Il ragazzo che imparò i nomi e non capì a cosa servissero
Aveva nove anni la prima volta che Runa gli fece ripetere i nomi delle valchirie.
Erano tredici e andavano detti in fila, senza saltarne nessuna. Se sbagliava l'ordine ricominciava da capo, e non c'era niente da guardare mentre lo faceva: nessun foglio, nessuno schermo, nessun libro aperto sul tavolo. Runa recitava, lui ripeteva.
Ci mise anni a chiedersi perché una cosa così importante non stesse scritta da nessuna parte.
«Adesso dimmi che cosa vogliono dire.»
Questo no. I nomi li sapeva; cosa volessero dire non gliel'aveva mai chiesto nessuno.
«Allora non li sai», disse Runa.
Ci mise diciassette anni a capire cosa gli stesse insegnando, e ci arrivò nel modo peggiore possibile: scrivendo una parola giusta.
Quello che si tiene a memoria
La comunità in cui Galimar era nato non possedeva libri antichi, non aveva insegne, non celebrava ricorrenze. Aveva delle cose che si dicevano a voce, e le diceva sempre nello stesso ordine.
Da bambino gli sembrava normale. Da adulto, ripensandoci, si accorse che era l'unico posto che avesse mai visto in cui gli anziani facevano ripetere gli elenchi ai bambini con la stessa pignoleria con cui altrove si controllano i conti.
Erano loro l'archivio. Non c'era altro.
Runa gli faceva ripetere i nomi delle valchirie perché quello era il modo in cui una cosa che non stava scritta da nessuna parte poteva arrivare alla generazione dopo.
Hrist. Mist. Skeggjöld. Skögul. Hildr. Þrúðr. Hlökk. Herfjötur. Göll. Geirönul. Randgríðr. Ráðgríðr. Reginleif.
«Hildr vuol dire battaglia», gli spiegò. «Non la valchiria della battaglia: proprio battaglia. Hlökk è il fragore. Herfjötur è il ceppo che blocca gli eserciti. Göll è il clamore. Sono nomi di guerra, e la guerra è la cosa che gli uomini si raccontano più volentieri.»
«E le prime due?»
«Le prime due sono un'altra cosa.»
Gliela raccontò senza libro, come tutto il resto. Wotan sta legato fra due fuochi. Non è un dio in trono: è affamato, assetato, alla fine delle proprie forze, e sta parlando a un ragazzo. Di tutte e tredici non ne chiama nessuna che serva a combattere.
Ne chiama due, e chiede che gli portino da bere.
Hrist e Mist: le uniche che portano il corno.
«Wotan poteva chiedere qualunque cosa», disse Runa. «Ha chiesto quello.»
Poi gli fece la domanda che gli sarebbe rimasta addosso per il resto della vita, e gliela fece senza solennità, mentre si alzava per andare a fare altro.
«Di tutte quelle, tu quale vuoi essere?»
Lui aveva nove anni e rispose senza pensarci.
«Mist.»
Runa si fermò con una mano sullo schienale.
Quella domanda in quella comunità si faceva a tutti i bambini, una volta sola, e i bambini rispondevano Hildr. Oppure Hlökk, oppure Göll. Rispondevano il nome che fa più rumore, ed è giusto così: la domanda serve a quello, a sentire che cosa gli è rimasto addosso della storia.
Di quelle due non ne aveva mai scelta nessuno.
«Perché?» chiese.
Lui non capì che cosa ci fosse da spiegare.
«Perché aveva sete.»
Runa non gli rispose niente, e non gliela fece mai più. Quella domanda si fa una volta e basta.
Rilievi su licenza
Crebbe, e andò a fare il mestiere che facevano tutti quelli come lui: rilevamenti.
La società per cui lavoravano era piccola, vecchia, con licenza imperiale regolare e una reputazione eccellente. Prendeva contratti di cartografia sulla frontiera: sistemi che sulle carte sono spazi bianchi, rotte da verificare, siti da classificare. Si partiva da soli, si stava via mesi, si tornava con quello che si era visto e lo si consegnava.
A Galimar calzava addosso. Là fuori non comandi nessuno e non rispondi a nessuno; per un uomo che non amava spiegarsi era perfetto.
