Branco · LIVE
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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo X — L'Artiglio

«Domani lo Scudo ha un contratto firmato, e a mezzo sistema di distanza qualcuno chiama. Chi decide?» Galimar risponde che non lo sa. Ci arrivano loro, prima dell'alba, scoprendo che per dieci generazioni ognuno dei quattro si era fermato sempre nello stesso punto.

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«E se lo Scudo ha un contratto?»

Conviene dire in che stato era quella stanza, perché la domanda che arrivò dopo non era diffidente.

Avevano appena visto quindici segni tornare interi su un pezzo di legno che nessuno di loro sapeva di possedere. Nessuno stava decidendo se entrare: erano dentro da prima di saperlo, ognuno per conto proprio, per tutta la vita.

Volevano soltanto sapere come funzionava — e in mezzo a loro c'era un uomo che quel libro ce l'aveva in mano da undici anni senza aver mai avuto nessuno a cui raccontarlo.

La prima domanda la fece una capoturno della Forgia, e la fece senza alzarsi.

«Domani lo Scudo ha un contratto firmato. Deve stare fermo dov'è, perché se si sposta della gente ci rimette. E a mezzo sistema di distanza qualcuno chiama.»

Aspettò.

«Chi decide?»

Galimar ci pensò, e poi fece la cosa che nessuno si aspetta da uno che ha convocato una riunione.

«Adesso non lo so.»

Poi aprì il libro e cercò indietro, fino alle pagine che vengono prima della cronaca.

«Ti leggo una riga. Alla tua domanda ti rispondo prima dell'alba.»

«Quella riga lì l'ho pagata»

L'esca

«Chi chiama nel buio riceve risposta. Non si chiede prima chi è.»

Chiuse il libro su un dito.

Si alzò un uomo dello Scudo che di cancelli ne aveva fatti vent'anni, e che quella decisione lì l'aveva presa più volte nella vita vera.

«Questa la conosco», disse.

«Lo so.»

«No, non lo sai.» Non lo disse con rabbia, e non lo disse per commuovere nessuno: lo disse come si dice un precedente. «Io quella riga lì l'ho pagata. Ho mandato fuori una squadra su una chiamata che non avevo verificato. Ne sono partiti sei e me ne sono tornati due.»

Nella stanza non si mosse nessuno.

«Non ti sto chiedendo di cambiarla», disse. «Ti chiedo una cosa sola. Quello che l'ha scritta, quella riga — aveva mai pagato?»

Galimar riaprì il libro, andò avanti di parecchie pagine e glielo girò.

«Leggi.»

Quello si avvicinò, lesse per un pezzo, e mentre leggeva nella stanza non parlò nessuno.

«Qui era un'esca», disse alla fine.

«Vai avanti.»

Andò avanti. Ci mise un po'.

«Ci sono i nomi.»

«Ci sono sempre i nomi.»

«E dopo cosa hanno cambiato?»

«Niente. Ci hanno pensato: c'è pure quello, più avanti, con i nomi di chi lo proponeva.»

«Perché no?»

«Perché il giorno che chiedi chi è prima di rispondere non sei più uno che risponde», disse Galimar. «Sei uno che risponde a certa gente. Da lì a decidere quale gente ci passano due generazioni, e nessuno se ne accorge mentre succede.»

L'uomo dello Scudo restò con la mano sulla pagina più a lungo del necessario.

Poi chiese se poteva tenerlo un momento, il libro. Galimar glielo lasciò.

Se lo tenne sulle ginocchia per un pezzo senza leggere niente, nel modo in cui si tiene in mano una cosa di cui si è appena scoperto di fare parte.

«Non sono l'unico», disse alla fine.

«No.»

«Va bene.»

La riga che non gliel'aveva insegnata lui

Con quello che è tuo

Fu un vecchio della Forgia a riportare fuori l'uomo dei sei ostaggi.

«Un momento», disse. «Quello del 2703, allora, aveva ragione lui.»

Si girarono tutti.

«Ha fatto esattamente quello che hai appena letto. Ha risposto senza chiedere chi era, ed è tornato indietro per sei che conosceva. Se la regola è quella, quello lì è il migliore di tutti noi.»

