Nessun contratto paga la terza uscita
Al settimo giorno di attesa non era ancora successo niente, e Galimar aveva cominciato a pensare di essersi sbagliato.
La stazione di transito davanti a cui si era fermato non aveva niente di speciale: uno scalo di frontiera, traffico modesto, un paio di moli sempre occupati. Ci era arrivato senza nessuna informazione utile — soltanto una sensazione, e una sensazione non è un metodo.
Poi, quella mattina, vide uscire una navetta da soccorso diretta a un relitto.
Tornò con tre persone.
Il giorno dopo uscì di nuovo, e tornò con una.
Il terzo giorno uscì ancora. Restò fuori undici ore e rientrò vuota.
Galimar rimase a guardare quella navetta rientrare al molo, e sentì una cosa che non provava da anni: la certezza assoluta di essere nel posto giusto.
Perché la prima uscita la paga il contratto. La seconda, se sei fortunato, la paga l'assicurazione.
La terza non la paga nessuno.
Che cosa era diventato il Sostegno
Delle quattro divisioni, il Sostegno è quella che si è camuffata meno di tutte, per la ragione più semplice del mondo: non ne aveva bisogno.
Un'Avanguardia che gira dove non gira nessuno deve giustificare perché ci va. Uno Scudo armato deve giustificare per chi lavora. Una Forgia che costruisce deve giustificare per chi costruisce.
Dei medici no. I medici, dovunque arrivino, sono già giustificati.
Così il Sostegno continuò a fare esattamente quello che aveva sempre fatto — raccogliere, curare, tenere in vita, tornare indietro — sotto forma di una cooperativa sanitaria di frontiera come ce ne sono a centinaia: contratti con gli scali, turni sulle rotte peggiori, mezzi vecchi tenuti in piedi bene.
Dell'antico non gli restò niente da leggere, come a tutti. Restarono la frase, che le nonne facevano ripetere ai nipoti senza più saper spiegare a che cosa servisse, e un pezzo di legno usato come piano d'appoggio in una sala di medicazione.
E, sotto sotto, restò una cosa che nessuno avrebbe saputo chiamare per nome: erano gli unici che, dopo, contavano ancora.
Quando un intervento finiva, qualcuno si sedeva e scriveva chi era rientrato. Lo facevano perché è quello che si fa in medicina, e non sapevano più che lo facevano anche per un altro motivo.
Caliban
C'è una data che il Sostegno si tramanda come altri si tramandano una preghiera, e non è una vittoria.
Nel luglio del 2884 un clan Vanduul guidato da una Kingship passò accanto alle boe sensore del sistema Caliban senza che nessuno se ne accorgesse in tempo.
Quello che seguì durò due giorni.
L'88ª Squadriglia della Marina si mise fra la flotta aliena e i civili che stavano scappando, e fu annientata: di tutti quegli equipaggi tornò indietro un uomo solo. Comprarono ore, e quelle ore furono la differenza fra un'evacuazione precipitosa e nessuna evacuazione.
Perché evacuare un pianeta intero non si può, e chi lo dice sa di mentire. Si evacua quasi.
Il resto di quel mese l'Impero provò a riprendersi il sistema, non ci riuscì, e Caliban fu abbandonata.
Il Sostegno era là dentro.
Non ufficialmente, perché non poteva esserlo: una cooperativa sanitaria di frontiera senza contratto in un sistema in fuga non ha nessun diritto di trovarsi lì. Ci andarono lo stesso, e per due giorni fecero l'unica cosa che sapevano fare, senza chiedere a nessuno il permesso e senza dire a nessuno chi fossero.
Rientrarono cinque volte dentro l'atmosfera mentre la gente si ammazzava sulle rampe.
E all'ultimo giro, quando ormai stavano uscendo, si voltarono e tornarono indietro un'altra volta.
È la cosa più bella che i Lupi abbiano fatto in quei duecentocinquant'anni, e non sta scritta in nessun archivio dell'Impero.
È anche il giorno in cui il Sostegno si è rotto.
Quello che costa arrivare per primi
Perché una nave che continua a rientrare dove non rientra più nessuno si nota.
Qualcuno la notò. Non i Vanduul: i nostri. Un ufficiale di collegamento che stava coordinando la ritirata si accorse che c'era uno scafo civile che faceva quello che avrebbero dovuto fare i militari, e fece la cosa più ovvia e più corretta del mondo.
Chiese chi fossero.
