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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo III — Ingvar

2703, in piena era Messer. Il Diario dei Lupi non è una reliquia: è il registro di chi ha risposto, e contiene il nome di ogni persona che una volta ha aperto una porta. Il giorno in cui finisce nelle mani dell'Advocacy, il Custode Ingvar dà l'unico ordine che nessuno aveva mai dato.

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L'ultima pagina scritta è un giorno qualunque

Lo aprì quella notte stessa, seduto per terra con la schiena contro la paratia.

Le grafie cambiavano decine di volte, e alcune erano così antiche da somigliare più a un disegno che a una scrittura. Andò avanti a caso, per capire quanto fosse profondo. Poi cercò la fine.

Non la trovò.

Trovò una data — 2703 — e sotto una colonna di nomi scritti fitti, in una grafia minuta di chi risparmia la carta perché sulle rotte la carta pesa. Nessun addio, nessun avvertimento, nessuna riga che facesse capire che stesse per succedere qualcosa.

L'elenco si fermava a metà pagina. L'ultimo nome era completo. Quello dopo non c'era.

Poi il libro proseguiva per centinaia di pagine, ed erano tutte bianche.

Le sfogliò lo stesso, una per una, fino in fondo, perché era impossibile crederci.

«Cos'è successo il giorno dopo?»

Runa era rimasta in piedi.

«Non lo ha scritto nessuno», disse. «È esattamente questo il punto. Ma quello che ci siamo tramandati, ce lo siamo tramandato così.»

Un'uscita di servizio

Le rotte

Per capire perché quel giorno arrivò bisogna sapere che cosa erano diventati i Lupi sotto i Messer.

Il regime durò due secoli e mezzo e pretendeva una cosa sola: che ognuno fosse per lui. Non bastava non fare niente contro; bisognava essere dalla parte giusta in modo verificabile. L'Advocacy, in quegli anni, non era la polizia che si occupa dei reati: era la polizia segreta dell'Imperator, e faceva arresti, sparizioni, interrogatori e propaganda.

I Lupi non erano un movimento politico. Non avevano un programma, non pubblicavano niente, non facevano attentati.

Facevano una cosa sola, e per quel regime era peggio di un attentato: portavano fuori le persone.

Un medico radiato, una famiglia sulla lista sbagliata, un ufficiale che si era rifiutato di eseguire un ordine, un professore che aveva insegnato la storia com'era andata. I Lupi tenevano le rotte: passaggi non registrati, case dove fermarsi, carichi in cui nascondersi, gente disposta a non aver visto niente.

Non erano un'opposizione. Erano un'uscita di servizio, e nessun potere che pretenda di essere l'unica stanza può tollerare che ne esista una.

Per questo li braccavano. Non per quello che dicevano — per quello che rendevano possibile.

Non una reliquia: un registro

Il volume in uso

Il Diario, a quel tempo, non era un oggetto sacro tenuto sotto vetro.

Era il libro su cui si scriveva.

Aveva già secoli, era stato cominciato da un uomo su una tavoletta di corteccia in una valle del Nord, e da allora nessuno lo aveva mai interrotto: ci si annotavano i giorni, gli errori, le decisioni, le discussioni. E soprattutto ci si teneva l'appello — perché da mille anni i Lupi non contano quanti sono, contano chi ha risposto.

Sulle rotte questo significava una cosa molto concreta.

Ogni volta che qualcuno faceva qualcosa, finiva sul libro. Non solo i Lupi: chiunque. Il contadino che aveva dato carburante una notte. L'impiegato che aveva smarrito una pratica. La donna che aveva tenuto in casa due sconosciuti per undici giorni. Il medico che non aveva denunciato una ferita d'arma.

Quasi tutta quella gente non aveva niente a che fare con i Lupi. Aveva fatto una cosa sola, una volta, e poi era tornata alla propria vita.

Il Diario aveva registrato la loro decenza, come registrava tutto, perché quello era il suo mestiere da mille anni.

Sotto quel regime, una cosa sola una volta è tradimento.

Quel libro non era un elenco di ribelli. Era una confessione firmata da centinaia di persone innocenti, e nessuna di loro sapeva di averla firmata.

Il Custode di quegli anni si chiamava Ingvar.

Aveva fatto il pilota sulle rotte per vent'anni prima di sedersi alla Tavola, e continuò a farlo anche dopo, il che tra i Lupi non stupiva nessuno. Scriveva minuto e stretto per risparmiare la carta. Aveva l'abitudine di rileggere ad alta voce l'appello del giorno prima di chiudere il libro, e lo faceva anche quando in stanza non c'era nessuno.

Quelli che poteva vedere

Sei facce

L'Advocacy prese sei persone.

