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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo XII — Milleduecento gradi

Nyx, 2956. Le unità di raffreddamento cadono al primo giro, ma la Redeemer esce dal tunnel morta, aperta e in fiamme, con tre uomini dentro che non escono. Rosma attraversa il vuoto da solo con un estintore in mano — e quando c'è da rimetterla in piedi, comincia dal radar.

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La notte in cui una Redeemer uscì dal tunnel a milleduecento gradi

Nove anni dopo, la Mist entrò a Nyx con un posto vuoto.

Quello che era successo prima — la Tranquility scortata in posizione, le batterie anti-capitale spente una alla volta dal Perseus, i relè caduti e le porte dei tunnel di servizio aperte su una gola di metallo — è la parte che si racconta più volentieri, perché è la parte in cui tutto va come deve andare.

Questa è la parte dopo.

Dentro la gola non c'era la battaglia. C'era soltanto la nave, e il rumore che faceva mentre veniva mangiata.

Rogharh tenne la Redeemer al centro del varco per due secondi, poi capì che il centro non esisteva: le pareti non erano parallele, e la roccia sulla destra guadagnava un palmo ogni cento metri. Corresse. Non con i motori — con i polsi.

Alle sue spalle, due torrette e due uomini.

«Harlock.»

«Qui.»

«Eddy.»

«Qui.»

Non era una verifica: i sistemi glielo dicevano già. Rogharh lo faceva lo stesso, ogni volta, da anni, e nessuno gli aveva mai chiesto perché.

Davanti a lui il caccia di Rosma entrò nella prima curva e sparì oltre il bordo di luce.

Sette secondi dopo cominciò il buio.

Il ferro, qui, non serve

La gola

Le pareti del tunnel erano state metallo, molto tempo prima. Adesso erano metallo e roccia insieme, saldati da qualcuno che aveva avuto fretta, e lungo le giunture correvano archi bluastri che si allungavano verso gli scafi come mani.

Non colpivano. Leccavano.

Al primo contatto la Redeemer perse la ridondanza degli scudi. Al secondo un pannello della plancia si spense e si riaccese di un colore che Rogharh non aveva mai visto su una nave sua.

«Sette», disse Rosma sul canale.

Sette secondi: il tempo che uno scafo poteva restare là dentro prima che i sistemi cominciassero a cadere. Non era una stima. Era il conto alla rovescia di qualcuno che l'aveva già visto succedere a qualcun altro.

Rogharh non rispose. Aveva le mani occupate.

La gola si stringeva e si allargava senza logica, e ogni volta che si allargava mentiva: prometteva spazio e lo toglieva subito dopo la curva. Lui la leggeva come si legge una persona che sta per cambiare idea — dal respiro, prima delle parole. Dove le luci di emergenza si infittivano, la parete si avvicinava. Dove il fumo di un relè saliva dritto invece di appiattirsi, c'era una condotta laterale, e quindi un metro in più.

Prese quel metro.

«Unità uno», disse Rosma. «In alto a destra, sotto la nervatura.»

Il caccia davanti a lui inclinò l'ala e la illuminò per un istante col proprio faro, poi si spostò per lasciargli il campo.

Le unità di raffreddamento erano l'ultima cosa che uno si aspetta di trovare in fondo a un tunnel: casse squadrate, ancorate alla roccia, corazzate contro qualunque cosa fosse fatta di ferro. Una raffica balistica ci sarebbe rimbalzata sopra e sarebbe tornata indietro a cercare chi l'aveva sparata.

«Energia», disse Rogharh.

«Energia», confermò Harlock III.

Fu la prima parola che diceva da quando era salito a bordo.

I cannoni della Redeemer si accesero insieme e la gola si riempì di una luce che non lasciava ombre. La cassa cedette al terzo passaggio: non esplose, si sfogliò, come una cosa che si arrende dall'interno. Un getto bianco uscì dalla frattura e si congelò all'istante.

«Uno», disse IronEddy91.

«Non contare.»

«Perché no?»

«Perché poi ti fermi al numero.»

La seconda unità era duecento metri più avanti, sul lato opposto, dove il tunnel piegava verso il basso. Il caccia di Rosma ci arrivò per primo e cominciò a lavorarla da solo, con quella pazienza che sembrava lentezza fino al momento esatto in cui capivi che non aveva sbagliato un colpo.

Rogharh portò la Redeemer dentro la piega, sentì lo scafo grattare qualcosa che non era aria e non era roccia, e aggiunse i propri cannoni.

La seconda cassa si aprì che il conto era arrivato a nove.

Due secondi oltre.

Furono i due secondi che pagarono tutto il resto.

