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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo IV — La licenza

L'Avanguardia è sopravvissuta due secoli e mezzo facendo rilievi su licenza per l'Impero, e quello che Galimar sta per fare può farla scoprire tutta. La nave non è sua, la copertura nemmeno: per partire deve chiederlo all'uomo che è cresciuto con lui e che dovrà scrivere il falso per anni.

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Quello che stava per fare non poteva farlo da solo

C'era una persona a cui doveva dirlo prima di partire, e non era una questione di educazione.

La nave con cui pensava di andarsene non era sua. La licenza che gli permetteva di fermarsi ovunque per giorni senza che nessuno gli chiedesse conto non era sua. E la cosa che stava per fare — mettersi allo scoperto e parlare ad alta voce, su un canale aperto, dove chiunque poteva ascoltare — era esattamente quella che duecentocinquant'anni di prudenza avevano evitato di fare.

Se andava male non ci rimetteva soltanto lui.

Ci rimetteva la comunità in cui era nato, la società che le faceva da copertura, le famiglie, i contratti, i figli a scuola, e la vita tranquilla che a caro prezzo si erano costruiti restando invisibili.

Quella persona si chiamava Ravna Mayer, aveva imparato i nomi delle valchirie allo stesso tavolo, dalla stessa vecchia, nello stesso anno.

E aveva il potere di fermarlo.

Andare avanti per conto di qualcun altro

Che cosa era diventata l'Avanguardia

Quando Ingvar mandò via le quattro funzioni, all'Avanguardia toccò la sorte in apparenza più facile: continuare a fare quello che aveva sempre fatto.

Andare per primi. Entrare dove non è entrato nessuno, guardare, tornare a raccontarlo.

Cambiò soltanto una cosa, e sembrava un dettaglio: adesso quello che vedevano lo consegnavano a qualcun altro.

Funzionò benissimo, e fu una fortuna e una condanna. Il potere che li braccava aveva bisogno di gente che gli guardasse i confini più di quanto avesse bisogno di prenderli, e un equipaggio che torna sempre con dati puliti non lo va a cercare nessuno. Presero le licenze, poi le rinnovarono, poi le rinnovarono i figli.

Duecentocinquant'anni dopo erano una società di rilevamento piccola, vecchia, con una reputazione eccellente e un archivio contratti impeccabile.

Nessuno che leggesse quei fascicoli avrebbe potuto immaginare che dietro ci fosse una comunità con una lingua propria, una vecchia che faceva ripetere elenchi ai bambini e una sezione di legno scuro appesa a una paratia.

Era il camuffamento migliore mai inventato dai Lupi, e Galimar ci era cresciuto dentro senza sapere che fosse un camuffamento.

Per lui era il mestiere di suo padre.

2806

La stanza in cui non parlò nessuno

C'è un momento, in quei duecentocinquant'anni, in cui i Lupi avrebbero potuto tornare a essere quello che erano. Uno solo, e lo lasciarono passare.

Nel 2792 il regime cadde. Non finì con una guerra: finì quando venne fuori quello che era stato fatto su Garron II, e la gente scese in strada. Deposero l'ultimo Messer, rimisero in piedi il Tribunale, misero un limite ai mandati e buttarono a mare le politiche di terraformazione che avevano provocato la rivolta.

Poi fecero la cosa che nessun potere aveva mai fatto prima: aprirono gli archivi.

Quattordici anni dopo, una commissione girava i sistemi a raccogliere testimonianze. Non era un tribunale, non cercava colpevoli da appendere: cercava nomi. Chi era sparito, chi era stato preso, chi era stato cancellato da un elenco e chi da un elenco era stato aggiunto. Le famiglie ci andavano per sapere dove fossero finiti i propri morti.

Dell'Avanguardia ci andò una donna.

Si era portata dietro quello che avevano: i nomi dei Lupi presi nel 2703, tramandati a voce di generazione in generazione, imparati a memoria come tutto il resto. Aveva la possibilità di dirli davanti a qualcuno che li avrebbe scritti, e di far scrivere anche il nome di Ingvar, e di far mettere a verbale che una comunità intera era stata smontata perché aveva aiutato della gente a scappare.

Rimase seduta in quella stanza per tutta la mattina.

Quando fu il suo turno, si alzò e se ne andò senza aver parlato.

Non per paura, o non soltanto. Perché per far scrivere quei nomi doveva dire il proprio, e dire il proprio significava dire che esistevano ancora, e da dove venivano, e quanti erano.

