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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo VIII — Il banco

La Forgia risponde alla prima chiamata e chiude il canale, e Galimar ci mette due anni a capire perché: non sono prigionieri, sono sistemati. Da generazioni lavorano alla cosa più grande mai tentata dall'umanità — e non si finirà mai. Poi arriva uno con un rottame e chiede una casa.

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Rispose alla prima chiamata, e chiuse il canale

Con la Forgia successe la cosa più veloce e la cosa più lunga di tutta la storia.

Galimar arrivò, si mise dove si vedeva bene, aprì il canale e disse la riga.

Gli rispose subito una voce giovane, che completò la frase senza sbagliare una parola — così in fretta che si capiva benissimo che dall'altra parte c'era gente a cui quell'elenco lo avevano fatto ripetere da bambina.

Poi il canale si chiuse.

Rimase fermo altri sei giorni. Non successe più niente: nessuna risposta, nessun contatto, nessuno che uscisse a guardare. Il traffico del cantiere continuò esattamente come prima, turno dopo turno, come se là fuori non ci fosse nessuno.

Ci mise quasi due anni a capire perché.

E quando capì, gli sembrò talmente ovvio da vergognarsi di averci messo tanto.

L'unico posto dove un costruttore poteva campare

Che cosa era diventata la Forgia

Quando Ingvar smontò il Branco, alla Forgia toccò la scelta più semplice e la trappola più profonda.

Sotto un regime che ti dà la caccia, uno che sa costruire ha un vantaggio enorme: serve. Serve sempre, serve a tutti, e nessuno si mette a indagare sul passato di una squadra che consegna nei tempi.

Così si infilarono nei cantieri.

Non in uno solo, e non tutti insieme: qua e là, per famiglie, prendendo lavoro dove il lavoro c'era. Passarono le generazioni e i cantieri diventarono il posto in cui nascevano, imparavano il mestiere, si sposavano, invecchiavano.

È il camuffamento più efficace dei quattro. È anche l'unico da cui, dopo, non si esce.

Perché l'Avanguardia poteva smettere di vendere quello che vedeva. Il Sostegno poteva smettere di arrivare tardi. Lo Scudo poteva rifiutare un contratto e prenderne un altro.

Un cantiere no. Un cantiere non è un lavoro: è dove abiti. È la casa che ti affitta l'azienda, la scuola dei tuoi figli, l'anzianità che hai accumulato in trent'anni e che non vale niente da nessun'altra parte, il debito che hai acceso per comprarti la casa aziendale.

Non erano prigionieri.

Erano sistemati, che è peggio, perché una prigione la puoi odiare.

La cosa più grande mai tentata

Chronos

E poi c'era l'opera.

Un secolo prima, l'Impero aveva annunciato la cosa più ambiziosa che l'umanità avesse mai messo in cantiere: costruire un pianeta. Non terraformarne uno — costruirlo. Un mondo artificiale, il primo, in un sistema scelto apposta.

Lo chiamarono Progetto Archangel, e tutti lo chiamano Synthworld.

Sulle carte stellari compare da decenni con un nome che è già un pianeta, come se ci fosse davvero. Non c'è. C'è un cantiere grande quanto un mondo, che quel mondo lo sta diventando da più tempo di quanto duri una vita umana.

Dentro quel cantiere, e in tutti quelli che gli girano intorno, c'era la Forgia.

Bisogna capirlo bene, perché non era una condanna: era la cosa più bella che potesse capitare a gente come loro. Per generazioni si sono alzati la mattina sapendo di lavorare all'opera più grande della storia umana. Hanno insegnato ai figli mestieri che non esistono da nessun'altra parte. Ci sono famiglie della Forgia in cui il nonno ha lavorato a una struttura che il nipote sta ancora finendo.

Poi, com'era prevedibile, il tempo ha fatto il suo mestiere.

L'uomo che aveva voluto quell'opera morì. Chi venne dopo la portò avanti con risultati modesti, i costi diventarono un argomento politico, la trasparenza dei conti anche, e il grande progetto continuò per inerzia — che è il modo in cui muoiono le cose troppo grandi per essere fermate e troppo lente per essere finite.