Nelle settimane dopo la caduta di Caliban ci furono verifiche, richieste di identificazione, controlli sui trasponditori. Una parte del Sostegno se la cavò. Una parte no, e finì dentro fascicoli da cui non si esce più: gente identificata, gente schedata, gente che dovette sparire e cambiare vita, gente che i propri non hanno più rivisto.
Non li aveva denunciati nessuno. Non c'era stato nessun tradimento.
Era bastato farsi vedere mentre facevano del bene.
Da lì nacque la regola, e nessuno la scrisse mai perché non c'era dove scriverla. Si tramandò come tutto il resto, da chi c'era a chi veniva dopo, e diceva una cosa sola:
Mai per primi.
Si arriva dopo. Dopo i soccorsi ufficiali, dopo le squadre con la sigla sul fianco, dopo che il posto è stato contato e archiviato. Si lavora sui margini, si prendono quelli che nessuno ha contato, e nessuno ti chiede niente perché quando arrivi tu non c'è più niente da chiedere.
È una regola intelligente. Ha tenuto in vita quella comunità per centosettant'anni.
E ha un difetto solo, che chiunque abbia fatto quel mestiere conosce benissimo: le ore che passi ad aspettare che sia sicuro mostrarti sono ore.
Di qualcuno che moriva in quelle ore, in centosettant'anni, i registri del Sostegno sono pieni. Li hanno scritti tutti, uno per uno, perché è quello che si fa in medicina.
Quando dico che il Sostegno si è rotto a Caliban non intendo che abbia smesso di funzionare.
Intendo che da quel giorno arriva sempre tardi, e sa perché.
La riga
Quando Galimar aprì il canale non disse chi era. Disse la riga.
«Quando uno di loro chiamerà nel buio.»
Poi spense il microfono e aspettò, come aveva deciso di fare, e siccome era il nono giorno di quella storia si preparò ad aspettarne altri nove.
Ci fu un silenzio così lungo che si convinse di essersi sbagliato.
Poi una voce di donna, che non tremava ma ci andava vicino, disse il resto.
«...gli altri risponderanno.»
Si chiamava Yrsa, aveva l'età che ha chi ha fatto quel mestiere per tutta la vita, e dirigeva la cooperativa nel modo in cui si dirigono quelle cose: cioè lavorando più di tutti e firmando i turni la sera.
La terza uscita, quella che non paga nessuno, l'aveva introdotta lei vent'anni prima. Non ne aveva mai parlato con nessuno come di una decisione. Semplicemente, quando i conti dicevano di rientrare, lei riusciva sempre a trovare una ragione tecnica per restare fuori ancora un po'.
Quando Galimar salì a bordo della stazione, la prima cosa che gli disse non fu una domanda sul Diario, né su Ingvar, né sulle altre divisioni.
«Sei tu quello che sta fermo là fuori da nove giorni con tutte le luci accese?»
«Sì.»
«Sei scemo?»
«Probabilmente.»
Lo guardò per un tempo lungo, con quello sguardo che hanno i medici bravi, che non serve a giudicarti ma a capire da dove cominciare.
«Vieni dentro che qui si gela.»
La sala di medicazione era piccola e in ordine come sono in ordine i posti dove si lavora sul serio: lettini vuoti, armadietti chiusi, ogni cosa etichettata.
Al centro, del tutto fuori posto in mezzo al metallo, c'era un lungo piano d'appoggio di legno scuro.
Galimar lo vide entrando.
Non disse niente, non lo toccò e non ci si avvicinò. Si sedette dove lei gli aveva fatto cenno, e scelse la sedia che gli lasciava quel piano dietro le spalle.
Le cartelle
Fu quella sera che Galimar capì di aver trovato molto più di quello che cercava.
Raccontò tutto: il libro con il numero d'inventario, le pagine bianche, il 2703, l'ordine, le altre due divisioni là fuori da qualche parte. E disse la cosa che gli stava più a cuore e che a dirla ad alta voce sembrava una fissazione: che quei duecentocinquant'anni non erano vuoti, erano soltanto da qualche parte.
Yrsa lo lasciò finire.
Poi si alzò, prese una chiave e lo portò in un magazzino refrigerato due ponti più in basso.
Dentro c'erano casse. File di casse.
Il Sostegno non aveva mai tenuto un diario, perché non si può tenere un diario quando è vietato scrivere chi sei. Ma aveva sempre tenuto le cartelle, perché una cartella clinica non è la memoria di una comunità: è un obbligo di legge. Nessun ispettore ha mai guardato con sospetto dei medici che conservano le proprie registrazioni.
