve.
«Quello che hai già toccato l'ultima volta.»
Storm sorrise nonostante tutto.
Mista era in infermeria per colpa della torretta. O meglio: per colpa del modo in cui la amava. Durante l'ultima calibrazione il sistema aveva rilevato una deviazione così piccola da dichiararla irrilevante, e Mista non aveva mai creduto alle cose irrilevanti — non quando riguardavano il cannone che copriva il Branco. Aveva fatto rimuovere la copertura del gruppo di stabilizzazione ed era entrato personalmente nel vano tecnico mentre la nave completava le prove di assetto. Il tecnico gli aveva detto di aspettare. Mista aveva risposto che stava aspettando da quasi quaranta secondi.
L'anello di compensazione si era mosso con metà del suo corpo ancora dentro. Tre costole incrinate, una clavicola fratturata e una commozione che i medici consideravano molto meno divertente di quanto la considerasse lui. Mentre lo portavano via aveva continuato a chiedere se la deviazione fosse stata corretta. Gli avevano risposto soltanto dopo il secondo tentativo di alzarsi dal lettino per andare a controllare di persona.
«Come stai?» chiese Storm.
«Male.»
La sincerità gli tolse il sorriso.
«Ma non abbastanza», continuò Mista respirando piano, «da lasciarti rovinare la calibrazione.»
«Questo è lo spirito giusto.»
«Storm.»
«Sì?»
«Non sparare mentre la compensazione laterale è in movimento.»
«Non lo farei mai.»
«Lo hai fatto due volte.»
«Ed entrambe le volte il bersaglio ha smesso di lamentarsi.»
La voce di Mista si abbassò.
«Portali a casa.»
Storm smise di camminare. Fra loro non c'era mai stato bisogno di distinguere una battuta da una promessa: lo avevano sempre capito dal tono.
«Tu occupati di restarci.»
Chiuse il collegamento prima che Mista potesse rispondere, e riprese a correre.
Mistacor portava lo stesso nome di stirpe di Galimar. Strade, battaglie e ferite divise da una vita intera, e qualcosa che valeva più del coraggio: una fiamma che nessuno dei due aveva mai visto spegnersi nell'altro. Sulla Mist non serviva sapere altro, dei Dracos.
Bastava guardare come Mista non mollava la presa sulle cose che aveva scelto di proteggere.
Il cannone di prua
Quando Storm raggiunse la postazione, il portello era già aperto. Il sedile lo accolse troppo basso, i comandi erano inclinati verso sinistra e il supporto per il polso aveva una rigidità insopportabile.
«Maniaco», mormorò.
Si sistemò, chiuse i blocchi sulle spalle e collegò il casco al sistema di tiro. Il cannone si armò in un respiro — su questo, almeno, Mista non aveva mai avuto niente da ridire. Il mondo esterno gli riempì la visiera: la prua della Mist scomparve sotto di lui e rimase soltanto lo spazio, attraversato da indicatori, distanze e vettori.
La Tranquility procedeva più in basso, circondata da lampi che apparivano e svanivano contro il suo scafo. E sul fianco dell'asteroide si vedeva il lavoro del Perseus: una batteria anti-capitale che smetteva di esistere in una fioritura silenziosa di detriti, mentre la nave si spostava già sulla successiva. Alle torrette c'era Marte 2108, e si capiva dal ritmo: le batterie cadevano una alla volta, regolari, come fa chi sta sbrigando un lavoro e non combattendo una battaglia.
Erano ordigni schermati, agganciati alla roccia, di una forma che metteva a disagio prima ancora di capire perché.
Nessun essere umano li aveva costruiti.
Più indietro, una Redeemer copriva il fianco scoperto della Tranquility.
E lontano dallo scontro, una massa lenta procedeva contro il senso della battaglia: dove tutti acceleravano verso i bersagli, quella andava verso i relitti. Una Reclaimer, che raccoglieva i morti di ferro — i propri e quelli degli altri, senza distinzione. Gusci di caccia, sezioni di scafo, tutto ciò che restava e poteva ancora servire a qualcuno.
Sul canale generale arrivò la voce di Galimar, per tutti insieme.
«Ricordate: se perdete le torrette, avvisate Panzer.»