Galimar arrivò lì in quegli anni.

Trovò la migliore concentrazione di costruttori dell'Impero, impegnata da generazioni su una cosa che non si sarebbe finita mai, e con la sensazione — mai detta ad alta voce, perché dirla ad alta voce sarebbe stato insopportabile — che tutto quel lavoro non stesse diventando niente.

Chi paga

Quello che non hanno mai chiesto

C'è un'altra cosa, e la Forgia l'ha scoperta molto più tardi, quando ormai erano tutti a bordo.

Un'opera del genere costa più di quanto un impero possa permettersi. I soldi l'Impero se li procurò nel modo più semplice: vendendo dei pianeti.

Mise in vendita i mondi di un sistema intero, li offrì in silenzio alle grandi corporazioni, e con quella cifra fece partire i lavori.

Quel sistema era Stanton.

La gente che ci abitava non era compresa nella vendita, formalmente, ed è per questo che nessuno la cacciò: si limitarono a cambiare le regole, un anno alla volta, finché non se ne andò da sola. E ai cancelli, per anni, in tenuta pulita e con la voce calma, ci stava lo Scudo.

Due divisioni dello stesso Branco, ai due capi della stessa compravendita, senza sapere l'una dell'altra.

È questa la vergogna della Forgia, e non è di quelle che si vedono: non hanno costruito niente di male. Hanno soltanto passato duecentocinquant'anni a chiedere che cosa bisognava costruire, e mai chi lo pagava.

Quando ci arrivarono — molti anni dopo, a bordo, in una discussione notturna fra un uomo dello Scudo e uno della Forgia che stavano confrontando due date — nessuno dei due riuscì a dire niente per un pezzo.

Poi la misero nel Diario, tutta, e non tolsero niente.

Sono queste le pagine che la gente salta, quando legge un libro del genere. È un peccato, perché sono quelle che spiegano perché il Branco fa le cose come le fa.

L'unica volta in cui quella parola non costò niente

Il rottame

Perché nel frattempo era successa una cosa, ed era successa per colpa di una promessa.

Il Sostegno aveva posto una condizione sola: il legno resta in infermeria fino al giorno in cui c'è un posto dove rimetterlo. Galimar aveva detto di sì senza pensarci, e ci mise un anno a capire che quella era la vera domanda, e che in mille anni nessuno se l'era mai posta sul serio.

Un posto.

I Lupi avevano avuto valli, campi, stive, tende e sale prese in prestito. Non avevano mai avuto una casa — e nel momento in cui uno se la costruisce, la casa ha un indirizzo. Un indirizzo è esattamente la cosa che nel 2703 aveva ammazzato centinaia di persone.

E poi c'era il problema pratico, che era peggio. Lo Scudo non poteva spostarsi, perché la gente contava sul fatto che loro stessero in un punto preciso. Il Sostegno andava dove capitava la disgrazia. La Forgia aveva le case. Metterli tutti nello stesso posto significava chiedere a tre comunità su quattro di smettere di essere quello che erano.

Serviva una casa che non stesse ferma.

La trovò facendo il proprio lavoro, che è l'unico modo in cui gli sia mai capitato di trovare qualcosa.

Era un Idris dismesso, parcheggiato in un'orbita di rimessaggio da una società fallita trent'anni prima. Mezzo spogliato, buio, con l'aria che hanno le cose grandi quando non le rivendica nessuno.

Restò lì sei giorni con il canale aperto.

Non c'era nessuno, e si vedeva benissimo che non ci fosse nessuno. Ma dopo quello che era successo Galimar non scriveva più quella parola senza aspettare prima, e non fece un'eccezione per un pezzo di metallo.

Al sesto giorno non aveva risposto nessuno.

Scrisse abbandonata, e fu l'unica volta in tutta la sua vita in cui quella parola non costò niente a nessuno.

Poi fece la cosa che ancora adesso, quando la racconta, mette a disagio chi lo ascolta: usò la procedura. La stessa. Rivendicazione di un bene abbandonato, titoli in regola, acquisto a peso di rottame. Ci mise dentro tutto quello che aveva.