Galimar lo lasciò finire, e la stanza restò zitta perché il vecchio non aveva torto.

Poi Yrsa disse la riga prima che Galimar la leggesse.

«Con quello che è tuo.»

Galimar la guardò.

«Come, scusa?»

«Ci torni con quello che è tuo», ripeté lei. «La tua nave, il tuo turno, la tua pelle. Da noi si dice così da sempre e nessuno sa perché.» Alzò il mento verso il libro. «È scritto lì sotto, vero?»

Galimar abbassò gli occhi sulla pagina.

«E si paga di tasca propria.»

Lo lesse a voce alta, ma ormai era tardi: quella riga, in quella stanza, non l'aveva insegnata lui.

«Quello lì è tornato indietro per sei», disse Yrsa al vecchio della Forgia, senza cattiveria. «Pagando con i nomi di gente che non aveva mai visto. Non ha salvato nessuno: ha scelto chi moriva. È una cosa diversa e ha un altro nome.»

Il vecchio ci pensò su e annuì.

La domanda di Rosma

«Chi l'ha scritta?»

La fece Rosma, e la fece nel modo in cui le fa lui: senza preamboli e guardando altrove.

«Quella frase lì.» Non specificò quale, e non ce n'era bisogno. «Quella che so da quando ho sei anni. Chi l'ha scritta, e perché proprio quella?»

Galimar tornò all'inizio del libro, dove parla il dio.

Wotan tiene in mano una scheggia staccata dalla radice dell'Albero, ci incide sopra un segno con la punta della lancia, e deve decidere a chi affidarla.

Scarta i re, perché i re confondono la custodia con il possesso.

Scarta gli eserciti, perché ogni esercito finisce per desiderare un nemico anche quando non ce n'è più.

Poi arriva alla terza, e Galimar rallentò.

«Il sangue può generare eredi, non fratelli.»

Si alzò più di una testa.

«E allora a chi la dà?»

«A quelli che sapranno riconoscersi.»

«E come fanno?»

Galimar non rispose. Guardò la stanza e aspettò.

Nel giro di tre secondi la disse qualcun altro, e poi la dissero in venti insieme, e alla fine la stavano dicendo tutti — quattro comunità che non si erano mai viste, con lo stesso identico ritmo, perché era l'unica frase che ognuno di loro sapesse da quando aveva sei anni.

«Quando uno di loro chiamerà nel buio, gli altri risponderanno.»

Ci fu una pausa lunga, e si vedeva la gente rifare il conto all'indietro.

«Non è una parola d'ordine», disse Rosma. «È un esame.»

«È l'unico che abbiamo mai avuto.»

Kito First, dal fondo, si mise a ridere da solo.

«Ah. Ecco perché in quei quattro mesi non hai parlato con nessuno dei miei.»

«Se ti avessi convinto non ti saresti riconosciuto», disse Galimar. «Mi avresti dato ragione. Dura molto meno.»

«Dura fino al primo stipendio», disse Kito, che di gente ne aveva vista andare e venire.

I due segni che suo padre non gli spiegò

«E quelli che vengono dopo?»

Kito First non aveva ancora finito.

«Ne ho una anch'io, e non è una domanda per stanotte.»

Si appoggiò sulle ginocchia.

«Mio padre mi ha insegnato a battere due segni sui pezzi fatti bene. Non mi ha spiegato niente, e credo che non lo sapesse. Gliel'aveva insegnato suo padre uguale, e prima ancora uguale.» Accennò al pannello appeso alla paratia. «Stanotte ho scoperto che erano due su quindici. Va bene. Ma quelli che vengono dopo di noi, come fanno a saperlo?»

Era la domanda di uno che di mestiere fa cose destinate a durare più di lui.

«Perché da stanotte torna a essere scritto», disse Galimar. «È l'unico motivo per cui quel libro esiste. Non è un elenco di nomi: è il posto dove sta che cosa vuol dire ogni segno, e perché le funzioni sono quattro, e perché nessuna comanda le altre. Duecentocinquant'anni fa qualcuno ha smesso di poterlo scrivere, e voi vi siete tenuti la parte che si può imparare a memoria: gli elenchi, le frasi che fanno rima e i nomi degli dèi.»