Qualcuno rise subito. Qualcun altro capì la battuta con un secondo di ritardo, e rise peggio.
Panzer8 non rispose. Non rispondeva quasi mai. Sarebbe rimasto là fuori mentre gli altri si davano il cambio, a raccogliere pezzi con la testardaggine di chi ha deciso che niente di ciò che il branco perde debba andare perduto davvero.
Prima dell'alba avrebbe avuto più lavoro di tutti.
Il canale operativo si aprì.
«Mist, il vostro settore di prua è scoperto da un minuto e ventitré secondi.»
La voce era pacata. Non accusava nessuno. Rendeva soltanto impossibile fingere che il problema non esistesse.
«Buonasera anche a te, Rosma.»
«Storm.»
«Sono io.»
«Questo spiega il ritardo.»
Sul Perseus comandava Rosmarino, che nessuno tra i Lupi chiamava Rosmarino da anni. Sul canale la sua voce non alzava mai il tono, eppure ogni nave della formazione correggeva qualcosa quando parlava: un vettore, una distanza, una distrazione. Pretendeva rigore e tempestività perché arrivare tardi, nello spazio, significa quasi sempre arrivare dopo la morte di qualcuno. Per il resto non parlava da comandante. Osservava.
E arrivava, senza essere chiamato, nel punto esatto in cui qualcuno stava per averne bisogno.
«Mista?» domandò.
«Infermeria. Sta terrorizzando i medici.»
«Quindi è stabile.»
«Più o meno quanto lui considera stabile la torretta.»
«Ricevuto.»
Nessuna domanda inutile, nessuna condoglianza anticipata. Mista era vivo, Storm era al suo posto: per il momento bastava.
«Contatto in avvicinamento, undici gradi sopra la vostra prua», disse Rosma. «Non è interessato a voi.»
Storm cercò il bersaglio. Una nave della Shattered Blade stava tagliando la formazione di lato — veloce, leggera, il tipo di scafo che nessun cannone a rotaia sarebbe mai riuscito a prendere in corsa. Usava la massa della Mist per nascondere parte della propria traiettoria.
La destinazione era la Tranquility.
«Lo vedo.»
«No», rispose Rosma. «Lo stai ancora cercando.»
Un indicatore comparve sul margine della visiera: la soluzione di tiro calcolata dal Perseus, arrivata diversi secondi prima che i sensori della Mist completassero l'identificazione.
Storm spostò il cannone.
Novantotto per cento
Il sistema emise un segnale di avvertimento.
COMPENSAZIONE LATERALE IN CORSO.
La nave nemica accelerò, e la voce di Mista gli tornò in mente: non sparare mentre la compensazione è in movimento.
Non era una regola di sicurezza. Era una regola di mira: una raffica partita con la stabilizzazione a metà si sarebbe aperta come un ventaglio, larga, cieca — e avrebbe soltanto insegnato al bersaglio dove non passare. Contro uno scafo così veloce, Storm avrebbe avuto una finestra pulita. Una sola.
«Storm», disse Galimar sul canale interno.
Nient'altro. Nessun ordine, nessuna spiegazione. Galimar aveva visto la stessa traiettoria, lo stesso avviso, lo stesso tempo — e aveva visto Storm seduto in un posto che non era suo. Non gli disse di sparare. Non gli disse di aspettare.
Gli ricordò soltanto, con un nome, che non era solo.
«Lo so», rispose Storm.
Aspettò.
L'indicatore della compensazione avanzò. La nave nemica aprì i vani delle armi.
Novantadue per cento.
Rosma non gli disse di sparare.
Novantacinque.
Galimar non ripeté il suo nome.
Novantotto.
Storm sentì il proprio respiro rimbalzare nel casco e, per la prima volta da quando si era seduto, non cercò una battuta.
La compensazione si bloccò. Il reticolo divenne rosso.
Storm premette il comando di fuoco.
La torretta non aveva il rinculo del cannone a rotaia. Aveva la fretta: una vibrazione fitta e continua che gli salì dai polsi alle spalle mentre i traccianti uscivano a sciame.
Il primo sventaglio passò dietro la coda del bersaglio.
