Scesero in cinque, e uno di loro contava le voci
Il pozzo scendeva nel cuore della stazione per un tratto che nessuno di loro aveva voglia di stimare, e la gravità cambiava idea tre volte lungo la discesa.
Scesero in cinque.
«Rosma.»
«Rogharh.»
«Harlock.»
«Mando.»
«Marte.»
Lo fecero all'entrata e lo rifecero a metà, e lo avrebbero rifatto ancora, perché uno di loro conta le voci da quando ha smesso di contare gli estintori e nessuno gli ha mai chiesto di smettere.
In fondo, da qualche parte, c'era un uomo che aspettava da tre giorni.
Non era dei loro.
Sul canale, per tutta la notte, non lo fece notare nessuno.
Tre giorni
Gabe Windell veniva da Levski, faceva il pilota per conto proprio e aveva avuto la sfortuna di trovarsi da quelle parti nel giorno sbagliato.
La Shattered Blade non lo aveva preso per riscatto: lo aveva preso perché era lì, e perché una stazione che vuoi far passare per abbandonata è meglio che non abbia testimoni in giro a raccontare il contrario.
Lo trovarono in un vano di servizio a due livelli dal fondo, seduto per terra con la schiena contro una paratia, e la prima cosa che disse non fu grazie.
Fu: «Avete sentito.»
Perché per tre giorni aveva chiamato.
Non sulle frequenze di emergenza, che nella stazione erano schermate. Aveva provato tutto quello che aveva e alla fine era finito dove finiscono tutti quando non resta niente: sulle vecchie, quelle che non usa più nessuno e che si sentono soltanto se le stai ascoltando apposta.
È una cosa che a bordo della Mist qualcuno sa da nove anni.
Quella frequenza lì, da nove anni, non è mai stata spenta. Non trasmette niente. Non chiede niente e non obbliga nessuno: sta lì, e dall'altra parte c'è uno che dorme accanto al ricevitore.
Gabe Windell non poteva saperlo e non lo sapeva. Aveva soltanto parlato al buio per tre giorni, come si fa quando è l'unica cosa rimasta da fare.
Rosma si tolse un guanto e glielo diede, perché quello che gli mancava di più, a due livelli dal fondo di un asteroide, era una mano calda.
«Ce l'hai una nave?»
«L'ho lasciata al molo tre.»
«Allora andiamo a prendertela.»
Il vettore
Recuperarono anche il resto — quello che c'era da recuperare, che erano componenti, contenitori e un paio di cose che alla Shattered Blade sarebbero servite parecchio — e risalirono.
La nave di Gabe era al molo tre, ammaccata e intatta.
È qui che quella notte diventa una cosa che sulla frontiera si racconta ancora, e non per la battaglia.
Gabe Windell non salì sulla Mist. Salì sulla propria nave, che è una cosa diversa e che a un pilota vuol dire tutto: nessuno lo prese in carico, nessuno lo mise in una stiva, nessuno gli fece firmare niente.
Gli diedero un vettore.
Poi ci si misero intorno.
Il Perseus davanti, i due caccia ai lati, la Redeemer che puzzava di bruciato dietro, la Reclaimer larga e lenta a chiudere, e la Mist sopra tutti, con la Tranquility che teneva la propria posizione senza che nessuno gliel'avesse chiesto.
Una nave civile ammaccata, scortata da tutto quello che era rimasto in piedi, verso una posizione di salto.
Sul canale generale, in tutto il tragitto, non ci fu una sola persona che facesse notare che quell'uomo non era dei loro.
Non perché fosse vietato dirlo. Perché non era venuto in mente a nessuno.
Quello che nessun uomo ha costruito
La massa si era vista una volta, all'inizio della notte, ai limiti della portata dei sensori: troppo grande, dentro una foschia che non era polvere. Aveva guardato la battaglia per tre secondi e se n'era andata.
Tornò quando mancavano nove minuti al salto.
Non usciva da nessun salto e non arrivava da nessuna direzione: era semplicemente più vicina di prima, e più vicina ancora un momento dopo, e a quel punto smise di essere una lettura e cominciò a essere una cosa che si vedeva dal finestrino.