Nessuno era uscito

Milleduecento

Uscirono dal varco come si esce da sott'acqua: troppo tardi, e con meno di quello che si aveva entrando.

La prima cosa che Rogharh sentì fu il silenzio dei motori.

La seconda fu il calore.

Il generatore se ne andò per primo, e con lui le luci, la spinta, il controllo di assetto. La Redeemer proseguì per inerzia cominciando a ruotare piano su se stessa, con la stazione che le passava davanti al posto delle stelle. Sulla plancia restarono accesi soltanto i sistemi che una nave tiene vivi anche quando ha smesso di essere una nave: pressione, ossigeno, temperatura.

La temperatura saliva.

OTTOCENTOVENTI.

NOVECENTOQUARANTA.

A poppa, dove la distorsione aveva aperto lo scafo, una sezione si era sigillata da sola. Il fuoco in una nave non fa quello che fa a terra: non sale, cerca l'aria. E l'aria, sulla Redeemer, era rimasta soltanto dentro i compartimenti che si erano chiusi.

Dentro quei compartimenti c'erano loro tre.

Rogharh usò l'ultimo fiato dei propulsori di assetto per fermare la rotazione. Non per eleganza: una nave che gira è una nave a cui nessuno può affiancarsi. Poi le manopole diventarono morbide sotto le mani, e non ci fu più niente da pilotare.

«Harlock.»

«Qui.»

«Eddy.»

Silenzio.

«Eddy.»

Un colpo di tosse. Poi, impastata: «Qui. Sono qui.»

La torretta di Eddy era quella dalla parte della falla. L'arco l'aveva preso di striscio attraverso il pannello e gli aveva lasciato un braccio che non voleva più stringere.

Ci sono uomini che nel fuoco contano gli estintori. Rogharh contava le voci.

MILLECINQUANTA.

«Comandi, qui Redeemer», disse, e la propria calma gli parve una cosa appartenuta a un altro. «Siamo fuori dal tunnel. Entrambe le unità sono giù. Abbiamo perso il generatore, abbiamo una falla a poppa e un incendio interno. Tre a bordo.»

Dalla Mist rispose la voce di Galimar, che non chiese come stessero.

«Chi è ferito?»

«Uno. Non grave.»

«Grave», corresse Eddy.

«Non grave», ripeté Rogharh.

Sul canale, per un istante, qualcuno rise. Fu l'unica cosa umana in quel minuto.

MILLECENTOTRENTA.

«Rog.» Harlock III si sganciò dalla torretta e comparve alle sue spalle, il viso già lucido di sudore. «Se usciamo adesso, in tuta, siamo fuori prima che arrivi ai serbatoi.»

Era vero. Ed era la cosa che si insegna: la nave si sostituisce, l'uomo no.

Rogharh guardò il portello, poi guardò Eddy, che con un braccio solo non si sarebbe agganciato a niente.

«No.»

«Rog—»

«Fuori siamo tre puntini in mezzo a una battaglia, e diventiamo il problema di qualcun altro. Dentro siamo un equipaggio con una nave che si può ancora accendere.» Si voltò appena. «E là sotto c'è una strada che deve restare aperta.»

Harlock III lo guardò per un secondo intero.

Poi andò a prendere l'estintore di bordo, che era uno solo, e cominciò a comprare tempo.

MILLEDUECENTO.

Nessuno era uscito.

Quanti siete dentro?

L'uomo con l'estintore

immagine in arrivoNel vuoto sopra un grande asteroide: una Redeemer buia e ferma, con una lacerazione a poppa da cui escono fumo denso e bagliori arancioni, le luci di posizione spente. A pochi metri, affiancato e perfettamente parallelo, lo scafo lungo e chiaro di un Perseus con il portello della camera di equilibrio aperto. Tra le due navi, minuscolo, un uomo in tuta EVA che attraversa tenendo un estintore con entrambe le mani. Sullo sfondo, lontani, i lampi della battaglia e la sagoma di una Reclaimer. Tavolozza scurissima: l'unica luce calda è l'incendio.

Il caccia di Rosma era uscito dal tunnel dodici secondi prima di loro, e non stava più volando. Girava su se stesso, buio, senza scia, con una calotta che rifletteva la stazione a ogni giro.

Sul canale generale, dalla torretta di prua della Mist, la voce di Storm perse di colpo tutto il divertimento.

«Perseus. Il caccia in uscita non risponde.»

«Il caccia è morto», disse Rosma. «Io no.»

Aveva la voce di uno che sta camminando, e infatti stava camminando su niente: aveva aperto la calotta e si era spinto fuori, e il Perseus lo raccolse come si raccoglie una cosa lasciata cadere, senza rallentare più del necessario. Marte 2108, alle torrette, teneva pulito il cielo sopra di loro e non disse una parola.