«E il resto?»

«Il resto lo avete perso. Non ve ne siete nemmeno accorti.»

Kito annuì piano.

«E uno che viene dopo e lo legge tutto», chiese, «è dei nostri perché lo ha letto?»

«No.»

«Ecco.» Kito si appoggiò indietro. «Volevo sentirtelo dire.»

«Il libro serve perché fra cent'anni uno sappia che cosa sta battendo sul metallo», disse Galimar. «Non serve a dirgli che è dei nostri. Quello lo decide lui, la prima volta che sente qualcuno chiamare — e nessuno di noi sarà lì a guardare.»

«Va bene», disse Kito First, che è il modo in cui firma lui.

Ravna Mayer, e undici anni di rapporti falsi

«E quello che ho fatto io?»

Ravna Mayer aveva ascoltato tutta la notte senza dire una parola, che è quello che fa da sempre.

«Ne ho una anch'io», disse. «Corta.»

Si girarono.

«Quello che ho fatto io, lì dentro, come ci va scritto?»

«Come l'hai fatto.»

«E cioè che ho scritto il falso ogni mese per undici anni.»

«Sì.»

«E che l'ho fatto sapendo che se mi beccavano finivano dentro tutti quanti, compresi quelli che non ne sapevano niente.»

«Anche quello.»

Ravna annuì piano, e sembrò più tranquillo di prima.

«Bene.»

Galimar aprì il libro a metà, a caso, e glielo passò. Poi un'altra pagina, e un'altra ancora.

Ci sono dentro le volte in cui il Branco è arrivato tardi. Quelle in cui ha scelto male. Quelle in cui qualcuno ha fatto la cosa giusta per il motivo sbagliato, e c'è scritto pure quello.

«Un libro così, se lo prende qualcuno...» disse la capoturno della Forgia.

«Ci ha quasi cancellati dalla faccia dell'universo una volta sola, e ci è bastata.»

«E allora perché lo tenete?»

Galimar chiuse il libro.

«Perché un branco che si racconta soltanto le vittorie, dopo tre generazioni, comincia a credere di non aver mai sbagliato.» Guardò il pannello. «E uno che crede di non aver mai sbagliato non torna indietro a controllare.»

Fu Yrsa a chiedere la cosa che nessun altro aveva pensato di chiedere.

«Su di noi, lì dentro, cosa c'è scritto?»

«Quello che avete fatto.»

«E se è sbagliato?»

«Vieni e lo correggi.»

«E se non sono d'accordo?»

«Scrivi accanto perché.» Galimar aprì il libro su una pagina dove, effettivamente, in margine correva una grafia diversa e più stretta. «Accanto, non al posto. Restano tutte e due, e chi legge decide da solo.»

«E uno che non è dei nostri?»

«Uguale.» Chiuse il libro. «Anzi, quello prima degli altri: su di noi possiamo sempre litigare a voce. Loro no.»

Fu Rosma a fare l'ultima, e la fece corta come le fa lui.

«Una Lama quanto dura?»

«Il tempo che si dice prima. E poi restituisce.»

«Anche se sta andando bene?»

«Soprattutto se sta andando bene. È quando va bene che a nessuno viene in mente di far scadere niente.» Girò qualche pagina e lesse i nomi di quelli che se l'erano tenuto oltre: sono pochi, e di due di loro c'è scritto accanto che avevano ragione. «Averla avuta, la ragione, non è una proroga.»

Poi lesse l'ultima riga di quella pagina, che è di una donna morta mille anni prima e che nel Diario compare due volte, perché lo avevano scritto anche sulla prima pagina di un volume che poi lei non riempì mai.

«Non chiudete il Diario. Ma non costringete ogni vita a diventare una pagina.»

«Quelli lì cosa sono?»

I sette sui tagli

immagine in arrivoPrimissimo piano radente sulla linea di contatto fra due assi di legno molto antico, scuro, accostate: sul taglio corre un segno inciso profondo che sta per metà su un'asse e per metà su quella accanto, e si legge come un segno solo soltanto perché le due si toccano. Attorno, il legno è pieno di piccole tacche e imperfezioni. Luce bassa e laterale, polvere sospesa. Nessuna persona.

