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Dal diario · Il Diario del Branco

Capitolo VII — La porta

Lo Scudo risponde alla riga senza esitare e poi dice di no, e ha ragione lui: protegge un insediamento che senza di loro non ha nessuno. La sua vergogna non è una battaglia — è un lavoro fatto bene, ai cancelli di Stanton, senza sparare un colpo.

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Rispose subito, e disse di no

Con lo Scudo, Galimar imparò che riconoscersi non basta.

Li trovò al quarto anno, su un mondo industriale che nessuna guida turistica ha mai nominato: cielo giallo, tre turni al giorno, un insediamento di lavoratori cresciuto attorno a un impianto e una compagnia di sicurezza che ci stava intorno.

Aprì il canale e disse la riga.

Gli rispose qualcuno al primo tentativo, senza un attimo di esitazione, come se quella frase l'avesse detta il giorno prima.

Galimar non poteva sapere niente di quello che c'era dall'altra parte: un corpo di guardia vuoto alle tre di notte, un ragazzo sul turno che nessuno vuole, e un pollice ancora premuto su un microfono. Sapeva soltanto che dopo quattro anni qualcuno aveva finito la frase.

Dodici ore dopo, dall'altra parte, parlò chi comandava davvero.

«Sappiamo chi sei. Sappiamo cos'è la frase.» Una pausa breve, di quelle che si sentono. «Non possiamo venire.»

E la cosa peggiore è che aveva ragione lui.

Protegge chi paga

Che cosa era diventato lo Scudo

Lo Scudo ha avuto la sorte peggiore delle quattro, e ci mise generazioni ad accorgersene.

Gli altri, camuffandosi, hanno continuato a fare la propria cosa: l'Avanguardia andava avanti, il Sostegno curava, la Forgia costruiva. Lo Scudo protegge — e protéggere, a differenza di guardare e di curare, non lo puoi fare per conto tuo.

Ti serve qualcuno che ti dica chi.

Sotto il Patto quel qualcuno era la Tavola, cioè gente che di quello che decideva rispondeva di persona, e il cui nome finiva scritto accanto alla decisione. Dopo il 2703 la Tavola non c'era più, e per campare bisognava mangiare.

Così diventarono quello che diventa chiunque abbia soltanto quel mestiere in mano: una compagnia di sicurezza. Buona, seria, disciplinata, con un archivio contratti in ordine e una reputazione eccellente.

E la domanda chi proteggiamo smise di avere una risposta antica.

Cominciò ad avere una risposta commerciale.

Non successe niente di clamoroso, e non c'è un anno in cui si possa dire che siano cambiati. Semplicemente, per un paio di secoli, hanno protetto quello che c'era da proteggere per chi poteva permetterselo — magazzini, convogli, impianti, uffici, cancelli.

E sono diventati bravissimi in una cosa che nessuno mette nel curriculum: non chiedere che cosa stanno proteggendo.

2865

Stanton

La loro vergogna non è una battaglia. È un lavoro fatto bene.

Nel 2865 l'Impero fece una cosa senza precedenti: mise in vendita i pianeti di un sistema intero. Serviva denaro — enormi quantità di denaro, per un'opera che doveva mostrare al mondo di che cosa fosse capace l'umanità — e le corporazioni furono contattate in silenzio, una per una, perché offrissero per un pianeta ciascuna.

Quello che comprarono, formalmente, era la terra.

Non le persone che ci vivevano. Non le case che avevano costruito. Su questo furono chiarissimi fin dall'inizio, e all'inizio si rifiutarono perfino di spostare qualcuno: c'era gente che stava lì da generazioni, e nessuno aveva alcuna intenzione di comparire sui notiziari mentre cacciava dei coloni.

Quindi non li cacciò nessuno.

Successe un'altra cosa, molto più lenta e molto più efficace. Cambiarono le concessioni. Cambiarono le regole sull'acqua, sulle strade, sulle licenze di scavo. Si spostò un impianto di trattamento, si chiuse una tratta di trasporto, si riorganizzò il servizio sanitario. Ogni singola decisione era legittima, motivata, e presa da qualcuno che non aveva mai visto in faccia nessuno di quelli che ci vivevano.

E davanti a ogni recinzione nuova ci voleva qualcuno che stesse in piedi.