Ci sono dentro duecentocinquant'anni.
Non in forma di racconto: in forma di date, di nomi, di diagnosi, di orari di arrivo e di orari di decesso. Chi è stato preso e da dove. Chi è stato riportato indietro e chi no. Quanto tempo era passato. E in fondo a ogni foglio, per abitudine, la firma di chi c'era.
Galimar tirò fuori una cartella a caso, la aprì e restò in piedi in mezzo al freddo per un tempo che non seppe misurare.
Era di Caliban.
«Non è un libro», disse Yrsa. «È solo lavoro.»
«È un libro.»
«È lavoro», ripeté lei, e chiuse la cassa. «Se poi tu ci vuoi fare un libro, sono affari tuoi.»
Il legno delle barelle
Il legno lo aveva visto entrando, ed era rimasto l'unico argomento che in tre giorni non avesse mai tirato fuori.
Fu lei ad arrivarci, e ci arrivò dal dettaglio più stupido: si era accorta che ogni volta che entrava in quella sala Galimar sceglieva la stessa sedia, e che quella sedia era l'unica da cui il piano d'appoggio ti resta dietro le spalle.
«Tu sai cos'è.»
«Sì.»
«Da quando?»
«Da quando sono entrato.»
È legno di barella. Quelle vere, quelle di prima delle astronavi, quelle che si portavano in due con le stanghe. Le macchie che ha addosso ci sono da prima che gli uomini imparassero a lasciare l'atmosfera, e in mille anni nessuno ha mai provato a toglierle — non per venerazione: perché toglierle avrebbe voluto dire decidere che quella roba lì si può cancellare.
Yrsa si asciugò le mani in uno straccio, con calma, e quando parlò aveva la voce di chi ha già deciso.
«Allora mettiamo in chiaro una cosa sola. Quello non si muove.»
«Lo so.»
«Non hai capito. Non si muove neanche se ti dico di sì a tutto il resto.»
«Non te l'ho chiesto», disse Galimar. «E non te lo chiederò.»
Poi le raccontò l'unica cosa che serviva raccontare. Che la sezione dell'Avanguardia sta appesa a una paratia di una vecchia nave, dove sta da sempre, e che passandoci davanti non la guarda più nessuno. Che lui non l'ha staccata, che non gli è mai venuto in mente di staccarla, e che se fosse partito con quella in stiva non sarebbe un uomo che sta rimettendo insieme un Branco: sarebbe uno che gira i sistemi a raccogliere legno.
«E comunque non funziona così», aggiunse. «Quella Tavola non esiste prima delle persone che accettano di montarla. Se me la monto da solo in una stiva non ho montato niente.»
Yrsa lo guardò a lungo.
«Va bene», disse alla fine. «Allora te ne aggiungo una io, di condizione.»
«Dimmi.»
«Il giorno che vieni a dirmi che c'è un posto dove rimetterlo, io vengo a vederlo. E decido io se è un posto.»
Galimar disse di sì senza pensarci.
Ci mise altri nove anni a mantenere quella promessa, e in quei nove anni non gli capitò mai di pensare che fosse una condizione esagerata.
Un popolo che ha imparato ad arrivare tardi ha tutto il diritto di non fidarsi delle date.
Nessuna delle quattro sezioni si mosse, in tutti quegli anni. Restarono dov'erano state per due secoli e mezzo: una appesa a una paratia, una appoggiata in una sala di medicazione, e le altre due dove stavano.
Quando venne il giorno, ognuna arrivò portata dalla propria gente.
Nessuno ha mai trasportato il legno di qualcun altro.
La prima uscita la paga il contratto. La seconda la paga l'assicurazione, e devi essere fortunato. La terza non la paga nessuno, e quasi sempre torni vuoto. Se qualcuno vi dice che è uno spreco di carburante ha ragione: lo è. Poi però una volta, ogni tanto, non torni vuoto — e quella lì da sola vale tutte le altre messe insieme, comprese quelle che hai fatto per niente.
Con lo Scudo andò diversamente
Al primo tentativo rispose un uomo solo, senza un attimo di esitazione, e completò la riga come se l'avesse detta il giorno prima.
Per capire perché toccò proprio a lui bisogna tornare indietro di vent'anni, a un ragazzino di Grim Hex che ogni mattina prendeva la navetta per una città sospesa fra le nuvole.