Diventò bravo, e in un modo particolare: non era il più coraggioso e non era il più veloce — era preciso. I suoi rapporti li leggevano perché non ci trovavi mai una parola messa lì per fare scena. Se scriveva che una rotta era percorribile, era percorribile. Se scriveva che un attracco reggeva, reggeva.
Quando tornava, Runa gli chiedeva sempre le stesse due cose: cosa avesse visto, e come lo avesse scritto.
La seconda domanda lo faceva innervosire. Rispondeva che era la stessa cosa.
Lei non lo correggeva mai.
Abbandonato
L'insediamento stava su un mondo di frontiera in ritirata, uno di quelli che dopo trent'anni di razzie perde metà della popolazione perché chi può se ne va verso l'interno. Non compariva su nessuna carta aggiornata. Lui ci arrivò perché il suo lavoro era esattamente quello: guardare gli spazi bianchi.
Restò in orbita bassa due giorni e chiamò. Frequenze civili, poi di emergenza, poi quelle vecchie che non usava più nessuno.
Niente.
Scese. Camminò per le strutture, bussò dove c'era qualcosa a cui bussare, lasciò un segnale acustico attivo per sei ore. Trovò due pozzi in funzione, orti sotto copertura, un generatore ancora caldo, tracce di passaggio recenti sulla polvere.
Non trovò nessuno.
Risalì e scrisse il rapporto: quattro pagine, tutto quello che aveva visto, compreso il generatore caldo. Nell'ultima pagina scrisse anche che secondo lui là sotto c'era qualcuno.
Poi compilò l'intestazione.
In cima al modulo di rilevamento c'è un campo di classificazione, e quel campo ha un elenco chiuso: attivo, in dismissione, disabitato, abbandonato, ostile. Nessuna di quelle voci dice qui vive gente che ha scelto di non farsi vedere.
Galimar scelse quella che si avvicinava di più.
Le quattro pagine non le lesse nessuno.
Il campo di classificazione lo lessero tutti.
Quello che decise il campo
Un sito abbandonato, su un mondo di frontiera, si può rivendicare.
Non c'è niente di illegale: è la procedura, esiste da secoli, ed è fatta apposta perché le cose che nessuno usa tornino a essere usate. Una società di estrazione depositò la richiesta citando come fonte un rilevamento indipendente recente e affidabile. Le fu concessa in quattro mesi.
Arrivarono con i titoli in ordine, e con la gente che si porta dietro chi ha i titoli in ordine.
Quelli che stavano sotto uscirono, perché nascondersi non serviva più a niente. Erano una cinquantina. Non erano fuorilegge, non erano ricercati, non avevano armi degne di quel nome: erano gente che vent'anni prima aveva smesso di credere che farsi censire le convenisse, e che da allora aveva imparato una regola sola — non rispondere alle navi che non conosci.
L'avevano imparata a caro prezzo. Quella volta li uccise.
Non tutti insieme e non in un giorno: furono trasferiti, e i trasferimenti finiscono in posti diversi, e la gente si perde. Quando Galimar ci tornò, anni dopo, i pozzi funzionavano ancora e non c'era più niente da vedere.
Questo è il punto, e non c'è modo di renderlo più morbido: non aveva mentito. Non era stato distratto, non era stato vigliacco, non era stato comprato. Aveva scritto la parola più onesta che avesse a disposizione, e quella parola aveva deciso che cosa si potesse fare a cinquanta persone.
Tornò da Runa e le disse cosa aveva fatto.
Lei non lo consolò. Non gli disse che non era colpa sua, e non gli disse che era colpa sua.
Gli chiese di ripetere i nomi.
Lui la mandò a quel paese. Era la prima volta in vita sua.
«Mist», disse Runa, quando lui ebbe finito di gridare.
Lui si zittì.
«Avevi nove anni e hai risposto Mist. Non l'aveva mai detto nessun bambino prima di te, e nessuno l'ha più detto dopo.» Non alzò la voce di un tono. «Poi sei diventato grande, sei arrivato sopra un posto in cui c'era gente viva, e hai scritto una parola che vuol dire là sotto non c'è più nessuno a cui portare niente.»
Aspettò.
«Un nome non descrive quello che una cosa è. Decide quello che le si può fare. Tu quel posto lo hai visto meglio di chiunque altro, e poi lo hai chiamato abbandonato, e da quel momento era abbandonabile.»
