Suo padre gli insegnò a fermare una nave, non a romperla
A Grim Hex, se un ragazzino aveva la fortuna di avere un padre che pilotava, imparava a pilotare. Non era una scelta e non era un mestiere: era quello che c'era.
Suo padre gli insegnò le cose che si insegnano — la rotta, gli strumenti, i tempi — e poi quella che non sta scritta da nessuna parte: che una nave si sente attraverso il sedile, e che un propulsore chiede aiuto un bel po' prima che si accenda una spia.
Poi gli insegnò l'EMP, e glielo insegnò al contrario di come lo insegnano tutti.
«Non la rompi», gli disse. «La fermi. Le spegni gli occhi e le gambe. Poi decidi.»
Rosmarino aveva undici anni e capì soltanto la parte tecnica.
Il resto lo avrebbe capito molto più tardi, e nel frattempo suo padre sarebbe sparito.
La navetta delle sei
La decisione la prese sua madre, e a Grim Hex somigliava a una barzelletta.
Disse che suo figlio sarebbe andato a scuola. Non in un'aula ricavata fra due turni: a Orison, nella città sospesa, dove ci vanno i figli di quelli che le aziende le dirigono.
Da quando Rosmarino aveva otto anni prese la navetta tutte le mattine. Partiva che suo padre stava rientrando da un lavoro notturno o era già ripartito per un altro, e per anni la sua vita corse su due binari che non si toccavano: la sera l'officina, la mattina le nuvole.
A Orison capì in fretta. Troppo in fretta.
All'inizio gli insegnanti apprezzarono la curiosità. Poi cominciarono ad accorgersi che quel ragazzo non faceva domande per avere una risposta: le faceva per capire dove una risposta smetteva di funzionare. Non gli venne rabbia — gli venne una cosa più scomoda per chiunque volesse comandarlo. Capì. E una volta che aveva capito qualcosa era praticamente impossibile fargli credere il contrario.
Quello che capì è che le regole sembravano uguali per tutti e non lo erano, e che chi parlava di merito arrivava quasi sempre accompagnato da un cognome.
Era troppo sveglio per stare zitto e troppo giovane per sapere quando gli sarebbe convenuto.
La sua provenienza, a Orison, si vedeva prima che aprisse bocca. La camicia stropicciata. I vestiti presi dove costavano meno. Le mani che avevano passato più tempo su un motore che su un banco.
Per un certo tipo di ragazzo era un bersaglio comodo, e a un certo punto qualcuno lo trovò comodo abbastanza.
Successe in un livello industriale della città, uno di quei posti dove nessuna telecamera ha davvero interesse a guardare. Non fu una vendetta e non fu una faida: fu una di quelle crudeltà piccole e gratuite che fanno più male proprio perché non servono a niente. Erano in un gruppo. C'era una battuta su Grim Hex, poi una spinta, poi qualcuno che rideva.
Poi le pietre.
Gli tennero il braccio sinistro schiacciato fra due superfici frastagliate finché il radio, l'ulna e le ossa delle dita non cedettero.
L'osso guarì. La pelle no.
Da bambino la cicatrice gli partiva dal polso. Poi crebbe, il braccio si allungò e il segno salì con lui, di una decina di centimetri, fino al primo terzo dell'avambraccio: la misura esatta di quanto fosse cresciuto da allora.
Non la nascose mai, e non raccontò quasi mai che cosa fosse successo. Quando qualcuno gliela chiedeva rispondeva con una parola sola.
«Orison.»
Poi cambiava discorso.
L'inverno del carico
A Grim Hex mancava sempre qualcosa, ma quell'inverno mancò tutto insieme: energia, medicinali, i pezzi per tenere in piedi generatori troppo vecchi per reggere ancora a lungo. Non era la prima volta. Fu però una di quelle volte in cui la gente smette di lamentarsi e comincia a decidere chi mangia.
Suo padre intercettò un carico di XenoThreat e se lo prese.
Non per rivenderlo, non per farsi un nome e non perché avesse improvvisamente deciso di combattere una guerra che non era la sua. Lo prese perché sapeva esattamente quali persone, in quel settore dell'avamposto, non sarebbero arrivate a primavera senza quella roba.
Lo distribuì lui, di notte, senza dire da dove venisse.
Rosmarino aveva quindici anni e quella notte lo seguì, perché a quindici anni si segue.
Rimase in piedi in fondo a un corridoio a guardare suo padre scaricare casse davanti a porte che non erano le loro, e quando l'ultima fu scaricata gli fece la domanda che gli sembrava l'unica sensata.
«Chi te l'ha chiesto?»
«Nessuno.»
«E allora perché?»
Suo padre si asciugò le mani sulla tuta e gli rispose come si risponde a un bambino che chiede una cosa ovvia. Non spiegò niente. Disse una frase e basta, del tono con cui si dicono i proverbi, e Rosmarino ci mise anni a scoprire che non era un proverbio.