«E quelli sui tagli?»

Le otto sulle facce le avevano già riconosciute un'ora prima, con quel misto di risate e di imbarazzo che viene quando scopri il perché di una cosa che fai da sempre. Queste no: erano sette segni che in quella stanza non aveva mai visto nessuno.

«Quelle e queste non sono la stessa cosa», disse Galimar, «e conviene chiarirlo adesso, prima che qualcuno cominci a darle a qualcuno.»

Lo disse in poche frasi, e da quella notte i Lupi non le hanno più dette in altro modo.

Le otto sulle facce non si consegnano a nessuno. Sono i segni delle quattro funzioni: dicono che cosa fai e da dove vieni, e le porta chiunque stia in quella divisione dal primo giorno, che sia il migliore o che sia una frana. Uno del Sostegno il Fardello non se lo guadagna. Lo è.

Le sette sui tagli sono un'altra cosa. Non stanno su nessuna divisione perché non appartengono a nessuna, e nessuno ce le ha addosso per nascita, per mestiere o per anzianità. Quelle si danno. Una per volta, a una persona, per una cosa che ha fatto — e chi la consegna deve dire ad alta voce quale cosa.

«Quelle di sopra dicono chi siete», disse. «Queste dicono che cosa avete fatto.» Guardò la stanza. «Non mescolatele mai. Il giorno che una divisione comincia a distribuire le proprie ai propri, quelle non valgono più niente — e queste nemmeno.»

Poi lesse.

Il primo è il più antico che abbiano, ed è inciso sul primo scudo del Branco. Non lo davano a chi vinceva. Lo davano a chi restava sulla soglia quando gli altri scappavano.

«Coraggio.»

Dal fondo, una del Sostegno si mise a piangere senza fare rumore, e ci volle un attimo perché gli altri capissero che stava pensando a una notte di due secoli prima, sopra un pianeta che stava cadendo, e a una nave rientrata in atmosfera una volta di troppo.

Il secondo, nel disegno, è un nodo che non si scioglie. Si dà a chi c'è sempre e non lo dice a nessuno, e sta scritto che è la più facile da non vedere, perché chi la merita non fa rumore.

«Dedizione.»

Mezza stanza si girò verso Ravna Mayer.

Ravna guardò per terra e non disse niente, il che è esattamente il motivo.

Il terzo Galimar non fece in tempo a leggerlo.

«Quello è di tasca propria», disse il vecchio della Forgia. «Vero?»

«Onore. Sì.»

«Fedeltà», lesse. E lesse la precisazione che c'è sotto, quella che a nessun comandante è mai piaciuta: si è fedeli al Branco, non a chi lo guida — e se i due si separano, la fedeltà resta al Branco.

L'uomo dello Scudo alzò la testa.

«Quindi posso disobbedire.»

«Puoi.» Galimar non alzò gli occhi dalla pagina. «E rispondi di quello che succede dopo. Come me.»

Sul quinto litigarono per un'ora.

Nel libro c'è Compimento, e sotto: si dà a chi porta a termine. Punto. Poi, una riga più giù, in una grafia diversa e molto più tarda, qualcuno ha aggiunto: anche a chi si ferma in tempo.

Due righe che si contraddicono, a distanza di secoli.

Mezza stanza disse che la seconda era l'aggiunta di uno che voleva giustificarsi. L'altra metà disse che era la più intelligente delle due, e che chi ha smontato un impianto sbagliato a metà lo sa. Kito First — che di mestiere finisce le cose — si schierò con la seconda, e questo mandò all'aria tutti gli schieramenti.

Alla fine chiesero a Galimar di decidere.

«No.»

«Come no?»

«Restano tutte e due, una sotto l'altra, come stanno adesso.» Girò il libro perché le vedessero. «Chi la consegna dice quale delle due intende, e lo scrive. Così fra cent'anni litigate voi, con più materiale.»

Il sesto fece ridere.

Guida — e nel Diario non vuol dire comandare.

Galimar lesse la riga e si fermò, perché il rilevatore dell'Avanguardia l'aveva già finita per lui.