Non i capi: gente di mezzo, di quella che sa i nomi ma non conta abbastanza da essere sorvegliata. Fra loro c'era la sorella di un Lupo che sulle rotte ci lavorava da sempre.

Quell'uomo il suo nome non ce l'ha più, e più avanti si capirà perché.

Chiese alla Tavola di trattare. Gli fu detto di no, per il motivo che i Lupi ripetevano da mille anni: non si compra la vita di qualcuno con la vita di qualcun altro.

Lui non si rassegnò, e fece la cosa più umana e più rovinosa che potesse fare.

Aveva davanti agli occhi sei facce che conosceva. Dall'altra parte del piatto della bilancia c'erano centinaia di nomi su un libro, gente che non aveva mai visto, molti dei quali non erano nemmeno del Branco.

Prese il volume in uso e lo portò all'Advocacy.

La parte che fa più male è che funzionò. Non era stato ingannato: due dei sei tornarono davvero a casa, e uno di loro visse altri quarant'anni senza sapere che cosa fosse costato.

Poi l'Advocacy lesse il resto.

Nelle settimane successive ne presero a centinaia.

E quello che aveva consegnato il libro non era un cinico e non era un vigliacco: aveva fatto esattamente quello che i Lupi fanno da sempre — era tornato indietro per quelli che poteva vedere.

L'aveva solo pagato con i nomi di altri.

È da lì che viene la riga che ancora oggi, sulla Mist, si dice ai nuovi quando fanno la domanda sbagliata: si torna indietro per uno, ma si paga di tasca propria.

Il posto da cui non si torna

Charon III

Non finirono tutti nello stesso posto, ma di quelli che contavano qualcosa si sa la destinazione, perché il regime non aveva nessun motivo di nasconderla: serviva che si sapesse.

Charon III, le strutture di massima sicurezza dove venivano portati gli oppositori politici.

Da lì non tornò quasi nessuno, e quelli che tornarono non erano più esattamente delle persone.

Sulle rotte, intanto, cadeva tutto. Non perché i Lupi facessero errori: perché le case erano scritte, e chi ospita non può nascondersi da un indirizzo. In sei settimane duecento anni di lavoro paziente smisero di esistere, e nel modo peggiore — non con una battaglia persa, ma con una serie di visite a domicilio cortesi e mattutine.

Ingvar rimase senza rotte, senza libro, e con il conto dei morti che continuava a salire ogni giorno.

Aveva davanti una scelta sola, e nessuna delle due strade era buona.

Quello che nessun Custode aveva mai dato

L'ordine

Poteva tenere insieme il Branco e vederlo finire, perché adesso l'Advocacy sapeva com'era fatto: sapeva le funzioni, i nomi, il modo in cui si chiamavano fra loro.

Oppure poteva smontarlo.

Fece la seconda cosa, e la fece nel modo più radicale che si potesse immaginare.

Mandò via le quattro funzioni una per una. Lo Scudo dove c'era da proteggere, il Sostegno dove c'era da tenere in vita, l'Avanguardia avanti, la Forgia dentro i cantieri. Non come fuggiaschi: come gente con un mestiere. Ognuna doveva rendersi utile a chi le dava la caccia, perché un gruppo utile non lo si cerca.

A ognuna fece portare via la propria sezione della Tavola, che mille anni prima era stata costruita apposta per potersi smontare, e nessuno quella sera fece notare l'ironia.

Poi diede l'ordine.

Non scriveteci più. Non cercatevi. Non rispondete.

È l'unica cosa in mille anni di storia che vada contro il principio su cui il Branco è nato — quando uno di loro chiamerà nel buio, gli altri risponderanno — e a darla fu un Custode, in piena coscienza, sapendo esattamente che cosa stava rompendo.

Lo fece perché quel principio, in quel momento preciso, era diventato lo strumento con cui li stavano ammazzando.

Quattro giorni dopo si consegnò.

Non fu un gesto teatrale: fu un calcolo. La caccia doveva avere una fine, e le cacce finiscono quando prendono qualcuno importante. Andò a Charon III e non tornò.

E qui c'è la cosa che il Branco non si è mai perdonato di non sapere.

Nessuno scrisse niente di tutto questo. Il libro non c'era più, e da quel giorno non ce ne fu un altro. Quello che Ingvar decise, quello che disse alle quattro funzioni, quello che gli fecero là dentro e quello che eventualmente disse — non sta scritto da nessuna parte.

Restò nelle bocche. E le bocche, in duecentocinquant'anni, sono diventate quattro racconti diversi.

In quello dell'Avanguardia, Ingvar è l'uomo che ha salvato tutti.