«Chi chiama nel buio riceve risposta. Non si chiede prima chi è.»
«E chi l'ha detto?»
Suo padre caricò l'ultima cassa vuota e non rispose.
Non diceva mai da dove venisse. Era una delle poche cose su cui non si poteva insistere, e Rosmarino aveva smesso di provarci molto prima.
XenoThreat non perdona i furti, e perdona ancora meno chi ruba per principio invece che per profitto: uno che ruba per soldi lo compri, uno che ruba per soldi lo spaventi. L'altro no.
Suo padre capì in fretta che il problema non era più il carico e non erano i crediti. Erano sua moglie e suo figlio. Non c'era bisogno che qualcuno scoprisse chi avesse rubato: bastava sapere dove abitava.
Allora fece l'unica cosa che gli restava, e la fece bene, perché era il suo mestiere.
Prese una nave diversa da quella con cui si era sempre fatto vedere. Lasciò dietro di sé abbastanza tracce da convincere chi lo cercava che il bersaglio fosse ancora lui e che fosse ancora lì davanti. Poi fece un salto alla cieca verso Pyro, e si portò dietro la caccia.
Non promise che sarebbe tornato. Non disse che sarebbe andato tutto bene.
Lasciò a Rosmarino la Warlock, che avevano costruito insieme pezzo per pezzo, e un anno di scuola non finito.
Sua madre gli disse che suo padre era andato a Pyro, e non gli disse altro. Sapeva più di quanto raccontasse — forse persino da dove ricominciare a cercarlo, un giorno, se qualcuno avesse voluto rischiare — ma ogni informazione ha un prezzo, e lei quello più alto lo aveva già pagato.
«Lascialo andare.»
Non glielo disse perché avesse smesso di volergli bene. Glielo disse perché andarlo a cercare avrebbe voluto dire rimetterli tutti in mezzo.
Sarebbe stato facile, a quel punto, ritirarlo da scuola. I soldi mancavano più di prima e a Grim Hex nessuno si sarebbe stupito. Sua madre prese turni più lunghi e continuò a pagare quella navetta, perché aveva deciso molto tempo prima che la fuga di suo marito non avrebbe scelto al posto suo chi sarebbe diventato suo figlio.
Per anni Rosmarino si chiese se suo padre fosse scappato da loro o se li avesse protetti portandosi via il pericolo.
Non ha mai avuto una risposta.
Il mestiere di morire
Finita la scuola si trovò con una nave, un mestiere che gli veniva naturale e una madre che da sola non poteva reggere il peso di tutti e due.
I piccoli lavori diventarono lavori veri: consegne ai margini, scorte non dichiarate, recuperi, informazioni vendute a chi pagava meglio di chi le aveva perse. Riprese in mano la Warlock e imparò a usarla come gli era stato insegnato: fermare invece di rompere, sparire dentro un campo di detriti, infilarsi dove chiunque altro avrebbe rinunciato.
Poi imparò a morire, e fu quella la cosa che gli cambiò il mestiere.
Non era diventato immortale e non era abbastanza stupido da crederlo: sapeva che l'imprint si degrada, che ogni ritorno lascia qualcosa indietro, e che esiste un punto oltre il quale torna il corpo e non torna la persona. Ma aveva scoperto una cosa che nessuna scuola gli aveva insegnato.
Un errore poteva diventare informazione.
Un'incursione troppo difesa per un pilota solo si affrontava una prima volta per capire gli ingressi. Una seconda per capire le pattuglie. Una terza per capire il momento esatto in cui una porta cambia ciclo. Non moriva di continuo, e non era un pazzo: era peggio. Era diventato metodico.
Il dolore restava vero. L'ultimo istante restava ogni volta l'ultimo istante, e non ci si abitua. Rosmarino imparò semplicemente a non lasciargli decidere niente.
A poco a poco la morte diventò un costo. Non un costo piacevole, non un costo senza conseguenze: un costo che si mette in conto, come il carburante.
Le storie gli crebbero intorno da sole. Tre morti per un contratto. Quattro per un recupero. Qualcuno giurava di averlo visto tornare dopo essere stato dichiarato morto due volte nello stesso incarico. Non si preoccupò mai di correggere nessuno: una reputazione così vale più di quello che è costata.
Da fuori sembrava coraggio.
Da dentro era un'altra cosa, e non è facile guardarla in faccia.
Quando smetti di avere paura di morire perché hai calcolato quanto costa, dopo un po' smetti di calcolare soltanto la tua. Comincia a diventarti difficile capire perché gli altri esitino. Un uomo fermo davanti a un varco che tu attraverseresti tre volte prima di cena diventa un ritardo. Una vita diventa un numero in un preventivo — e la prima a diventarlo è la tua, perché è quella che tratti peggio di tutte.