La nave nemica scartò, rientrò in traiettoria, riprese ad accelerare verso la Tranquility. Storm non imprecò. Respirò — come avrebbe fatto Mista — ascoltò la nave sotto di sé, e portò il reticolo non dove il bersaglio era, ma dove sarebbe stato.
La seconda raffica gli camminò addosso.
Prima i motori: una fioritura di scintille, la scia che si spezzava. Poi, colpo dopo colpo, lo scafo si aprì e la nave della Shattered Blade andò in pezzi a metà della propria corsa, ruotando lentamente, spegnendosi molto prima di arrivare a distanza di lancio dalla Tranquility.
Sul canale passò un grido soffocato, poi una risata.
Storm lasciò uscire l'aria.
«Correzione laterale completata.»
Rosma attese un istante.
«Tempestivo.»
Pronunciata da lui, era quasi una celebrazione.
Poi arrivò la voce di Galimar, e non parlava della torretta.
«L'infermeria riferisce che Mista si è alzato per sentire le raffiche.»
«Ditegli che la compensazione era al cento per cento.»
Dal canale dell'infermeria, debole ma inconfondibile:
«Novantotto.»
Questa volta rise anche la plancia.
La torretta di prua non era più vuota.
Non tutto, però, andò come quella raffica.
Nell'ora che seguì la scorta si consumò: i tre caccia usciti dal ventre della Mist rimasero là fuori, uno dopo l'altro. Gli uomini tornarono a bordo — Mando in tuta, agganciato a un cavo di recupero; Sigm4 imprecando per tutta la traversata; Harlock III senza dire niente, che chiese soltanto dove servisse. Lo misero a una torretta della Redeemer, e lì rimase.
I gusci vuoti li raccolse Panzer8. Non commentò.
Nell'hangar della Mist restavano due caccia di riserva. Due, per tutto quello che mancava ancora da fare.
Il varco
L'ultima batteria anti-capitale morì sotto i cannoni del Perseus, e il corridoio si aprì.
La Mist avanzò finalmente accanto alla Tranquility, coprendola col proprio fianco, e le due Idris rimasero l'una accanto all'altra come due promesse che si sorvegliano a vicenda. Poi caddero anche i relè di potenza, uno dopo l'altro — e lungo il fianco dell'asteroide le porte dei tunnel di servizio si aprirono su una gola di metallo dove l'errore si misurava in metri.
Ma i tunnel non erano soltanto stretti.
Dentro, le scariche di distorsione mordevano qualunque scafo li attraversasse: una nave poteva reggerle per una manciata di secondi, non di più. Chi entrava doveva distruggere le unità di raffreddamento — corazzate contro qualsiasi arma balistica — e uscirne prima che il tunnel gli spegnesse la nave attorno. Non serviva coraggio. Serviva un tempismo che non perdonava niente a nessuno.
Sul canale della squadra d'assalto, intanto, si fece l'appello di chi sarebbe sceso.
Non erano nello stesso posto. Alcuni risposero dal Perseus, già in tuta davanti alla camera di equilibrio. Altri dalla cabina di un caccia, con il respiro corto di chi sta ancora virando.
«Harlock.»
«Mando.»
«Marte.»
«Marticos.»
«Samuel.»
Voci diverse, navi diverse, nessun grado dichiarato. Sarebbero entrati quando la strada verso il nucleo fosse stata aperta: fucili, gravità incerta e un pilota da riportare a casa.
Mancavano due nomi in fondo alla lista, e nessuno li chiamò.
Rosma e Rogharh avrebbero risposto dopo — se fossero usciti dal tunnel.
Il Diario, quella notte, avrebbe conservato ogni nome dell'appello. Perché è così che i Lupi contano, da sempre: non quanti sono.
Chi ha risposto.
Rosma lasciò il Perseus al proprio secondo con un passaggio di consegne lungo quanto una frase. Prima di sigillare il casco si fermò accanto a uno della squadra e controllò di persona la tenuta di un'armatura che il sistema aveva già dichiarato integra. Il proprietario dell'armatura si accorse soltanto allora di chi fosse.
Rosma non aspettava gesti solenni da nessuno. Non ne offriva.
Poi fece la cosa che nessuno si aspettava.