Sulla plancia della Mist nessuno disse la parola che pensarono tutti.
Galimar la conosceva, quella forma. L'aveva vista una volta sola, molti anni prima, a Pyro, in una notte che nel Diario è scritta con trentasette nomi. Allora era arrivata dietro dei predoni che avevano armi che non si erano costruiti da soli, e se n'era andata quando la cosa si era messa male per loro.
Le batterie anti-capitale della stazione erano dello stesso disegno.
La Shattered Blade non le aveva costruite. Le aveva ricevute.
«Gabe», disse Galimar sul canale. «Continua verso il salto e non ti voltare.»
«E voi?»
«Noi restiamo qui.»
Poi chiuse quel canale e ne aprì un altro, e disse la cosa per cui esiste la quinta sedia — dove si va, e per chi.
«A tutte le unità. Quella cosa lì non deve seguirlo.»
Il cannone di prua
Il cannone a rotaia di un Idris è un'arma che si può usare, in una battaglia, molte meno volte di quante uno immagini.
Colpisce senza luce e senza fiamma, troppo veloce perché l'occhio possa seguirlo. E poi va ricaricato, e mentre si ricarica la nave che lo porta è un bersaglio lungo duecento metri che non può fare niente.
Quella notte la Mist sparò più di una volta.
È questo che a Nyx bisogna capire, e non è la parte che si racconta di solito: quello che ha ammazzato la nave capitale è stato il cannone. Quello che ha permesso al cannone di sparare più di una volta è stato tutto il resto.
Fra un colpo e l'altro c'erano i secondi, e i secondi li comprò gente che non stava sparando alla nave capitale.
Il Perseus si mise sul fianco esposto e ci restò, spegnendo una alla volta le cose che si avvicinavano, come aveva fatto per tutta la notte con le batterie.
I due caccia tennero pulito il sopra, che è il lavoro peggiore e quello di cui non si accorge nessuno.
La Redeemer, con la falla a poppa ancora aperta, si mise dove serviva e prese quello che c'era da prendere.
E la Reclaimer di Panzer8 fece l'unica cosa che sa fare quando non c'è niente da raccogliere: si mise in mezzo, larga, offrendo il fianco perché era il pezzo più spesso che aveva.
Sulla torretta di prua c'era ancora Storm Fury X, seduto in un posto che non era suo, con i comandi inclinati verso sinistra e il supporto per il polso di una rigidità insopportabile.
Non si era alzato per tutta la notte.
Il primo colpo la prese di striscio e le aprì un fianco.
Il secondo le entrò dentro e non successe niente di visibile, il che fu peggio.
Fra il secondo e il terzo passarono i secondi più lunghi di quella notte, e li pagarono in tanti.
Il terzo la spezzò.
Non si disfece e non esplose: si aprì lungo una linea, lentamente, e per un tempo che sembrò lunghissimo le due metà continuarono ad andare nella stessa direzione, come se non avessero ancora capito di essere separate.
Poi la foschia intorno a lei smise di esserci, e quello che restava cominciò a cadere verso il campo di asteroidi.
Quello che era rimasto della flotta della Shattered Blade durò molto meno. Senza la cosa grande dietro le spalle non era più una flotta: era una quindicina di scafi in un posto in cui non conveniva più stare, e i Lupi glielo fecero capire in fretta.
Quando finì, la stazione QV era spenta e il cielo sopra Nyx era pieno di roba ferma.
Sul canale generale, dopo un silenzio lungo, si sentì la voce di Panzer8.
Disse quattro parole, ed erano le uniche che avesse detto in tutta la notte.
«Qui ho da fare.»
L'appello
Gabe Windell saltò diciannove minuti dopo, dalla posizione che gli avevano dato, con la sua nave e per conto proprio.
Non ringraziò nessuno sul canale, e nessuno se lo aspettava: sulla frontiera si ringrazia dopo, quando si è arrivati.
La sera, a bordo, si fece l'appello.
Si fa tutte le sere da nove anni, e non serve a controllare le presenze: serve a una cosa sola, e chi c'era quella notte del 2703 non è più vivo per spiegarla. Un branco che non sa chi c'è non può tornare indietro a prendere nessuno.