Rosmarino non diventò cattivo. Non fece mai del male a nessuno che non se lo fosse cercato, non tradì un committente, non lasciò mai indietro qualcuno con cui aveva firmato.
Diventò indifferente, che a lungo andare è quasi peggio, e soprattutto non se ne accorse.
La casa fra i boschi
I crediti arrivarono lentamente e poi arrivarono abbastanza, e Rosmarino fece la cosa che si era ripromesso da ragazzo senza averla mai detta a voce.
Portò via sua madre da Grim Hex.
Non in una città elegante e non dietro muri più belli: cercò un posto che avesse senso per lei. Lo trovò su microTech, un avamposto piccolo in mezzo alle foreste, abitato da gente che non aveva nessun interesse a farsi dire come vivere.
Le comprò una casa non grande e non bella, ma sua. Un generatore che funzionava. Scorte a sufficienza perché non dovesse mai più scegliere fra il riscaldamento e la cena.
Per la prima volta in vita sua, sua madre poté respirare.
Rosmarino restò con lei il tempo necessario a capire di aver mantenuto la promessa. Poi tornò a Grim Hex.
Aveva una nave, dei crediti, un mestiere che nessuno faceva meglio di lui e nessun motivo per alzarsi la mattina.
Aveva vinto.
E la vittoria aveva la forma di un'officina vuota.
Klescher
La chiamata arrivò su una frequenza che avrebbe potuto benissimo ignorare: un segnale debole, rimbalzato per caso su una rete che di solito porta soltanto voci di contrabbandieri.
Un detenuto era rimasto intrappolato in un crollo, nelle miniere della Klescher Rehabilitation Facility, su Aberdeen. Era là sotto da abbastanza tempo perché le probabilità di trovarlo vivo fossero quasi finite. Le guardie lo avevano già messo in conto: nessun profitto nel tirarlo fuori, nessuna taglia, nessun nome che valesse la pena ricordare.
Secondo ogni criterio che Rosmarino avesse imparato a rispettare negli ultimi anni, era rumore di fondo.
Ascoltò il messaggio due volte e chiuse il canale.
Passarono alcuni minuti — non ha mai saputo dire quanti, quando lo racconta.
Poi lo riaprì.
Fu la prima volta in anni in cui non riuscì a convincersi che una vita fosse soltanto una variabile. Non sapeva chi fosse quell'uomo, non sapeva che cosa avesse fatto per finire là dentro, non sapeva se meritasse di essere tirato fuori.
Sapeva soltanto che stava chiamando, e che lui poteva rispondere.
Non gli venne in mente suo padre. Non gli venne in mente niente. Riaprì il canale e basta, e ci mise anni a capire da dove gli fosse arrivata quella mano.
Klescher non si forza da fuori. Quindi Rosmarino decise di entrarci nell'unico modo in cui ci entra chiunque: da condannato.
Nascose la Warlock in un settore che nessuno avrebbe controllato per settimane. Lasciò il fucile che si era portato dietro in ogni lavoro degli ultimi anni e l'armatura che si era fatto costruire su misura. Si costruì un'identità falsa abbastanza solida da reggere ai controlli — quella di un ricercato che aveva smesso da un pezzo di contare i propri reati — e si consegnò lui stesso alla Security.
Fu rasato. Spogliato. Vestito di giallo.
E per la prima volta da anni non aveva una rigenerazione pronta ad accorciare le conseguenze di un errore. Non aveva una nave da cui scappare, non aveva una scorciatoia da comprare e non aveva un tentativo di riserva.
Aveva soltanto giorni veri.
Scese nei tunnel, trovò il crollo e cercò un passaggio. Provò i condotti secondari. Quando non restò altro da fare, scavò.
Per ore. Poi per altre ore. Il rumore dell'utensile diventò l'unico modo che aveva di misurare il tempo. Le mani si aprirono, e si aprirono proprio lì, vicino alla vecchia cicatrice che il tempo aveva già spostato una volta.
Trovò l'uomo quasi disidratato, a un passo dal punto in cui nemmeno la fortuna serve più, e lo tirò fuori.
E poi rimase.
Non poteva dire chi fosse senza far crollare tutta l'impalcatura che l'aveva portato là sotto. Così scontò per intero la pena a cui era stato condannato l'uomo che diceva di essere.
Giorno dopo giorno. Settimana dopo settimana.
È la parte della storia che quando la racconta liquida in mezza riga, ed è l'unica che conti davvero. Un uomo che per anni aveva usato la morte per risparmiare tempo scelse, per la prima volta in vita sua, di regalarlo: mesi suoi, dati a uno sconosciuto che non avrebbe mai saputo il suo vero nome e che non avrebbe mai potuto restituirgli niente.