«Vuol dire che vai avanti e poi torni a dire cosa c'è», disse. «Se non torni non hai guidato niente: hai solo camminato per primo.»

Galimar restò un attimo con gli occhi sulla pagina.

«Quella riga l'ho letta un centinaio di volte», disse. «Così non l'avevo mai capita.»

E l'Avanguardia, per un attimo, si prese l'unico applauso della notte.

«E questa a chi la diamo?»

L'ultima

Poi ne restava una, e Galimar la lesse senza aggiungere niente.

Gloria.

È l'unica di cui, nel Diario, sia scritto che bisogna diffidare. Perché la gloria di un Lupo non è quello che si racconta di lui: è quello che resta dopo che tutti hanno dimenticato come si chiamava.

Si dà a chi ha fatto una cosa che ha retto, e che regge ancora, in un posto dove nessuno sa più chi l'ha fatta.

«E questa a chi la diamo?» chiese la capoturno della Forgia.

Non rispose Galimar. Cominciarono a rispondersi fra loro.

Uno della Forgia disse il nome di un cantiere e di un uomo che aveva promesso a una moglie sepolta lì di non muoversi, e che nei turni di riposo aveva fatto da solo l'impianto che li stava scaldando in quel momento. Non l'avrebbe mai vista finita, quella nave.

Il rilevatore dell'Avanguardia raccontò di una donna che nel 2806 era rimasta seduta tutta la mattina in una stanza dove una commissione raccoglieva nomi, e che quando era arrivato il suo turno si era alzata e se n'era andata senza parlare, per non rifare la lista. Come si chiamasse non lo sa nessuno.

Poi ci fu un silenzio più lungo, e lo ruppe Runa, che in tutta la notte aveva detto pochissimo.

Disse un nome solo.

«Alva.»

Nessuno dei presenti l'aveva mai conosciuta. Senza di lei, quella notte, non ci sarebbe stato nessun libro da leggere.

«È per questo che la temiamo», disse Galimar. «Quasi sempre si consegna a qualcuno che non c'è più.»

«Ditemelo voi»

Il libro sulla mensola

La domanda arrivò da uno che non sarebbe salito.

Era il vecchio dello Scudo — quello che tre anni prima gli aveva detto di no per primo, e che poi aveva sciolto un contratto e mandato via i suoi per sempre. La mattina dopo sarebbe tornato a casa, e a casa non gli restava più niente da fare.

«Ho una domanda sola», disse. «E non è per me.»

Aspettò che la stanza si girasse, perché voleva che la sentissero tutti.

«Noi quella porta l'abbiamo tenuta sui cardini per duecentocinquant'anni. Ci siamo riusciti perché eravamo pochi, chiusi, e perché nessuno di noi aveva mai visto niente di meglio.» Guardò i propri. «Voi domattina partite. Vedrete di tutto. E fra vent'anni qualcuno vi offrirà una cosa buona — buona davvero — e ve la offrirà uno che vi vuole bene.»

Poi guardò Galimar.

«Tu come fai a tenerli insieme?»

«Io non li tengo insieme.»

Nella stanza qualcuno si mosse.

«Se quello che vi tiene insieme sono io, allora quello che avete vale quanto valgo io, e io fra trent'anni sono morto.» Posò il libro sulla mensola, e per la prima volta in tutta la notte non lo aveva in mano. «E se vi tenessi insieme io, il giorno che sbaglio vi porto giù tutti. Non è un'ipotesi. È già successo, e c'è la data.»

«E allora cosa vi tiene insieme?»

Galimar non rispose.

Si voltò verso la stanza e fece la cosa che in undici anni non gli aveva visto fare nessuno: chiese.

«Ditemelo voi.»

Non successe subito. Ci fu quel silenzio imbarazzato che viene quando una domanda sembra una trappola.

Poi si alzò l'uomo dello Scudo dei cancelli.

Non aggiunse niente di suo. Disse la riga e basta.

«Chi chiama nel buio riceve risposta. Non si chiede prima chi è.»

E la disse lui, che l'aveva pagata.

Poi Yrsa, senza alzarsi: «Si torna indietro anche per uno. Con quello che è tuo.»

