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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo IX — La Tavola

Una porta, una barella, un banco e un piano da carte: quattro attrezzi che nessuno ha mai guardato due volte, e dentro cui stanno incastonate le assi della Tavola. Per rimetterle insieme bisogna distruggere gli oggetti — e quello che compare sulle giunzioni non esisteva da due secoli e mezzo.

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Nessuno dei quattro oggetti sembrava niente

Arrivarono a bordo nel giro di alcuni mesi, e chiunque li avesse visti passare per il corridoio avrebbe pensato a un trasloco.

Una porta smontata dai cardini, con quattro strati di vernice sopra.

Una barella vecchissima, di quelle che si portavano in due con le stanghe.

Un banco da officina, segnato e bruciacchiato, pieno di colpi fuori misura dati da mani di dodici anni.

Un piano da carte smontato dalla plancia di una nave da rilevamento, con i bordi consumati dai gomiti.

Nessuno dei quattro sembrava niente. Erano attrezzi.

Ed è esattamente il motivo per cui sono arrivati fin lì: perché per duecentocinquant'anni nessuno, guardandoli, ha mai pensato di guardarli due volte.

Undici anni senza dirlo a nessuno

Quello che il libro diceva di cercare

Galimar sapeva che cosa c'era dentro quegli oggetti prima ancora di vederli, e lo sapeva da anni.

Stava scritto nel Diario.

Il libro che Runa gli aveva messo in mano non era un registro di nomi. Quella è la parte che si nota di più, perché è la più lunga, ma è l'ultima delle quattro cose che ci sono dentro. Il Diario è il libro dei Lupi di Wotan: contiene il Patto per esteso e le ragioni per cui è fatto così; contiene il modo in cui funziona il Branco, e cioè perché le funzioni sono quattro e perché nessuna comanda le altre; contiene che cosa significa ognuna delle quindici rune — che cosa ha sempre voluto dire, e a chi si dava; e contiene la cronaca, che è quella che a un certo punto si interrompe a metà di un appello.

E contiene la descrizione della Tavola.

Quattro assi. Una per lato, una per funzione, e nessun capotavola perché un quadrato non ce l'ha. Al centro un vano a rombo, largo quanto una mano, dove la scheggia di Yggdrasill si posava e si toglieva con due mani. Sulle facce, le rune delle divisioni. Sulle coste — quelle interne, quelle che si toccano — le altre.

Per mille anni la gente l'ha appoggiata in piano, perché serviva un posto dove stendere mappe e mandati, e ha finito per chiamarla tavolo. Non lo è mai stata.

Galimar ha letto tutto questo anni prima di partire, e non l'ha mai raccontato a nessuno.

Non per prudenza: perché non aveva niente in mano. Un uomo che arriva da una comunità che non lo conosce, senza autorità, disobbedendo a un ordine, e che dice il vostro banco da officina è un quarto della Tavola del Patto e sopra ci sono incise due delle quindici rune — quell'uomo, nel migliore dei casi, viene accompagnato all'uscita.

Sette segni su quindici, per giunta, non esistevano.

Quindi ha taciuto per undici anni, in quattro posti diversi, guardando quattro oggetti che sapeva riconoscere e non dicendo mai una parola su nessuno dei quattro.

Il prezzo che nessuno racconta

Smontare

Rimetterle insieme voleva dire distruggere quattro cose che erano state usate ogni giorno per dieci generazioni.

Questa è la parte che nella versione romantica non c'è mai, e invece è quella che è costata di più.

La porta andava svitata dai cardini e poi aperta: l'asse antica non era la porta — era incastonata dentro, come pannello centrale, e attorno le avevano costruito il resto. Per tirarla fuori bisognava demolire la porta.

La barella era peggio, perché una barella si smonta bene: basta togliere la tela. E la tela era stata inchiodata e rinchiodata tante volte che il legno sotto sembrava un crivello.

Il banco della Forgia lo aveva rinforzato mezza dozzina di generazioni di ferristi, ognuna a modo proprio, e sotto la fasciatura di lamiera c'era l'asse.

Il piano da carte fu il più semplice e il più triste: quattro viti, e un pezzo di plancia che da quel momento aveva un buco.

La Forgia lo fece a mano, senza fretta e senza attrezzi da demolizione, perché il legno sotto non poteva essere toccato. Ci vollero giorni.

Nessuna delle quattro comunità festeggiò.