Quella sera durò più del solito, perché a bordo c'era molta gente e perché più di uno faticava a parlare.
Mistacor Dracos rispose dall'infermeria, sul canale interno, e sul ponte qualcuno applaudì.
Storm Fury X rispose dalla torretta di prua, dove era ancora seduto, e disse anche una seconda cosa che non c'entrava niente con l'appello.
«Mista. Il supporto per il polso lo cambiamo.»
«No.»
Sigm4 rispose come tutti gli altri, con la voce di uno che ha finito il turno.
Era passata mezza giornata da quando il suo caccia aveva smesso di esistere a pochi metri dall'uscita di un tunnel, e nessuno, mentre lui diceva il proprio nome, fece la faccia di chi sta assistendo a un miracolo.
Gli scrissero la riga, come si fa. Nome, data, e che cosa stava facendo.
È l'unico posto dove quella cosa resta, perché lui non se la ricorda.
La riga di Nyx
Galimar scrisse quella notte stessa, seduto per terra con la schiena contro la paratia e il libro sulle ginocchia, sotto le quattro assi.
Scrisse i nomi di chi era uscito e di chi era rientrato. Scrisse quelli che erano usciti e rientrati due volte. Scrisse la nave capitale, la forma che aveva e dove l'avesse già vista, e scrisse che le batterie della stazione erano dello stesso disegno e che qualcuno gliele aveva date — e scrisse che non sapeva chi, perché nel Diario si scrivono anche le cose che non si sanno.
Scrisse i quattro minuti e ventidue secondi in cui la Mist era rimasta ferma a incassare aspettando che un uomo finisse una parola, e accanto ci mise la propria firma, perché quella decisione l'aveva presa lui e nel libro le decisioni hanno una calligrafia sopra.
Poi, in fondo, scrisse un ultimo nome.
Gabe Windell.
Sotto, una riga sola: ha chiamato per tre giorni su una frequenza che non ascolta più nessuno.
Restò a guardare quella riga per un pezzo.
Nove anni prima, in una stiva a metà, davanti a gente che aveva appena smesso di essere quattro gruppi di sconosciuti, aveva detto una cosa che gli era venuta senza pensarci e che nessuno gli aveva chiesto.
Adesso a uno che non ha più niente possiamo dare una voce. Un giorno gli daremo un posto dove entrare, e quel posto avrà una porta che non si chiude.
Nove anni.
E quella notte a un uomo che non aveva più niente avevano dato esattamente quello che gli avevano promesso: una voce che rispondeva, e un vettore per andarsene.
Nient'altro. Perché non c'era nient'altro da dare.
Gabe Windell era saltato verso un posto che non era il suo, con una nave ammaccata e senza sapere dove sarebbe andato a dormire. E l'unica cosa che i Lupi di Wotan avevano potuto offrirgli, dopo mille anni di storia e undici anni di ricerca e nove anni di risposte, era stato di non essere solo per quaranta minuti.
Galimar chiuse il libro e non lo rimise sulla mensola.
È da quella notte che i Lupi hanno cominciato a cercare un mondo.
Ho chiamato per tre giorni. Il terzo giorno non chiamavo più per essere sentito: chiamavo perché era l'unica cosa che potevo ancora fare con la bocca. Poi ha risposto uno che non mi ha chiesto chi fossi. Non mi ha chiesto niente, mai, nemmeno dopo. Mi hanno messo la loro flotta intorno e mi hanno dato un vettore, e io me ne sono andato con la mia nave. Se qualcuno mi chiama, adesso, io rispondo. Non è gratitudine. È che adesso so che si può fare.
Qui finisce il Libro III. Il Diario no.
Chi c'era quella notte ha una versione che qui ancora manca: un dettaglio, una voce sul canale, un errore che nessuno ha messo per iscritto.
Il Diario non è una metafora. Sta su questo portale, è aperto, e la riga dopo tocca a voi — come tocca a qualcuno tutte le sere da nove anni.
E se quello che avete da scrivere è una storia, la vostra, diventa un capitolo con il vostro nome sopra. È già successo.