Poi il rilevatore dell'Avanguardia, che aveva passato la vita a firmare: «Non si arruola nessuno. Ci si riconosce.»

Poi Kito First, che non alzò nemmeno la testa: «E si scrive. Anche quando si è sbagliato.»

Poi ne dissero altre, e cominciarono a sovrapporsi, e a un certo punto si accorsero che le stavano dicendo tutte senza che nessuno gliele avesse mai lette.

Il comando si restituisce, e averla avuta non è una proroga.

Nessuno resta senza voce, e chi non è d'accordo scrive accanto e non al posto.

Quando finirono, Galimar riprese il libro e lo tenne chiuso.

«Questo è il Patto», disse. «Ha mille anni. Io stanotte non ve l'ho insegnato: ve l'ho fatto dire.»

«Non è bravura: noi arriviamo prima e guardiamo»

Sei ore

«Sapete perché siete i migliori a fare quello che fate?»

Non lo chiese per fare effetto. Lo chiese perché era la cosa che aveva capito leggendo, e in undici anni non aveva avuto nessuno a cui dirla.

«Perché per duecentocinquant'anni l'avete fatto quando non conveniva.»

Guardò Yrsa.

«Uno che esce solo quando lo pagano, dopo vent'anni, è bravissimo a uscire quando lo paghi. Voi uscite la terza volta. È per questo che quando una cosa è marcia davvero, in quel settore, chiamano voi: non perché siate più svegli. Perché siete gli unici che ci sono già stati.»

Guardò lo Scudo.

«E voi non avete mai imparato a proteggere una merce, perché i contratti buoni li avete rifiutati per due secoli. Avete imparato a proteggere della gente, che è più difficile e che ormai non sa più fare quasi nessuno.»

Guardò la Forgia.

«E voi fate roba che regge, perché l'avete sempre fatta per mani che non erano le vostre.»

Poi guardò i propri.

«E noi nei rapporti scriviamo la verità da dieci generazioni. Non per onestà. Perché era l'unica cosa che ci era rimasta.»

Lasciò passare un momento.

«Quella regola lì non vi ha soltanto tenuti vivi. Vi ha insegnato il mestiere.»

Poi disse l'altra metà, e la stanza cambiò di temperatura.

«E vi ha lasciati a metà. Perché vi dice di rispondere sempre, e non vi ha mai dato quello che serve per finire

Fu Yrsa a capirlo per prima, e non lo capì in astratto.

«L'anno scorso», disse. «Impianto in decompressione. Due passaggi, sette persone fuori. Al terzo non siamo rientrati.» Lo disse col tono con cui il Sostegno dice queste cose, che è quello di un rapporto tecnico. «Non per il tempo. Perché servivano due mani sulla porta, e le due mani sulla porta erano le mie.»

Dal fondo, un uomo dello Scudo che in tutta la notte non aveva ancora aperto bocca disse una cosa senza nessuna enfasi.

«Quella lì è mezz'ora di lavoro.»

Yrsa si voltò.

«Come, scusa?»

«Tenere una porta in decompressione mentre gli altri caricano.» Si strinse nelle spalle. «È la prima cosa che insegniamo ai ragazzi. Ve ne servivano due. Finivate.»

Lei restò a guardarlo, e non gli rispose.

Poi parlò Kito First, e parlò più piano del solito.

«Io ho fatto sei anni di ricambi per un cantiere che li spediva e basta. Roba buona.» Si guardò le mani. «Non ho mai saputo se siano arrivati, se abbiano retto, se qualcuno li abbia montati al contrario. Fai il pezzo migliore che sai fare e poi lo consegni a un camion.»

Un rilevatore dell'Avanguardia alzò una mano, quasi imbarazzato.

«Noi di mestiere andiamo a vedere che cosa succede alle cose e lo scriviamo.» Lo disse come se si stesse scusando. «Ti avremmo detto in una settimana come si comportava ogni singolo pezzo.»

Kito lo guardò a lungo. Poi si mise a ridere, e non era una risata allegra.

E poi parlò quello dei cancelli.