Runa gli chiese se non gli desse fastidio.

«Sì», disse lui.

Non aggiunse altro, e la comprò lo stesso.

Non la scelse perché era una nave da guerra. La scelse perché era l'unica cosa abbastanza grande da ospitare una comunità intera e abbastanza corazzata da sopravvivere al giorno in cui qualcuno l'avesse trovata.

E perché una nave, a differenza di una valle, non ha un indirizzo.

Quello che gli mancava, adesso, era qualcuno capace di trasformare un relitto in una casa. E quella era gente che stava tutta nello stesso posto.

«E con che soldi?»

Due giorni al bancone

Nei due anni in cui non capiva, Galimar tornò tre volte.

La terza non chiamò nemmeno. Attraccò come un fornitore qualunque, andò al bar dello scalo dove i turni si davano il cambio, ordinò qualcosa e restò seduto lì.

Due giorni.

Fu un capoturno a sedersi davanti a lui. Si chiamava Kito First, aveva le mani di chi lavora e la faccia di chi non dorme, e non fece nessun preambolo.

«Sappiamo chi sei. Sappiamo la frase. Non abbiamo bisogno di sentircela ripetere.» Appoggiò i gomiti sul bancone. «E allora? Molliamo tutto e veniamo a fare i lupi con te? Qui dentro ci sono delle famiglie. Dove le porto?»

«Da nessuna parte», disse Galimar.

Kito lo guardò.

«Non vi chiedo di venire via. Vi chiedo di costruire una cosa.»

«Che cosa?»

«Una casa. Non ne abbiamo mai avuta una. Mille anni, e mai una: valli, campi, stive, tende, sale prese in prestito.»

«Una casa dove?»

«Una casa che si sposta.»

Kito lo guardò come si guarda uno che ha appena detto una cosa molto costosa.

«E con che soldi?»

«Non ce ne sono», disse Galimar. «Quelli che avevo li ho già spesi. Sono tutti dentro un rottame parcheggiato in un'orbita di rimessaggio.»

Lo disse senza cercare l'effetto, perché era semplicemente vero — e perché quel rottame era l'unica cosa che avesse da offrire a qualcuno.

«Quindi sei venuto a chiedermi di lavorare gratis.»

«Sono venuto a chiedervi se vi va di costruirvi una casa.»

Kito rimase zitto per un pezzo, e non era la pausa di uno che sta per dire di no. Era quella di uno che sta facendo un conto.

«Fammi vedere che scafo hai.»

Era il peggior scafo che si potesse trovare: una nave da guerra vecchia, dismessa, comprata a peso, con mezzo ponte da rifare. L'aveva scelta apposta.

Kito ci girò intorno per tre ore senza dire niente.

Poi disse una frase sola, che sulla Mist ripetono ancora adesso quando qualcosa sembra impossibile.

«Allora è meglio cominciare.»

Anni dopo, a chi gli chiedeva perché avesse detto di sì, ha sempre risposto la stessa cosa, e non parlava del Patto né delle valchirie.

«Perché era una cosa che si poteva finire.»

Nessuno viene convinto

Chi viene e chi resta

immagine in arrivoInterno di una stiva in ricostruzione, di notte: lamiere nuove accanto a lamiere annerite, ponteggi, cavi ovunque, lampade da lavoro appese. Una manciata di operai in tuta sporca sta lavorando senza fretta, con l'aria di chi ha già fatto il proprio turno altrove e adesso è qui per scelta. Su una cassa, un thermos e dei panini. Nessuna divisa uguale a un'altra. In un angolo, portato lì da poco e fuori posto, un vecchio banco da officina fasciato di lamiera, il piano pieno di colpi fuori misura. Sullo sfondo, la curva enorme dello scafo che si perde nel buio.

Kito non poteva decidere per gli altri, e non ci provò.

Ci mise dei mesi a farsi rispondere da tutti, uno per uno, e in quei mesi Galimar non parlò con nessuno di loro. È una regola vecchia quanto il Branco, e la ragione sta in fondo al libro: un esercito lo si arruola, un fratello no. Nessuno viene convinto.