Rogharh non vide niente di tutto questo. Vide soltanto, un minuto e mezzo più tardi, una luce che si avvicinava dal fianco.

«Redeemer.» La voce di Rosma era di nuovo quella di sempre. «Quanti siete dentro?»

«Tre.»

«Bene.»

Non aggiunse altro. Non era un complimento e non era un rimprovero: era un numero che entrava in un conto e ci restava.

Il Perseus arrivò lungo e piatto, si mise parallelo allo scafo morto della Redeemer e ci restò, con la stessa noia con cui un uomo tiene ferma una porta perché un altro possa passare. Il portello della camera di equilibrio era già aperto.

Per la seconda volta quella notte Rosma non fu altro che un uomo sospeso nel vuoto fra due scafi.

Questa volta aveva un estintore fra le mani.

Non lo mandò nessuno, e nessuno gli chiese se fosse il caso. Sul Perseus c'era altra gente, e ognuno di loro sapeva usare un estintore: la differenza è che quando la Lama dello Scudo scende dal proprio ponte, nessuno gli ricorda che ha un ponte.

Toccò lo scafo della Redeemer a poppa, dove il metallo era ancora freddo, e si tenne. Mise gli stivali a un palmo da una piccola lancia incisa a mano sotto il numero di scafo.

Non chiese di chi fosse.

«Sono sul vostro guscio», disse. «La paratia interna la aprite a mano, quando lo dico io. Quattro secondi, non uno di più.»

«Ricevuto», disse Harlock III.

«E poi indietro di due passi. Se ti muovi mentre entro, ti prendo io e non il fuoco.»

Entrò dalla falla.

Dentro, la luce era arancione e il fumo non saliva: strisciava lungo le paratie andando dove andava l'aria, e disegnava correnti che sembravano vive. Rosma non corse. Fece quello che aveva fatto per tutta la notte: guardò prima, e si mosse dopo.

Poi cominciò dal fondo, non dal principio — perché l'incendio, come una discussione, si spegne dalla parte in cui è cominciato.

Ci mise sette minuti.

Quando la temperatura scese sotto i quattrocento gradi, Rogharh si accorse di avere le mani ancora sui comandi di una nave che non rispondeva da un quarto d'ora.

Rosma comparve sulla porta della plancia, con la visiera nera di fuliggine e l'estintore vuoto in una mano.

Guardò Eddy e il braccio che non stringeva.

«Grave», disse.

«Grazie!» disse Eddy.

«Non grave», disse Rogharh.

Dalla Mist, il canale si aprì sulla voce di Galimar.

«Undici minuti. Poi la Shattered Blade si riordina e la Tranquility torna scoperta.»

Undici minuti per rimettere in piedi una nave morta.

Non era la scelta più veloce

Prima gli occhi

Le riparazioni si fanno a tempo, e il tempo lo decide chi ha lo strumento in mano.

Rosma tornò fuori sullo scafo con l'utensile agganciato al polso. Harlock III prese i pannelli interni di dritta, Eddy con un braccio solo si mise a leggere i valori ad alta voce, perché era l'unica cosa che poteva fare e nessuno gli disse di stare fermo.

Rogharh restò al posto di guida, con davanti tre voci e tre conti alla rovescia da mettere in fila.

«Ordine», chiese Rosma.

Era la domanda giusta: da fuori non si vede quale sistema serva prima, e chi sta dentro non ha tempo di spiegarlo.

«Radar.»

Sul canale ci fu una pausa breve, di quelle che si sentono anche a mezzo chilometro di distanza.

«Il radar non ti fa volare», disse Eddy.

«No.»

«Il generatore sì.»

«Lo so.»

Era una scelta che costava. Col generatore per primo, in un minuto e venti la Redeemer avrebbe potuto muoversi: cieca, ma viva. Col radar per primo si restava fermi più a lungo, e si comprava una cosa sola — che nell'istante in cui la nave si fosse riaccesa, avrebbe visto.

Rosma non chiese perché.

«Radar», ripeté soltanto, e cominciò.

Rogharh guardò i numeri scendere e non spiegò niente a nessuno. Non c'era modo di dirlo su un canale aperto: che una volta, molti anni prima, su una Redeemer come quella, con due torrettisti alle spalle come quelli, aveva avuto tutta la potenza che serviva e nessun modo di vedere davvero chi ci fosse dall'altra parte. E che quello che era successo dopo non era stato un errore di mira.

Sette minuti al riordino della Shattered Blade.

«Radar in linea», disse Rosma. «Generatore. Un minuto e venti.»

Fu durante quel minuto e venti che il cielo si mosse.