Significava rifare la lista.

Quella donna ha fatto la cosa giusta o la più vigliacca della nostra storia, e nemmeno di lei sappiamo il nome. Ci hanno tramandato la giornata, non chi c'era.

È così che un ordine dato per quaranta giorni di emergenza diventa una regola che dura due secoli e mezzo: nessuno lo rinnova mai, e nessuno può revocarlo.

Il campo di classificazione, di nuovo

Chi decide che cos'è un mondo

Dalla rivolta nacque anche una legge, e per l'Avanguardia fu la cosa più bella e più avvelenata che potesse capitarle.

Garron II era stata terraformata sopra una forma di vita che stava appena cominciando. Perché non succedesse più, tre anni dopo la caduta passò una norma che creava uno status nuovo — sistema in sviluppo — e attorno a quello status metteva delle protezioni: dentro non si scava, non si costruisce, non si commercia, non si mette piede.

Un mondo dichiarato così è salvo per sempre.

Un mondo non dichiarato è disponibile.

A dichiararlo, sulla carta, sono i grandi enti di cartografia, con le loro stazioni di scansione profonda e i loro rilevatori d'élite. Nella pratica, sulla frontiera, quegli enti arrivano anni dopo — e la prima cosa che leggono è il rilievo di un indipendente che quel posto lo ha visto per primo.

Per un paio di generazioni l'Avanguardia se ne servì bene, e in quel periodo fecero le cose migliori della loro storia clandestina. Salvarono lune intere con una riga scritta bene. Ci sono mondi, oggi, dove qualcosa di vivo continua a farsi i fatti propri perché un Lupo che nessuno ricorda ha compilato un modulo in un certo modo.

Poi cambiò il vento, come cambia sempre: non con un divieto, con il mercato.

I rilievi li pagano i clienti. E un rilievo che consegna uno status protetto costa a un cliente un mondo intero. Nessuno telefona mai per dire di scrivere il falso — sarebbe grossolano. Semplicemente, chi torna con certe conclusioni riceve meno incarichi l'anno dopo, e una società di rilevamento vive di incarichi.

Così l'Avanguardia imparò a essere prudente. Non disonesta: prudente. A scrivere dati insufficienti invece di sistema in sviluppo, e a lasciare che decidesse qualcun altro.

È tutto qui il motivo per cui, la notte in cui Galimar tornò con quel rapporto in mano, Runa non gli disse che non era colpa sua.

La parola abbandonato non era un suo errore personale.

Era il conto arretrato di duecentocinquant'anni passati a vendere quello che vedevano.

«E cosa vogliono dire?»

Quelli che rispondono

Prima di partire tornò per l'ultima volta nella comunità in cui era cresciuto.

C'era una bambina che stava imparando l'elenco. Otto anni, forse nove, seduta composta a un tavolo vuoto, e li diceva in fila senza saltarne nessuno. Quando ne sbagliava uno ricominciava da capo.

Galimar rimase sulla porta ad ascoltare fino in fondo.

Poi le chiese che cosa volessero dire.

Lei lo guardò come si guarda un adulto che fa una domanda scema.

Allora lo chiese alla donna che glieli stava facendo ripetere. Non era Runa: era una molto più giovane, che quei nomi li aveva imparati allo stesso modo trent'anni prima, allo stesso tavolo.

Non lo sapeva neanche lei.

Non era colpa di nessuno. È soltanto quello che succede a una cosa tenuta a memoria: prima si perde il perché, poi si perde qualche pezzo, alla fine resta la filastrocca. E siccome non c'era più niente di scritto con cui confrontarsi, nessuno poteva accorgersene.

Fra due generazioni non sarebbe rimasto neanche il nome. Sarebbe rimasta della brava gente che fa rilievi.

L'altra metà del motivo ce l'aveva davanti agli occhi da vent'anni, e non se n'era mai accorto perché era il suo mestiere.

Chi va dove non arriva nessuno impara a riconoscere il momento preciso in cui una comunità smette di aspettare qualcuno. Non è drammatico e non si vede subito. Semplicemente, a un certo punto, quando passa una nave nessuno alza più la testa.

Una volta, su una luna dove era andato a verificare una rotta, era rimasto fermo tre giorni prima che uscisse qualcuno. Alla fine era uscito un vecchio, che si era guardato intorno con l'aria di chi non capisce, e gli aveva chiesto se si fosse perso.