Lo Scudo fu assunto per quello. Non per sparare: per esserci. Per stare al cancello, in tenuta pulita, con la voce calma, e spiegare alla gente che quella strada adesso è privata, che il permesso va richiesto all'ufficio, che no, mi dispiace, oggi non si passa.

Fecero un lavoro impeccabile. Nessun eccesso, nessun morto, nessun incidente: erano professionisti veri, e la loro presenza rese ordinato e civile un processo che senza di loro sarebbe stato brutto da vedere.

Ci vollero anni. Alla fine di quegli anni, i coloni originari di quel sistema non c'erano più: erano andati via, o erano scesi sottoterra, o avevano accettato di diventare dipendenti di qualcuno.

Lo Scudo non sparò un solo colpo.

È questo, il punto, e nello Scudo lo dicono ancora oggi con quelle parole: non abbiamo sparato un colpo, e li abbiamo tirati fuori di casa lo stesso.

La regola più cara del Branco

Mai la roba

Non ci fu un processo e non ci fu una crisi di coscienza collettiva. Ci fu, molti anni dopo, una riunione in cui qualcuno mise sul tavolo il libro dei contratti e chiese di leggere ad alta voce che cosa avessero protetto negli ultimi vent'anni.

Durò a lungo.

Quando finirono, uno di loro disse una frase che è diventata la regola dello Scudo, e che non è mai stata scritta perché non c'era dove scriverla.

Mai la roba. Solo la gente.

Detta così sembra nobile. Nella pratica è una condanna economica, e chiunque abbia mai avuto un'azienda lo capisce subito: i contratti buoni sono sulle cose. Un magazzino non discute, non si ammala, non ha parenti, e chi te lo affida paga puntuale.

Le persone, no. Le persone che hanno bisogno di essere protette sono quasi sempre quelle che non possono pagarti.

Da allora lo Scudo prende soltanto quel tipo di incarichi: insediamenti dimenticati, comunità di lavoratori troppo lontane perché a qualcuno convenga difenderle, posti in cui l'alternativa non è un'altra compagnia — è nessuno.

Sono i contratti peggio pagati e più pericolosi del mestiere.

Sono anche gli unici che accettano.

Ed è per questo che, quando Galimar arrivò con la sua bella riga antica, dall'altra parte gli risposero di no.

Quello che non discusse

Il conto esatto

«Non possiamo venire» non era una posizione da trattare. Era un fatto.

Quella gente stava sotto contratto per proteggere un insediamento in un posto dove, se te ne vai, quello che succede lo sai già. Nessuno avrebbe preso il loro posto: quel lavoro non lo voleva nessuno, ed è precisamente per questo che lo facevano loro.

Lo Scudo stava facendo il proprio dovere. E proprio per questo non poteva tornare a farlo insieme agli altri.

Galimar non discusse, non fece appelli e non nominò il Patto: sarebbe stato osceno chiedere a della gente di abbandonare delle persone in nome di un principio che dice di non abbandonare le persone.

Ringraziò e cominciò a prepararsi a ripartire.

Fu allora che si presentò il giovane che aveva risposto per primo.

Non venne a lamentarsi del proprio comandante, non gli disse che avrebbe voluto e non gli chiese di insistere: sulla catena di comando non aprì bocca, quella sera né mai. Si sedette, tirò fuori un foglio e ci scrisse sopra delle cose.

Quanta gente serve per tenere quei turni. Quanti mesi ci vogliono per formare qualcuno del posto che non abbia mai fatto quel mestiere. Quali attrezzature mancano, quanto costano, e chi in zona le vende. Quali due famiglie dell'insediamento hanno già qualcuno con la testa giusta per imparare.

Poi girò il foglio e glielo mise davanti.

«Se ci porti questo, il no non serve più.»

Galimar guardò l'elenco per un pezzo. Non c'era dentro una sola parola di sentimento, e proprio per questo era la cosa più generosa che gli avessero offerto da quando era partito.

«Perché lo fai?»

«Perché mi hai fatto una domanda», disse Rosma. «Rispondere è gratis. Il resto no, e quello te lo sto elencando.»