Non si alzò. Restò seduto e parlò verso il pavimento, e in quella stanza sapevano già tutti che cosa stava per dire, perché lo aveva detto all'inizio della notte.

«Una chiamata. Non l'ho verificata. Ne ho mandati fuori sei e me ne sono tornati due.»

Il rilevatore dell'Avanguardia ci mise un attimo di troppo a rispondere, e si capiva benissimo perché.

«Una chiamata così la verifichiamo in sei ore.»

Lo disse piano, e appena lo ebbe detto avrebbe voluto non averlo detto.

«Non è bravura. È che noi arriviamo prima e guardiamo. È tutto quello che sappiamo fare.»

L'uomo dello Scudo non alzò la testa.

«Sei ore», disse.

«Sei ore.»

E lì la capirono tutti insieme, senza che nessuno la dicesse.

Non erano quattro gruppi bravi che si erano ritrovati per caso. Erano quattro pezzi di una cosa sola, e ognuno di loro, per dieci generazioni, si era fermato sempre allo stesso punto: quello esatto in cui finisce il proprio mestiere e comincia quello degli altri tre.

E ognuno aveva creduto che quel punto lì fosse il limite del mondo.

Runa lo disse in un modo solo, e non lo spiegò.

«Quattro lame separate sono quattro coltelli», disse. «Fanno male una per volta, e una per volta te li spuntano.»

Guardò il pannello appeso alla paratia.

«Attaccate alla stessa zampa sono un artiglio.»

Fu Rosma a voltarsi verso il pannello appeso alla paratia.

Le sette sui tagli stavano ancora lì, metà su un'asse e metà su quella accanto, e per tutta la notte le avevano guardate come si guarda una cosa antica.

Da quel momento non furono più antiche.

Sette segni che nessuno di loro, da solo, aveva mai potuto avere interi. Non perché fossero andati perduti: perché non erano mai stati possibili.

Non ci fu nessun discorso e nessuno chiese niente a nessuno.

Successe soltanto che nel giro di qualche minuto quella stanza smise di essere fatta a blocchi. Yrsa e l'uomo dello Scudo finirono in un angolo a disegnare una porta sul retro di un modulo di carico. Kito e il rilevatore si misero a litigare sui tempi di consegna come se lavorassero insieme da vent'anni. Qualcuno andò a prendere altro caffè per gente che fino a tre ore prima non sapeva di esistere.

Nessuno lo decise. Si alzarono e basta.

E la capoturno della Forgia — quella che aveva fatto la prima domanda della notte — non la rifece.

Se l'era già risposta da sola, e la disse ad alta voce senza rivolgersi a nessuno in particolare.

«Lo Scudo resta sul contratto. E ci andiamo noi tre.»

Poi si girò verso Galimar.

«Non decide nessuno. Non c'era niente da decidere: eravamo in quattro posti diversi.»

E in mezzo a quel casino ci fu uno che si voltò a guardarlo, e ci mise un secondo di troppo.

Perché gli era appena venuto in mente che quell'uomo lì quella cosa la sapeva.

La sapeva da undici anni. L'aveva letta in un libro prima ancora di partire, e poi era andato a prenderli uno alla volta, e a nessuno di loro l'aveva mai detta — perché se gliel'avesse detta gli avrebbero creduto, e credere a uno dura molto meno che accorgersene da soli.

Galimar era tornato a mettersi in disparte, vicino alla mensola, come fa sempre.

Non lo ringraziò nessuno.

Gli portarono da bere.

Duecentocinquant'anni dopo, a metà pagina

L'appello

Sarebbe finita lì, e sarebbe già stata una notte grossa.

La fece finire diversamente Rosma.

«Quella pagina.» Indicò il libro sulla mensola. «Quella dove si è fermato tutto. Che cos'era?»

«Un appello», disse Galimar.

«E a che serviva?»

Rispose Runa, perché era l'unica lì dentro ad averne sentito raccontare da vicino.

Ogni sera, chi era a bordo diceva il proprio nome ad alta voce, e chi teneva il libro lo scriveva. Non serviva a controllare le presenze: da un branco che ti sta cercando non è mai scappato nessuno. Serviva a una cosa sola, e a nient'altro.

Un branco che non sa chi c'è non può tornare indietro a prendere nessuno.