Stavano guardando qualcuno smontare la cosa che avevano custodito per due secoli e mezzo senza sapere cosa fosse — e la prova che fosse la cosa giusta l'avrebbero avuta soltanto dopo, se veniva fuori qualcosa. Se non veniva fuori niente, avevano appena distrutto una porta, una barella, un banco e un piano da carte per dare retta a uno che diceva di aver letto un libro.

«Questo lo conosco»

Le otto che avevano sotto gli occhi

immagine in arrivoOfficina di bordo, luce da lavoro. Quattro assi di legno molto antico, scuro, appoggiate su cavalletti bassi, appena liberate: accanto, a terra, i residui degli oggetti smontati — schegge di vernice, tela chiodata, lamiera, viti. Su ciascuna asse, ben visibili sulla faccia, due segni incisi profondi e consumati dall'uso. Ogni asse ha un angolo tagliato in diagonale. Attorno, persone in tuta che guardano senza toccare.

Quando le facce furono libere, successe la cosa che nessuno si aspettava — e non era la scoperta di qualcosa di ignoto. Era il contrario.

Su ogni asse c'erano due segni.

Li conoscevano tutti.

Lo Scudo se li ritrovava sulle casse, sui turni, sulle spalline: li tracciava da sempre e nessuno ricordava perché. Quando Galimar disse come si chiamavano — Guardia e Bastione — un vecchio si mise a ridere, perché da tre generazioni loro chiamavano bastione il turno di notte e nessuno aveva mai saputo dire da dove venisse quella parola.

Il Sostegno aveva i propri sulle borse e sui registri, tracciati a mano generazione dopo generazione. Si chiamano Fardello e Mano Salda, e a quel punto una ragazza disse ad alta voce la cosa che pensavano tutti i suoi: che da sempre, fra loro, «prendere il fardello» vuol dire accettare un caso che finirà male e restarci fino in fondo.

L'Avanguardia li marchiava sui carotaggi e sulle casse degli strumenti: Rotta e Assalto. Il secondo li lasciò perplessi — che c'entra l'assalto con gente che disegna mappe — finché non fu chiaro che per chi entra per primo in un sistema che nessuno ha mai visto, l'assalto è quello: essere il primo a entrare.

La Forgia batteva i propri sui pezzi importanti, e i vecchi lo fanno ancora: Opera e Ingegno. Kito First disse soltanto che gli avevano insegnato a metterli quando un pezzo era fatto bene, e che gliel'aveva insegnato suo padre senza spiegargli niente.

Otto segni in tutto, e ogni divisione ne conosceva due.

Due soltanto.

È una cosa che a dirla sembra da poco e che invece, in quella stanza, ammutolì tutti: quattro comunità che non si parlavano da duecentocinquant'anni marchiavano le proprie cose con segni diversi, e i quattro alfabeti erano quattro pezzi dello stesso alfabeto.

Uno del Sostegno guardò l'asse dello Scudo e disse: «Questi non li ho mai visti.»

Uno dello Scudo guardò quella del Sostegno e disse la stessa identica frase.

E lì cominciarono a capire che cosa avessero perso, molto prima che qualcuno pronunciasse la parola rune.

Sulle coste, dove nessuno guarda

Le sette che non c'erano

Poi la Forgia le mise insieme.

Non fu un gesto solenne: fu una posa. Quattro assi su un piano, due sopra e due sotto, ognuna con l'angolo interno tagliato in diagonale. Le facevano combaciare e si allontanavano di un passo per guardare, come si fa quando si monta qualcosa e non si è sicuri del verso.

L'ordine in cui vanno stava scritto nel Diario, e fu l'unica volta in tutta la notte in cui Galimar dovette dire qualcosa prima che gliela chiedessero.

Quando le quattro coste si toccarono, sui tagli comparve altro.

Segni che stavano metà su un'asse e metà su quella accanto. Da soli non erano niente: tacche, graffi, imperfezioni del legno — la roba che chiunque, guardando il bordo di un'asse di mille anni, avrebbe chiamato usura.

Insieme erano sette.

Sette segni interi che non esistevano da duecentocinquant'anni, e che non erano andati perduti: erano stati semplicemente impossibili, perché nessuna delle quattro divisioni, da sola, aveva mai potuto averne uno intero.

Otto sulle facce, due per ciascuno, quelle che ognuno aveva potuto tenersi.

Sette sulle giunzioni, che esistono soltanto se le divisioni si toccano.

Quindici.

Nessuno disse niente per un tempo lungo, e il silenzio non era commozione: era che stavano tutti facendo lo stesso conto, e il conto diceva che per duecentocinquant'anni non avevano potuto nemmeno scrivere certe parole.