Il lavoro più noioso del Branco

Due anni e mezzo

immagine in arrivoPiazzale polveroso davanti alla guardiola di un insediamento di lavoratori, luce del giorno. Un gruppo eterogeneo di persone del posto — età diverse, tute da lavoro consumate, nessuna uniforme — in piedi in semicerchio mentre due istruttori mostrano l'uso di un apparato di comunicazione. Niente armi in primo piano, niente pose eroiche: sembra un corso, perché è un corso. Ai margini, appoggiato al muro accanto a una vecchia porta di servizio, un uomo anziano osserva senza intervenire. Atmosfera feriale, quasi noiosa.

Galimar ripartì e tornò cinque mesi dopo, con il Sostegno.

Non per sostituire lo Scudo, che sarebbe stata un'offesa e non avrebbe funzionato: per affiancarlo il tempo necessario a mettere in piedi gente del posto.

È la parte della storia che non racconta mai nessuno, e nei fatti è la più lunga del capitolo. Due anni e mezzo di lavoro noioso: corsi, esami, turni doppi, apparati comprati usati e rimessi a posto, discussioni con chi non voleva pagarli, gente che si iscriveva e mollava dopo tre settimane, e la spiegazione delle stesse cose per la quarta volta a qualcuno che aveva finito il turno alle sei del mattino.

Il Sostegno teneva la parte medica, che su quel mondo mancava da sempre, e nel farlo si guadagnò l'insediamento molto più in fretta di quanto se lo fosse guadagnato chiunque altro.

Rosma faceva la parte impossibile: prendere delle persone che di mestiere fanno tutt'altro e portarle al punto in cui, alle tre di notte, sanno cosa fare.

Non alzò mai la voce e non fece mai un discorso motivazionale. Il suo metodo era uno solo: si metteva accanto a quello che stava lavorando e guardava. Poi diceva due parole e passava al successivo.

Alla fine di quei due anni e mezzo l'insediamento aveva i propri, e non aveva più bisogno di nessuno.

È l'unico modo onesto di lasciare un posto: renderlo capace di stare senza di te.

Il giorno in cui lo Scudo sciolse il contratto, gli abitanti organizzarono qualcosa a metà fra una festa e un funerale, come succede sempre quando qualcuno se ne va e tutti sanno perché.

Sotto quattro strati di vernice

La porta

La loro sezione della Tavola Galimar la vide il primo giorno, e come al solito non disse niente.

Delle quattro è quella che si è nascosta meglio, perché è l'unica che in duecentocinquant'anni non ha mai smesso di fare esattamente il proprio mestiere.

È una porta.

Non un pezzo di legno appeso da qualche parte, non un piano d'appoggio: una porta vera, montata sui cardini, all'ingresso del corpo di guardia. Ci passavano davanti tutti, a tutte le ore, e la aprivano e la chiudevano centinaia di volte al giorno senza guardarla.

L'avevano riverniciata quattro volte in due secoli e mezzo, perché una porta si mantiene.

Sotto quei quattro strati, se sai dove passare la mano, ci sono ancora i colpi.

È la porta di Raukfall.

Galimar non la toccò e non ne parlò per due anni e mezzo. Ne parlò il comandante, l'ultima sera, mentre svitavano i cardini per portarsela via: gli disse che avevano discusso a lungo se fosse il caso di smontarla e metterla al sicuro da qualche parte, e che avevano deciso di no.

«Una porta che non si apre più non è una porta», disse. «È un pezzo di legno con una storia sopra.»

Per duecentocinquant'anni lo Scudo si è portato dietro una porta e l'ha tenuta in funzione.

Non c'è modo più chiaro di spiegare che cosa credessero di essere.

Non abbiamo sparato un colpo, e li abbiamo tirati fuori di casa lo stesso. Ce lo diciamo ancora adesso, all'inizio, a chi entra: non perché ci piaccia, perché è l'unica cosa che impedisca a un uomo armato e beneducato di credere che stare fermo a un cancello lo tenga fuori da quello che succede dietro di lui.

Lo Scudo · Scudo
La prossima cosa

La Forgia rispose alla prima chiamata

Rispose subito, con una voce giovane, e completò la riga senza sbagliare una parola.

Poi chiuse il canale, e Galimar rimase fermo altri sei giorni senza che succedesse più niente.

Ci mise quasi due anni a capire perché.

Capitolo VIII — Il banco