Ci fu un silenzio diverso da tutti quelli della notte.

Poi Rosma disse: «Leggi l'ultimo.»

Galimar cercò la pagina, e ci mise un po' proprio perché la sapeva a memoria. Poi la trovò, e lesse l'ultimo nome scritto nel 2703: un nome qualunque, di uno che quella sera aveva risposto all'appello e che il giorno dopo si era sentito ordinare di non rispondere più a niente.

Non chiuse il libro.

E il silenzio dopo quel nome durò abbastanza perché tutti capissero, nello stesso momento, che cosa mancava.

La riga dopo.

Non cominciò Galimar, ed è il pezzo che nel Diario non è mai stato scritto e che tutti quelli che c'erano raccontano nello stesso modo.

Cominciò una del Sostegno — quella che un'ora prima aveva pianto senza far rumore sentendo leggere la parola Coraggio. Si alzò, disse il proprio nome e la propria divisione, e si risedette.

Poi lo disse un altro. Poi un altro ancora.

Non c'era una fila, non c'era un ordine e non ci fu nessun momento in cui qualcuno decidesse che si faceva così. La gente diceva il proprio nome quando le veniva, e quando due partivano insieme si fermavano tutti e due e poi ripartivano tutti e due, e la cosa fece ridere più di una volta.

Andò avanti a lungo.

E poi successe la cosa per cui quella notte, fra i Lupi, si racconta ancora.

I primi avevano detto il nome e la divisione. A un certo punto qualcuno la disse per abitudine e la sentì stonare in bocca propria. Poi uno la disse lo stesso, e dal fondo gli risposero: «E chi te l'ha chiesta?»

Da lì in avanti dissero soltanto il nome.

Nessuno lo aveva deciso, nessuno lo aveva votato e non esiste nel libro una riga che lo imponga. Semplicemente, a un certo punto di quella notte, dire da che parte stavi era diventato un modo scortese di rispondere a un appello.

Kito First lo disse come dice tutto lui, senza alzarsi e senza enfasi.

Rosma lo disse con la faccia di uno che è appena stato preso sul serio da una stanza piena di gente che ha il doppio dei suoi anni.

Ravna Mayer lo disse per primo fra i suoi, e fu la prima volta in undici anni che diceva una cosa vera davanti a dei testimoni.

Galimar lo disse per ultimo, e non aggiunse niente.

Poi vennero gli altri nomi.

Quelli li dissero piano, e a quelli non rispose nessuno. Erano i nomi di chi quella sera non poteva esserci: il pilota rientrato in atmosfera una volta di troppo sopra un pianeta che stava cadendo; l'uomo del cantiere che aveva promesso a una moglie sepolta lì di non muoversi; la donna che nel 2806 si era alzata da una sedia e se n'era andata senza parlare per non rifare una lista. E, da qualche parte dentro una stanza catalogata di un archivio, Alva.

Non scrisse niente nessuno.

Il libro restò aperto sulla mensola, e la notte finì così: senza un giuramento, senza una firma, senza una cerimonia e senza che venisse promesso niente a nessuno.

Uno per volta avevano soltanto detto il proprio nome ad alta voce, in una stanza dove qualcuno stava ascoltando.

Che poi è l'unica cosa che i Lupi di Wotan abbiano mai chiesto a qualcuno di fare.

In quella stanza ci sono entrato che ero uno che faceva i turni peggiori per una compagnia di sicurezza, e ne sono uscito che ero la stessa identica persona. Di me non è cambiato niente. È cambiato che ho detto il mio nome ad alta voce e dall'altra parte c'era qualcuno che stava ascoltando. Chi non c'era crede che il bello sia stata la Tavola. Il bello è venuto dopo, quando abbiamo smesso di dire da che parte venivamo.

Rosma · allora, un ragazzo dello Scudo
La prossima cosa

All'alba restavano tre cose

Una nave senza nome, quattro Lame da scegliere, e un posto vuoto dal 2703 che in tutta la notte nessuno aveva ancora nominato ad alta voce.

Delle tre, la seconda era l'unica che non toccava a lui.

Capitolo XI — Chi ci dorme