Poi aveva detto una frase che Galimar non è più riuscito a togliersi di dosso.

«Sono ventidue anni che non si ferma nessuno.»

Non l'aveva detta con rancore. L'aveva detta come si dice il tempo che fa.

E prima di rientrare aveva aggiunto: «Da ragazzo mi raccontavano che c'erano delle navi che si fermavano. Storie.»

Galimar non gli aveva risposto, perché in quel momento era vero. Erano storie.

Per gente così, una volta, esisteva una cosa. Non un esercito e non un governo: quelli che rispondono.

Le tradizioni si mettono in una teca, e in una teca non risponde nessuno.

Voleva che quella bambina, fra vent'anni, sapesse che cosa vuol dire l'elenco che sta imparando a memoria.

E voleva che quel vecchio, se aveva ancora vent'anni davanti, prima o poi vedesse fermarsi qualcuno.

«Con che nave, scusa?»

La copertura

Lo trovò nell'hangar, di sera, che chiudeva i turni.

Ravna Mayer era uno di quelli che tengono in piedi le cose. A quarant'anni firmava le assegnazioni delle missioni, i rinnovi delle licenze e i rapporti che uscivano dalla società — cioè teneva in mano, senza averlo mai chiesto, l'intera copertura della comunità.

Erano cresciuti insieme. Avevano imparato l'elenco delle valchirie allo stesso tavolo, dalla stessa vecchia, nello stesso inverno. Alla domanda che Runa faceva a tutti — di tutte quelle, tu quale vuoi essere — Ravna aveva risposto Hildr, che vuol dire battaglia, come rispondevano tutti.

Galimar aveva risposto Mist, e Ravna gli aveva riso in faccia per due inverni di fila.

Gli raccontò tutto in un'ora, appoggiato a una cassa: il libro, il numero d'inventario, Alva, il 2703, l'ordine di Ingvar, le altre tre divisioni. E cosa aveva intenzione di fare.

Ravna lo lasciò finire senza interromperlo mai.

Poi fece la prima domanda, che non era quella che Galimar si aspettava.

«Con che nave, scusa?»

«La quattordici.»

«La quattordici è della società. E la società, dopo, deve giustificare dov'è stata.» Si passò una mano sulla faccia. «Tu vuoi andare in sistemi non assegnati, restare fermo per giorni davanti a insediamenti non censiti e parlare su frequenze aperte. Sai come si chiama, quello, in un fascicolo? Attività non conforme al contratto. Ti fanno un controllo. E un controllo su di noi non finisce con una multa.»

«Lo so.»

«No, non lo sai. Un controllo su di noi apre l'archivio. L'archivio ha centosettant'anni di rapporti, e chi lo legge con attenzione si accorge che questa società ha sempre gli stessi cognomi dentro, e che quei cognomi non risultano da nessun'altra parte.»

Galimar non rispose, perché era vero.

«Quindi non stai chiedendo una nave», disse Ravna. «Stai chiedendo che io copra, per anni, un uomo che fa esattamente la cosa che ci ammazzerebbe tutti. E per coprirti devo scrivere che sei da un'altra parte. Ogni mese. Per tutto il tempo.»

Restarono zitti tutti e due, perché non c'era niente da aggiungere.

È questo, il prezzo, e conviene guardarlo bene: Galimar aveva rovinato cinquanta persone scrivendo una parola vera. Ravna, per proteggerne molte di più, avrebbe passato gli anni successivi a scriverne di false. E non c'è una morale comoda che salvi tutti e due.

«Perché lo fai?» chiese Ravna.

Galimar ci pensò più a lungo di quanto Ravna si aspettasse.

«Ieri sono passato dai piccoli. C'era una bambina che ripeteva l'elenco senza sbagliare una parola. Le ho chiesto che cosa vuol dire.» Si strinse nelle spalle. «Non lo sapeva. Non lo sapeva neanche quella che glielo insegna.»

Ravna prese il tablet, cercò un modulo e cominciò a compilarlo lì, in piedi, appoggiato alla fiancata.

«Cosa scrivi?»

«Rilievo di lungo periodo su settori non prioritari. Rientri semestrali. Rapporti a campione.» Continuò a battere senza alzare gli occhi. «Ti conviene tornare ogni tanto, se no non regge.»

«Ravna.»

«Non ringraziarmi, che poi ci ripenso.»