Quello che manca, e dove

Il rombo

Al centro, dove i quattro angoli tagliati si incontravano, restava un vuoto a forma di rombo, largo quanto una mano.

Non era un difetto e non era un pezzo perduto per incuria. Era il posto della scheggia di Yggdrasill — quella che il dio staccò dalla radice dell'Albero e su cui incise una runa con la punta della lancia, prima di affidarla non a un re, non a un esercito e non a una famiglia.

La scheggia non è mai arrivata fra le stelle.

Quando gli uomini stavano per lasciare Midgard e non erano ancora sicuri di riuscirci, un governo offrì una camera capace di sopravvivere a qualunque guerra. Il Parlamento rifiutò: nessun mondo nuovo doveva credere che la propria legittimità dipendesse dal possesso di un frammento antico.

Così restò dov'era, spezzata in due parti che nessuno ha mai ricomposto, su un masso in fondo a una valle.

È per questo che la cosa più antica che i Lupi possiedano ha un buco in mezzo.

Ci fu chi propose di farne uno di legno, giusto per chiudere il vano — non per fingere, disse, per finire il lavoro. Galimar rispose di no, e fu l'unica volta in tutta la notte in cui rispose secco.

Quel vuoto è la sola cosa che tenga separate due parole che si somigliano troppo: custodire e possedere. Chiuderlo con un pezzo qualunque avrebbe voluto dire, in una sera, buttare via l'unica lezione che quella gente ha pagato per mille anni.

Se un giorno quel rombo si riempirà, ci sarà da tornare dove tutto è cominciato, e sarà una storia che tocca a qualcun altro raccontare.

Per adesso è vuoto, e si vede la paratia.

L'uomo che non aveva convinto nessuno

La notte

A bordo, quella notte, erano pochi.

Un Idris non è una città: è il più piccolo degli scafi che si chiamano capitali, e con loro dentro era già quasi pieno.

Non c'erano brande per tutti, quindi si dormiva a turni, e chi smontava trovava il letto ancora caldo di chi montava. Corridoi in cui ci si passa di fianco, code per mangiare, gente che dorme a due paratie da altra gente.

Per chi aveva passato due secoli e mezzo a stare largo fu la cosa più difficile da mandare giù, molto più del lavoro. Poi, nel giro di qualche mese, diventò quella che nessuno voleva più cambiare.

Non si lamentò nessuno, e il motivo lo capisce chiunque abbia vissuto solo per troppo tempo.

Sarebbero venute altre navi, più avanti, e più grandi. Ma questa è la prima: la più vecchia, la più piccola, e l'unica in cui il Branco è tornato a esistere.

Gli anziani erano venuti tutti — quelli che avevano dato il permesso di smontare una porta, quelli che ancora si ricordavano qualcosa — ma non erano loro che sarebbero rimasti a bordo. A salpare sarebbe stata l'ultima generazione: gente fra i trenta e i cinquanta che il proprio mestiere lo faceva da vent'anni e che sapeva benissimo chi era — e che di tutto il resto aveva ereditato due segni e una frase imparata a memoria da bambina.

Guardavano un pannello di legno appeso a una paratia, con quindici segni sopra e un buco in mezzo, e di quei quindici ne sapevano due a testa.

Allora parlò lui.

Ed è una cosa che vale la pena guardare da fuori, perché è il rovescio esatto di tutto quello che aveva fatto negli undici anni precedenti. L'uomo che non aveva convinto nessuno, che non aveva mai fatto un discorso, che si era fermato allo scoperto e aveva aspettato che decidessero gli altri, quella notte parlò fino all'alba.

Non aveva più niente da chiedere, e questa è la differenza.

Ho passato la vita a tracciare due segni sulle borse e sui registri, e mia nonna li tracciava prima di me. Non sapevo cosa fossero: erano i nostri. Quella notte ho scoperto che erano due su quindici, e che gli altri tredici li avevano gli altri. Ti dico l'unica cosa che ho pensato, e non è nobile: che rabbia.

Yrsa · Sostegno
La prossima cosa

All'alba restavano tre cose da fare

Non chiese che cosa fossero le rune e non chiese chi fosse Wotan.

Chiese che cosa sarebbe successo il martedì mattina, se lo Scudo avesse avuto un contratto firmato e a mezzo sistema di distanza qualcuno avesse chiamato.

Capitolo X — L'Artiglio