Non vennero tutti.

Quelli che restarono avevano ragioni buone, e le dissero. Un debito che finiva fra vent'anni. Una madre che non si poteva spostare. Una figlia all'ultimo anno di scuola. Una moglie che aveva detto di no e aveva tutto il diritto di dirlo. E qualcuno aveva semplicemente paura, e lo disse proprio con quella parola, che è la cosa più onesta che si possa fare.

Nessuno di loro fu trattato male e nessuno fu cancellato da niente.

E poi successe la cosa che non aveva previsto nessuno.

Quasi tutti quelli che erano rimasti si misero a costruire un pezzo.

Lo facevano nei turni di riposo, come gli altri, e poi il pezzo partiva su un trasporto qualunque. Una paratia. Una serie di condotti. Un uomo che stava in quel cantiere da tutta la vita, e che alla moglie sepolta lì aveva promesso di non muoversi, fece da solo l'intero impianto di riscaldamento della zona abitativa.

Non ha mai visto la nave finita.

Ma quando sulla Mist fa freddo e qualcuno bestemmia contro i radiatori, c'è sempre qualcuno più vecchio che dice il suo nome.

Non ci fu nessuna fuga notturna e non si licenziò nessuno di colpo. Cominciarono nei turni di riposo, poi qualcuno prese ferie non pagate, poi qualcuno non rinnovò. Ci vollero anni.

Alla fine la Forgia era a bordo, con gli attrezzi e con il banco. I vecchi restarono al cantiere, e le famiglie con loro — perché una casa che si sposta, finché non è finita, non è ancora una casa.

Quello su cui imparano tutti

Il banco

La loro sezione della Tavola Galimar la vide il primo giorno, in officina, e come al solito non disse niente.

Delle quattro è l'unica che non è di solo legno: è tenuta insieme da giunture di metallo, fuse mille anni fa da un uomo che aveva passato ventidue giorni di consiglio a decidere se dedicare il proprio metallo ai condotti dei quartieri bassi o alla Tavola.

Aveva fatto tutti e due, e nell'ordine giusto: prima i condotti.

La Forgia se n'è servita nell'unico modo che le somigli.

È il banco degli apprendisti.

È lì che ogni ragazzino della Forgia, da generazioni, ha battuto il primo pezzo storto della propria vita. Ci hanno imparato sopra i nonni dei nonni. È segnato, bruciacchiato, pieno di colpi fuori misura dati da mani di dodici anni, e ogni tanto qualcuno lo rimette a posto perché un banco si mantiene.

Nessuno di loro sapeva bene che cosa fosse. Sapevano che quello non si butta e non si vende, e che quando arriva un ragazzino nuovo si lavora lì.

È la cosa più antica che i Lupi possiedano, e per duecentocinquant'anni l'hanno data in mano ai principianti.

A bordo la portò Kito, quando la Forgia si spostò, dentro una cassa da attrezzi, e la mise in officina prima ancora che ci fosse un'officina.

Poi disse l'unica cosa che aveva da dire sull'argomento.

«Finché serve, si lavora qui sopra. Quando c'è la stanza, si smonta e si porta di là.»

Mi hanno chiesto mille volte perché ho detto di sì a uno che non aveva una lira e mezza nave. Non è stato il discorso, che non l'ha fatto, e non è stato il libro, che io non l'ho nemmeno visto. È che avevo passato la vita su una cosa che non finisce, e quello lì è arrivato con un rottame e mi ha chiesto una casa. Una casa la finisci. Ci entri dentro e ci dormi.

Kito First · Forgia
La prossima cosa

Quattro assi, quattro posti diversi

Nessuna delle quattro era appesa a una parete e nessuna somigliava a una reliquia. Erano dentro quattro oggetti che qualcuno usava tutti i giorni — e per tirarle fuori bisognava distruggerli.

Nessuna si era mossa in duecentocinquant'anni, e nessuna si sarebbe mossa prima che ci fosse un posto dove stare.

Capitolo IX — La Tavola