In un altro è quello che ha distrutto il Branco per paura.

In un altro ancora si dice, senza prove e senza cattiveria, che a Charon III abbia parlato.

Non lo saprà mai nessuno. Ed è esattamente il tipo di buco che il Diario esisteva per non lasciare.

Quello che si perde senza accorgersene

Duecentocinquant'anni di carta bianca

Il nome di quello che aveva consegnato il libro andò perduto.

Non per pietà e non per vendetta: per mancanza di carta. Nessuno lo scrisse, perché non c'era più niente su cui scrivere, e in quattro generazioni la gente smise di ricordarselo.

Di lui rimase soltanto la parola con cui lo indicavano, che nella lingua vecchia dice due cose insieme — lupo, e fuorilegge: chi viene cacciato dalla comunità.

Vargr.

Per un paio di secoli, fra i Lupi, «un varg» ha voluto dire uno di noi che ha venduto gli altri. Poi anche quella si è consumata, come si consumano tutte le parole, ed è diventata un nome come un altro — di quelli che si trovano sui documenti senza che nessuno ci pensi su.

È così che si perde una cosa: non te la rubano. Smetti di averla.

Il regime cadde nel 2792, ottantanove anni dopo. Ci furono processi, riparazioni, archivi riaperti, gente che tornò a casa.

I Lupi no.

Perché non c'era nessuno che potesse revocare quell'ordine. Un Custode l'aveva dato, il Custode era morto a Charon III, e per revocarlo bisognava riunire quattro divisioni che non si parlavano — cioè bisognava fare esattamente la cosa che l'ordine vietava.

Così rimasero divise anche dopo. Non più per necessità: per abitudine, poi per convenienza, poi perché tre generazioni di seguito si erano costruite una vita dentro il travestimento.

E senza libro cominciarono a perdere pezzi. Prima le discussioni, poi le decisioni, poi le date. Alla fine restarono le cose che si tramandano bene a voce: gli elenchi, le frasi che fanno rima, i nomi degli dèi.

Un bambino di nove anni che ripete tredici nomi senza saltarne nessuno non sta facendo un esercizio.

È tutto quello che era rimasto.

Un numero d'inventario

Quella che è andata a riprenderlo

Il libro, intanto, non era stato distrutto.

L'Advocacy non distruggeva le prove: le catalogava. Dopo la caduta del regime gli archivi passarono di mano più volte, e un volume manoscritto sequestrato nel 2703, di provenienza non accertata, senza valore politico residuo, finì dove finiscono queste cose — in un deposito, dentro una scatola, con un numero.

Ci restò due secoli e mezzo.

A trovarlo fu una dell'Avanguardia, e non per caso: l'Avanguardia lavorava su licenza per l'Impero, e chi fa cartografia passa la vita dentro i cataloghi. Sapeva cosa cercare perché lo sapevano tutti — glielo avevano fatto ripetere da bambina.

Si chiamava Alva. Ci mise nove anni a trovare la voce giusta in un inventario, e altri due a farsi mandare in quella zona con un contratto vero.

Del come sia andata non si sa niente, perché anche quella è una giornata che non ha scritto nessuno.

Si sa che il libro arrivò a Runa quattro mesi dopo, dentro una cassa di strumenti da rilevamento, senza mittente e senza una riga di accompagnamento.

E si sa che Alva non tornò indietro.

Runa lo tenne per anni sotto la propria cuccetta, in un contenitore pressurizzato, e non lo fece vedere a nessuno. Non per gelosia: perché non sapeva a chi darlo. Il Diario si consegna a chi lo scrive, e da duecentocinquant'anni non c'era più niente da scrivere.

Aspettò.

Poi un uomo dell'Avanguardia tornò da un rilevamento, le raccontò cosa aveva combinato con una parola sola, e le chiese perché in tutta la sua vita non avesse mai visto un libro in casa.

Non giudicatelo troppo in fretta. Ingvar ha rotto l'unica cosa che non si poteva rompere, e l'ha fatto per non farci ammazzare tutti: chi era là dentro con lui dice che non gli tremò la voce. Quello che nessuno gli perdona non è l'ordine. È che se n'è andato senza lasciarci una riga scritta, e ci ha costretti a litigare per due secoli e mezzo su cosa avesse fatto davvero.

Runa · custode del Diario
La prossima cosa

Ma la nave non era sua

Per andare a cercare le altre tre divisioni servivano una nave, una licenza e la libertà di fermarsi ovunque per giorni senza dare spiegazioni a nessuno.

Nessuna delle tre cose apparteneva a Galimar. E quello che stava per fare poteva far scoprire tutta la sua gente.

Capitolo IV — La licenza