Fu là dentro, fra il rumore dei perforatori e il conto dei giorni, che capì la cosa che nessuna delle sue morti gli aveva mai insegnato.
La rigenerazione ti restituisce un corpo. Non ti restituisce il tempo che hai scelto di perdere.
E per la prima volta quella perdita non gli sembrò uno spreco.
Il turno che nessuno voleva
Quando le porte del rilascio si aprirono non c'era nessuno ad aspettarlo, e non se lo aspettava.
Andò a riprendersi la Warlock, che era ancora dove l'aveva lasciata, e si accorse di una cosa banale e sgradevole: l'identità con cui era entrato adesso risultava da qualche parte, e la sua reputazione di prima era ferma da mesi. Chi gli dava lavoro non aspetta.
Gli serviva un posto dove stare fermo per un po'.
Andò da sua madre, e le disse soltanto che aveva bisogno di lavorare. Lei non gli chiese dove fosse stato, perché era una donna che aveva imparato molto presto a non fare certe domande, e gli diede l'unica cosa che aveva da dargli.
Un nome. Una compagnia di sicurezza, piccola e vecchia, su un mondo industriale che non nomina nessuno.
«Tuo padre veniva da lì.»
Rosmarino restò a guardarla.
«Da quanto lo sai?»
«Da sempre.»
Non aggiunse altro, e lui non insistette: era il patto che avevano da vent'anni. Prese l'indirizzo e ripartì, e non ci andò per sentimento. Ci andò perché assumevano, e perché il cognome di un uomo che se n'era andato poteva ancora valere un turno.
Il posto era esattamente come glielo aveva descritto: cielo giallo, tre turni al giorno, un insediamento di lavoratori cresciuto attorno a un impianto e una compagnia di sicurezza che ci stava intorno.
Lo presero. Non gli chiesero quasi niente, e questo lo colpì.
Gli diedero i turni peggiori, e quello invece non lo colpì per niente: era il figlio di uno che se n'era andato, e in un posto piccolo quella roba non la dimentica nessuno. Se ne fece una ragione in un pomeriggio. Aveva appena passato dei mesi a fare buchi in una parete di roccia per uno che non conosceva: fare la notte a un cancello non era la cosa peggiore che gli fosse capitata.
Quello che lo colpì, e ci mise settimane ad accorgersene, fu un'altra cosa.
Quella gente proteggeva dei posti in cui non c'era niente da rubare.
Nessun magazzino, nessun convoglio, nessun ufficio. Insediamenti dimenticati, comunità di lavoratori troppo lontane perché a qualcuno convenisse difenderle. Contratti pagati male e pericolosi, presi al posto di altri che pagavano il triplo e che rifiutavano senza discutere, con la faccia di chi fa una cosa ovvia.
Rosmarino aveva passato la vita a diffidare di chiunque pretendesse obbedienza. Lì nessuno gliela chiese, e nessuno gli spiegò niente. Semplicemente, ogni tanto, gli veniva da pensare che quella gente stesse applicando una regola che non aveva mai sentito enunciare da nessuno.
Ci restò poco meno di un anno.
Poi, una notte, sul turno che nessuno voleva, successe una cosa piccola.
Sul pannello del corpo di guardia c'era una vecchia ricevente che stava accesa per abitudine, su una frequenza che non usa più nessuno e che si sente soltanto se la stai ascoltando apposta.
Quella notte, dentro, parlò una voce.
Disse mezza frase. Poi si fermò e aspettò, e si sentiva che aspettava da parecchio più di quella sera.
Rosmarino prese il microfono e disse l'altra metà.
Non lo decise. Non ci pensò, non si chiese chi ci fosse dall'altra parte e non si chiese nemmeno se fosse il caso. Aveva la mano sul microfono prima di sapere di averla alzata, e quando finì di parlare rimase lì, con il pollice ancora premuto, in un corpo di guardia vuoto alle tre di notte.
Perché non aveva riconosciuto una parola d'ordine.
Aveva riconosciuto suo padre.
Me l'hanno chiesto un sacco di volte perché sono entrato là dentro invece di pagare qualcuno. Non è nobile. È che quello lì al secondo tentativo era morto, e io i tentativi li avevo sempre pagati con il corpo, che tanto torna. Quella volta l'unica cosa che avevo da mettere sul tavolo era il tempo, e il tempo non torna: è l'unica cosa che ho trovato in vita mia che non si può rifare. Adesso, quando c'è da entrare da qualche parte, non chiedo più chi ci va. Chiedo chi ne torna.
Dodici ore dopo rispose chi comandava davvero
Galimar aveva finalmente una voce dall'altra parte, e per dodici ore credette che fosse fatta.
Poi parlò il comandante, e disse: «Non possiamo venire.» E aveva ragione lui.