Due scafi leggeri si staccarono dalla stazione e vennero verso di loro, perché una nave ferma e buia, in una battaglia, è la cosa più semplice del mondo da finire.

Storm li vide dalla prua della Mist e allungò le raffiche fin dove il settore glielo permetteva, e il primo dei due si disfece a metà corsa. Il secondo virò, largo, e rientrò da sotto — dove la Mist non arrivava.

Rogharh guardò l'indicatore del generatore. Quarantadue secondi.

«Non ci arriviamo», disse Harlock III, con la calma di chi lo constata e basta.

Fu allora che qualcosa di grande e lento si mise in mezzo.

La Reclaimer era arrivata senza annunciarsi, come faceva sempre, e invece di scansare la traiettoria ci si era piantata dentro: una nave da recupero lunga come un isolato, messa fra il caccia e la Redeemer, col fianco offerto perché era il pezzo più spesso che aveva.

I colpi la presero. Lei continuò ad avanzare.

«Panzer», disse Galimar sul canale.

Panzer8 non rispose. Non rispondeva quasi mai.

Il caccia rinunciò, girò largo e se ne andò a cercare un bersaglio che non fosse protetto da una parete che si spostava.

«Generatore in linea», disse Rosma.

La Redeemer tornò viva tutta insieme: le luci, il sibilo del ricircolo, la spinta che si riprese lo stomaco di tutti. E sul pannello, già acceso, già pieno, il radar — che disse a Rogharh dove fosse ognuno, amico e nemico, prima ancora che potesse premere qualcosa.

Rimase a guardarlo un secondo più del necessario.

«Raffreddamento», disse Rosma. «Poi ho finito.»

«Harlock.»

«Qui.»

«Eddy.»

«Qui. Sempre qui.» Una pausa. «Perché li conti sempre?»

«Perché una volta ho contato tardi.»

Nessuno chiese cosa volesse dire.

E Rogharh non lo disse.

Volevo solo che restasse detto

Due

Rosma tornò indietro come era venuto.

Sul Perseus si tolse il casco, lo appoggiò senza guardarlo e chiese due cose in fila: le condizioni della Tranquility e quante navi restassero nell'hangar della Mist.

La risposta alla seconda domanda era: due.

Due caccia di riserva. Gli ultimi, dopo un'ora in cui la scorta si era consumata pezzo per pezzo.

«Mando

«Sigm4

Risposero prima che qualcuno lo chiedesse. Erano gli stessi due che poche ore prima erano rientrati a bordo senza nave: uno agganciato a un cavo di recupero, l'altro imprecando per tutta la traversata. Adesso c'erano due cabine libere e loro erano già dentro.

Sigm4 imprecò anche stavolta, per abitudine.

Mando non disse niente finché non ebbe chiuso la calotta, e poi disse soltanto: «È più piccolo dell'altro.»

«È l'ultimo», rispose l'hangar.

«Allora va benissimo.»

Sul canale di comando, Rosma fece la sua unica obiezione della notte.

«Due.»

«Due», confermò Galimar.

«Sono pochi.»

«Lo so.»

Ci fu un silenzio breve.

«Volevo solo che restasse detto», disse Rosma.

E restò detto. Non discusse, non propose un piano diverso, non chiese di aspettare: rimise il casco sotto il braccio, tornò al proprio posto sul Perseus e cominciò a mandare correzioni a chi stava per entrare di nuovo là dentro.

È una cosa che tra i Lupi si impara guardandola, non spiegandola: quando la decisione è presa e resta discutibile, la si esegue — e la si mette per iscritto.

Nel Diario, quella riga c'è.

«Rogharh», disse Rosma. «Come sta la tua nave?»

Rogharh guardò la plancia. Il generatore reggeva. Il raffreddamento era tornato. A poppa la falla era ancora aperta e l'avrebbe accompagnato fino a casa, e dentro la nave c'era un odore di bruciato che non se ne sarebbe andato più.

«Vola.»

«Basta questo.»

Le gole erano tre, e ne avevano aperta una.

Restavano due tunnel e due caccia.

C'è un uomo che quella notte ha attraversato il vuoto con un estintore in mano. Non era il suo turno, non era la sua nave, non era il suo fuoco. È andato perché dentro uno scafo che bruciava aveva contato tre voci, e tre voci sono tre persone. Da noi, questo basta come ordine.

Il Diario · seconda riga della pagina di Nyx
La prossima cosa

Restavano due gole, e due caccia

Sigm4 entrò nella seconda e la pulì. Poi guardò quanto tempo restava, decise che non c'era modo di aspettare il proprio turno, ed entrò anche nella terza.

Il suo caccia esplose a pochi metri dall'uscita.

Capitolo XIII — Il terzo corridoio