Quando ebbe finito girò il tablet e glielo mise davanti per la firma. Poi disse l'unica cosa che quella sera somigliasse a un discorso.

«Io resto. Qualcuno deve restare, se no non c'è niente in cui tornare.»

Duecentocinquant'anni di carta bianca

Quello che si portò dietro

Il Diario non lo prese.

Glielo offrì Runa, e lui disse di no, e su questo non ci fu discussione: quel libro lo scrive il Custode, e un Custode non c'era. Portarselo appresso in giro per i sistemi voleva dire soltanto rischiare di perderlo una seconda volta.

Si portò dietro altro.

Quaderni. Un registratore vecchio. Fogli sciolti, di quelli che si buttano.

Perché c'era una cosa che aveva capito sfogliando le pagine bianche, e che non aveva detto a nessuno: quei duecentocinquant'anni non erano semplicemente vuoti. Erano da qualche parte. Stavano nelle teste di quattro comunità che se li erano tramandati a voce, e ognuna se n'era tenuta un pezzo diverso. Il Sostegno sapeva cose che l'Avanguardia aveva perso. Lo Scudo ne sapeva altre. Della Forgia non si sapeva niente di niente.

Se fosse riuscito a farsele raccontare tutte e quattro, quel buco si poteva riempire.

Non per amore dell'archivio. Perché una comunità che non sa cosa le è successo continua a farsi le stesse cose: rifà gli stessi errori, obbedisce a ordini che nessuno ricorda di aver ricevuto, e chiama tradizione la propria paura.

È una cosa a cui pensava mentre metteva i quaderni in una borsa, e non aveva la minima idea di quanto gli sarebbe costata.

Ci avrebbe messo undici anni a raccogliere quei racconti, e altri quindici a metterli nel libro.

E per metterli nel libro sarebbe dovuto diventare la cosa che in quel momento gli faceva più orrore di tutte: quello che decide che cosa resta scritto.

Nove giorni

La prima chiamata

immagine in arrivoUna nave da rilevamento piccola e malmessa, ferma e perfettamente allo scoperto nello spazio, luci di posizione tutte accese, davanti a una grande struttura abitativa buia e apparentemente disabitata agganciata a un corpo roccioso. Nessun'arma puntata, nessuno scudo alzato: la nave è visibilissima e vulnerabile. Poche luci fredde, molto nero. Sensazione di attesa lunga, non di minaccia.

Partì di mattina presto e non salutò quasi nessuno, perché quasi nessuno sapeva.

Il metodo lo aveva deciso durante il viaggio, ed era così stupido che in duecentocinquant'anni non lo aveva provato nessuno.

Arrivare. Mettersi dove si vede bene. Aprire il canale e dire una frase sola — non il proprio nome, non da dove si viene, non cosa si vuole.

«Quando uno di loro chiamerà nel buio.»

Poi spegnere il microfono e aspettare.

È la riga con cui comincia tutto, quella che Wotan pronuncia decidendo a chi affidare la scheggia, e la sanno soltanto quelli a cui è stata fatta ripetere da bambini. Non è una parola d'ordine: nessuno l'ha mai decisa. Era rimasta l'unica cosa che quattro comunità separate da due secoli e mezzo avessero ancora in comune.

E aveva una proprietà che a Galimar piaceva più di ogni altra: non obbliga nessuno. Chi la sente decide da solo se completarla, e se non risponde non se ne accorge nessuno.

Non stava dando un contrordine a un Custode morto. Stava facendo una domanda a cui si poteva dire di no.

La prima volta si fermò davanti a una stazione di transito su cui non aveva nessuna informazione utile, aprì il canale e disse la riga.

Poi restò lì, allo scoperto, con le luci accese.

Aspettò nove giorni.

Non gli ho dato la nave perché ci credevo più di lui. Gliel'ho data perché lo conosco da quando aveva nove anni e so riconoscere quando ha già deciso. A quel punto puoi fare due cose: coprirlo, o lasciarlo andare allo sbaraglio e poi raccontare in giro che eri contrario. La seconda la fanno in tanti e dopo dormono benissimo.

Ravna Mayer · Avanguardia
La prossima cosa

Al nono giorno rispose una voce di donna

Non disse chi era. Disse il resto della frase.

Delle tre divisioni che Galimar cercava, il Sostegno era l'unica che non avesse mai smesso di fare esattamente la stessa cosa — e l'unica che avesse dimenticato di chiamarsi in qualche modo.

Capitolo V — La terza uscita