Il Perseus non ha hangar: là dentro il cambio si fa nel vuoto. Rosma passò dalla camera di equilibrio e uscì, e per una ventina di secondi non fu altro che un uomo sospeso tra due scafi che volavano affiancati, con la stazione che sparava sullo sfondo.
Il caccia era in formazione a fianco del Perseus, e aveva già il suo pilota dentro.
Rosma chiese la cabina.
Non era una questione di grado: la Lama dello Scudo non toglie una nave a nessuno per grado. Era una questione di conti. In quella gola si entrava una volta sola, e di tutti quelli che erano in formazione quella notte nessuno aveva attraversato passaggi stretti quanti ne aveva attraversati lui.
Il pilota lo capì prima che glielo spiegasse. Aprì la calotta, uscì nel vuoto e si scambiarono il posto là fuori, senza una parola e senza un appiglio che non fossero le mani dell'altro.
Per il resto della notte avrebbe raccontato a chiunque che il suo caccia era entrato nel tunnel senza di lui.
Poco più avanti, in formazione, la Redeemer chiudeva i portelli. Alla guida Rogharh — e per capire perché toccasse a lui bastava guardarlo studiare il varco: lo osservava come si studia una persona, cercando dove respirava, dove mentiva, dove avrebbe ceduto. Alle torrette Harlock III e IronEddy91.
Energia, su entrambe le navi. Contro le unità di raffreddamento le balistiche erano ferro sprecato.
«Rogharh», disse Rosma sul canale. «Con me.»
Nessun discorso. La Lama dello Scudo entrava nei tunnel con la propria gente, perché aveva osservato l'impianto, riconosciuto il momento, e sapeva dove doveva trovarsi.
Le due navi si allinearono al varco e per un istante rimasero immobili — un respiro, quello di Rogharh — davanti alla gola che divorava gli scafi.
Poi varcarono la soglia.
Da qualche parte, oltre quel buio, c'era Gabe Windell. Non era un Lupo.
Nessuno, sul canale, lo aveva fatto notare.
Il contatto
Sulla plancia della Mist, Galimar guardava due schermi.
Sul primo, il caccia di Rosma e la Redeemer di Rogharh sparivano dentro la stazione, e i due segnali si riducevano a un battito intermittente tra le interferenze. Sul secondo, la Tranquility respirava al riparo del fianco della Mist, mentre la battaglia intorno si spegneva a chiazze.
Ma Galimar continuava a tornare su un terzo pensiero, e il pensiero aveva la forma delle batterie che il Perseus aveva appena distrutto.
Nessun essere umano le aveva costruite. La Shattered Blade le aveva soltanto montate, come si monta un'arma trovata — o ricevuta. E le armi di quella forma, Galimar le aveva già viste: una volta, a Pyro, in una notte che il Diario ricordava con trentasette nomi.
Fu sul lungo raggio che apparve il terzo segnale.
Oltre il campo di asteroidi, ai limiti della portata dei sensori: una massa troppo grande, dentro una formazione troppo ordinata per appartenere a dei pirati. Rimase visibile tre secondi.
Poi il buio se la riprese.
Galimar rimase a guardare il punto vuoto dove era stata. Sapeva che certe cose, quando si mostrano per tre secondi, lo fanno apposta.
Non lo disse a nessuno. Non ancora.
Annotò l'ora, e tenne la Mist esattamente dove serviva.
Il Diario, quella notte, era ancora chiuso nella sala della Tavola, tra i cinque seggi dell'Artiglio.
La storia aveva già cominciato a scriversi da sola.
Un pilota ha chiamato nel buio. Non era uno di noi. Abbiamo risposto lo stesso. È così che il Branco è sempre cresciuto: qualcuno chiama, qualcuno risponde — e un posto vuoto smette di esserlo.
Hai appena letto l'inizio della fine
Dentro la gola, il tunnel divora gli scafi in pochi secondi e le unità di raffreddamento non cadono sotto il ferro. Fuori, ai limiti dei sensori, qualcosa ha guardato la battaglia per tre secondi — e se n'è andato.
Questa non è la prima pagina: è l'inizio dell'ultima. Il Libro III racconta la strada che ha portato i Lupi fin qui, e come quel giorno, a Nyx, è andato a finire.