Poi aggiunse l'unica cosa che somigliasse a una consolazione, e non lo era.
«Adesso lo sai. E vale per tutto il resto della tua vita.»
Chi siamo
Ci mise settimane a tornare da lei, e quando tornò non le chiese consigli.
Le chiese perché, in tutta la sua vita, non avesse mai visto un libro in casa.
Runa gli rispose con una domanda, che era il suo modo.
«Secondo te, la società per cui lavori, chi è?»
«Una società di rilevamento.»
«È l'Avanguardia.»
Galimar conosceva la parola. Nella sua comunità le quattro funzioni le sapevano tutti: c'era chi proteggeva, chi curava, chi costruiva, chi andava avanti. Aveva sempre creduto che fossero mestieri, come in qualunque posto in cui la gente deve bastare a sé stessa.
Non erano mestieri. Erano quello che restava di un taglio.
Runa gliela raccontò tutta, quella sera, come si raccontano le cose che non stanno scritte: a memoria, nell'ordine giusto, senza aggiungere niente.
Duecentocinquant'anni prima, sotto i Messer, i Lupi erano stati braccati fino a non poter più stare insieme, e il Branco si era spezzato lungo le proprie giunture. Lo Scudo dove c'era da proteggere. Il Sostegno dove c'era da tenere in vita. L'Avanguardia avanti, come sempre. La Forgia dentro i cantieri.
Ognuna si era portata via la propria sezione della Tavola. E ognuna era sopravvissuta nell'unico modo possibile: continuando a fare la propria cosa sotto forma di mestiere legale, e rendendosi utile a chi le dava la caccia.
«Noi andiamo avanti e vendiamo quello che vediamo», disse Runa. «Lo facciamo da generazioni. È per questo che siamo ancora vivi.»
Galimar rimase in piedi in mezzo alla stanza per un tempo lungo.
Perché se era così, allora quei cinquanta non erano un suo incidente personale. Erano il conto di un travestimento durato due secoli e mezzo, arrivato a scadenza sul suo tavolo, con la sua grafia sopra.
Quello che gli mise in mano
«E le altre tre divisioni? Lo Scudo, il Sostegno, la Forgia. Dove sono adesso?»
«Non lo sa nessuno.»
«Come fa a non saperlo nessuno?»
Runa lo guardò come si guarda uno che ha appena detto la risposta senza accorgersene.
«Perché hanno smesso di rispondere. E hanno smesso perché gliel'hanno ordinato.»
Poi andò a prendere una cosa che teneva in un contenitore pressurizzato, sotto la propria cuccetta, e gliela mise in mano.
Era un libro. Copertina consumata, spessa, gonfia di umidità antica, tenuta insieme all'angolo da una fascetta che non c'entrava niente.
Sul dorso, stampigliato a caldo, c'era un numero d'inventario.
«Cos'è?»
«È il Diario», disse Runa. «È l'unico. Non ne sono mai esistiti due.»
Galimar non lo aprì subito. Restò fermo a guardare il numero d'inventario, perché il numero d'inventario non se lo aspettava e perché aveva passato la vita a compilare moduli e sapeva benissimo che aspetto ha una cosa che è stata catalogata da qualcuno.
«Chi te l'ha dato?»
«Uno dei nostri. È andato a riprenderselo e non è tornato indietro.»
«Riprenderselo da dove?»
Runa gli indicò il libro con il mento.
«Aprilo. C'è dentro il motivo per cui non hai mai visto un libro in casa.»
Per duecentocinquant'anni non abbiamo scritto niente. Non perché non avessimo niente da dire: perché non avevamo dove. Un popolo che non scrive tiene tutto a memoria, e la memoria è un contenitore onesto ma piccolo. Alla fine ti restano gli elenchi, le frasi che fanno rima e i nomi degli dèi. Tutto il resto lo perdi, e non te ne accorgi nemmeno.
L'ultima pagina scritta è un giorno qualunque
Il Diario si interrompe a metà di un appello ordinario, nel 2703, e dopo quella pagina ci sono duecentocinquant'anni di carta bianca.
Quello che è successo il giorno dopo non lo ha scritto nessuno — ed è il motivo per cui i Lupi hanno smesso di rispondere.
